Uomini fatti e aneddoti nella storia di Riesi(di Luigi Butera) 

I principi Pignatelli e la loro Baronia * La chiesa Maria S.S. della Catena

I Salesiani a RiesiDon Salvatore Riggio * Don Paolo Giacomuzzi

  I santoni Pietro e Paolo * Il protestantesimo * Pastori ed Evangelisti

  Giuseppe Ronzone * Salvatore Ferro * Le nostre miniere di zolfo Tallarita

Portella di Pietro * La miniera Principessina * Vallone Fonduto o Domenico lo Sbirro 

 La brutta fama di Riesi * Il fenomeno del banditismo F. Carlino

La piccola minierea di Piacenza * Misfatti e crimini commessi dalla banda * Castelluccio

  L'arresto * La sua Fuga * Gaetano Carlino e la sua banda

 Vincenzo Rindone e la sua banda*La fuga dal carcere di Malaspina

Il Fascismo La visita del Duce alla miniera

Passaggio da Riesi di Sua Maestà Vittorio Emanuele III   

L'entrata delle forze armate americane a Riesi e le sue tragiche conseguenze 

La rottura delle urne e l'uccisione di Pippo Lo Grasso 

 

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I PRINCIPI PIGNATELLI E LA LORO BARONIA

Inizio questa sommaria rassegna dei fatti e dei personaggi più rappresentativi della cronaca del mio paese natio del primo cinquantennio di questo secolo, facendo una breve panoramica della baronia di Riesi, appartenente alla nobile famiglia Pignatelli, discendente da don Pietro Altariva, fondatore del paese.Don Gioacchino Pignatelli Moncayo, figlio di don Antonio e di donna Maria Francesca de Moncayo de Heredia e Ventimiglia, marchesa di Coscoquela, discendente dell’Altariva, possedette, per investitura avvenuta in data 18 agosto 1742, i feudi di Riesi e Cipolla. Don Luigi Pignatelli Consaga, figlio legittimo naturale ed erede universale, il 9 ottobre 1777 ottenne l’investitura dei feudi e terre di Riesi. Il 5 ottobre 1802 ne fu investito don Giovanni Ermando Fernandez de Heredia Pignatelli di Aragona, conte di Fuentes, marchese di Mora e Coscoquela, barone dei feudi Riesi e Cipolla. Nel 1681, al tempo in cui tenne l’amministrazione l’ill.mo Rev.mo sig. Giacomo Palafox e Cordona, arcivescovo di Palermo, Don Pietro Padilla, per suo incarico, misurò l’estensione di ciascun feudo e complessivamente i feudi di Caramuscino, Sulfara suprana, Sulfara suttana, Ficuzza, Fegotto, Castellazzo, Spampinato, Cipulla soprana e Cipulla sottana misurarono 1860 salme. Nel rivelo fatto il 15 aprile 1811, quel territorio feudale misurava 1799 salme, di cui 560 salme dovevano essere usate come pascolo, così suddivise:

265 salme nelle solfare

72 salme nel feudo Spampmato

64 salme nel feudo Cipulla suprana

159 salme nel feudo Cipulla suttana

Nel 1872 tutta la proprietà che comprendeva quella baronia fu divisa in qùattro parti: due andarono alla principessa donna Maria Giron Pignatelli, la terza al duca di Solferino e la quarta agli eredi del Conte Fuentes. Tutto l’insieme era stato amministrato, nel passato, dal barone Tuminelli di Caltanàetta e poi da don Gaspare Dado da Mazara del Vallo. Alla sua morte, avvenuta nel 1897, tale carica venne assunta dal sig. Malleone di Cerignola. In seguito anziché tenere unita quella amministrazione, gli eredi pensarono di dividerla affidandola a persone diverse . Quella degli eredi del conte Fuentes fu affidata a don Vincenzo Giardina, cognato del Malleone, passata poi a Don Pietrino De Bilio, genero del sindaco Pietro Di Benedetto Mannarà; la proprietà del Duca di Solferino fu gestita dal notaio Giuseppe Verso Scimena, che divenuto vecchio l’affidò al figlio maggiore Giuseppe e questi al giovane Antonio Rao che teneva come impiegato nel suo ufficio. Le due propietd che appartenevano alla Principessa Donna Maria Giron Pignatelli vennero amministrate da Luigi Cavallo di Cerignola (Bari) e alla sua morte la gestione passò al giovane procuratore legale Carmelo Bartoli. Sin dai tempi remoti, l’amministrazione di quella baronia era e continuò ad essere una vera cuccagna per quegli amministratori e gli impiegati. Nel cap. XII della Storia di Riesi del Ferro si legge che in occasione della venuta a Riesi dell’allora proprietario Principe don Giovanni Pignatelli , Fuentes d]Aragona, prima di entrare in paese, e precisamente dietro al "Canale", fu fatto scendere dalla lettiga. Il poeta contadino settecentesco Croce Cammarata, fermò tutti gli astanti e rivolgendosi al principe recitò i seguenti versi:

Principe ereditario di la Spagna,

ca tiniti la spata ntra li pugna

e siti vistutu ccu la cappa magna

di stu paisi Vostra Eccilenza cchi ci guadagna?

Riesi è diventatu na cuccagna, e l’impiegati si liccanu l’ugna.

Questi versi toccarono profondamente la suscettibilità degli impiegati che guardatolo con disprezzo si affrettarono a far allontanare il principe nel timore che potesse interpretare il senso di quelle paròle. Anche prima che si sfaldasse la baronia si motteggiava:

"Proprietà di principi e duca cu suca suca".

Gli eredi della baronia erano consapevoli di quanto avveniva, ma se ne stavano in Spagna nel loro quieto vivere non preoccupandosi del progressivo dissolvimento dei propri feudi. Nei primi anni del corrente secolo si fece vedere uno dei figli del conte Fuentes Pignatelli, don Luigi, un tipo alquanto bizzarro. Con la sua aria spavalda incuteva soggezione, specie quando lo si vedeva in giro col suo immancabile nerbo diritto a forma di verga che una volta, per un futile motivo, fu usato sulle spalle del locale delegato di P. S. chiamato Scrissone. Dopo di lui venne il fratello più piccolo don Ector, il quale, facendo sfoggio della sua millanteria, a volte alzava il braccio volendo dare l’impressione di persona severa ma in realtà era un bravuomo. Egli si stabili a Riesi, fece fabbricare una grande casa rossa su una collina della "contessa", ove fece piantare un esteso mandorleto. che chiamò "Vignola". Vi fece costruire un grande ovile con una adeguata attrezzatura, capace di contenere i 400 animali che egli possedeva e che poi, di notte gli furono sottratti senza poterne trovare alcunà traccia. Attrezzò con apparecchi a vapore la miniera di zolfo nel feudo "Spampinato", in contrada "Vallone Fonduto", per il prosciugamento delle acque che allagavano 1’ interno della miniera, dando lavoro ad una ventina di operai per un breve periodo di tempo. Da uno dei D’Antona comprò il palazzo sito in via Umberto ed unendosi ad una bella e formosa giovane, Maria Catena Musarra, ebbe da lei tre figli: due maschi e una femmina il secondo dei nati, Ector morì a 17 anni. Il maggiore, Giovannino, dopo alcuni anni mori. Gli rimase solamente la figlia Maria Cristina. Per le diverse calamità, fu costretto a vendere tutti i beni immobili, tranne la "Vignola" che aveva dato in dote alla figlia. Costretto a rimaner solo, gli furono assegnati alcuni vani nel palazzo della zia Donna Maria Giron; morì nel 1950 all’età di 90 anni: era nato a Briants. Don Sosthenes il fratello minore che si era congedato col grado di capitano di corvetta, dalla marina spagnola, venne pure a Riesi. Molto fine ed abbastanza serio, affabile con tutti, era sempre attorniato dalla servitù. Soleva dormire nella stessa casa dov’era la sua amministrazione e precisamente nel palazzo che fa angolo tra la via Roma, e il corso Vittorio Emanuele. Come procuratore degli eredi Pignatelli, badò alla causa intentatagli dal comune di Riesi per il diritto degli Usi Civici. Fu amministratore delegato negli anni in cui la miniera di zolfo Tallarita si trovò in piena crisi. La zia, Donna Maria, alla sua morte, lo lasciò erede di tutta la sua proprietà. Sposò una principessa Pignatelli. Dopo alcuni anni, colpito da tubercolosi, si spense in una clinica svizzera, ove si era recato per curarsi. La baronia di Riesi e Cipolla esisteva, secondo notizie ufficiali, fin dai tempi in cui re Giacomo TI d’Aragona, detto il Giusto, divenne re di Sicilia. che suo padre, Pietro il Grande, dopo i vespri siciliani, aveva tolta ai francesi. Giacomo Il nel 1296 concesse a diversi feudatari molte terre e baronie. I feudi Riesi e Cipolla furono dati a Federico de Moac, discendente da una illustre famiglia normanna. Coi passar degli anni, le terre dei feudi Riesi e Calamuscini furono date a censiti. I primi stacchi avvennero nel 1906 colla vendita fatta dagli eredi Pignatelli al dottor Mirisola e alle famiglie Drogo, Di Lorenzo e Cappadonna. 14 salme di terra del feudo Fegotto ed altri spezzoni furono venduti all’amministratore De Buio. Entro gli anni 50 del corrente secolo furono venduti i feudi Tallarita e Palladio allo stesso amministratore De Bilio e al di lui genero ing. Gambino, i feudi Contessa e Spampinato ai fratelli De Vecchi. imprenditori del tratto della linea ferroviaria rimasta incompleta e che doveva congiungere la stazione della miniera con quella di Riesi. Il feudo Urreta fu compràto, in gran parte, dai fratelli Indorato da Sommatmo, altre terre furono divise in spezzoni e comprate dagli stessi amministratori e poi rivendute ad un prezzo maggiorato. Il palazzo dei principi Pignatelli Fuentes fu venduto al geotn. Vincenzo Turco; quello degli eredi del duca Solferino fu comprato dallo stesso axnministratore Rao, che in seguito ai lavori di ristrutturazione fece scomparire lo stemma ducale che per anni era stato visibile, perché posto nella parte superior~ del balcone centrale che dava in piazza Garibaldi. Lo stabilimento di proprietà dei principi Pignatelli Fuentes, ubicato fuori il paese, che arrivò a produrre q. 50 di sfarinati e 20 quintali di pasta al giorno, fu comprato dallo stesso direttore Giuseppe Martorana, il cùi padre, don Giacomo, fu contabile ed il fratello Luigi ricevitore. Tutto il macchinario esistente per il funzionamento di quattro mulini a palmenti per la macinazione del frumento fu comprato dallo scrivente nel 1932.

LA CHIESA MARIA S.S. DELLA CATENA

A pag. 51 del volume che raccoglie le comparse presentate quali documenti presso la Corte di Appello di Palermo, riflettenti la causa inerente agli Usi Civici, promossa dal Comune di Riesi nel luglio 1903, contro i principi Pignatello-Fuentes si legge: "Alla Chiesa si accenna nello arredamento del i febbraio 1629, col quale la baronessa donna Maria Urries, gabellante, volendo fabbricare, si riserba di prelevare due salme di terra disutiÌi nella chiana, undi al presente vi è la chiesa", a chiarimento di ciò, l’avv. Cosentino, difensore di una delle parti in causa, a pag. 76 della Cartha memoriae di Riesi, si esprime: "La chiesa, di cui sopra ~ parola, era anticamente dedicata a Maria 5. 5. della Catena, come si rileva dall’atto 4 luglio 1636 in not. Scipione Sortino da Mazzarino". Infatti in questo atto troviamo scritto: "Item lo detto arrendatario si ha obbligati ed obbliga a tratte-nervi un sacerdote confessore approbato per servire la ecclesia di nostra Signora La Catena in essa baronia, con li ornamenti per somministrare li santi sacramenti della penitenza e della eucarestia, alli pirsuni concorrenti in dicta baronia durante lo tempo dello arrendamento". Da ciò si deduce che la chiesa anche se piccola e diversa é esistita prima del 6 giugno 1648, anno in cui si fondava il beneficio parrocchiale della baronia e si ottenevano le lettere osservatoriali per il popolamento di essa. Dal "Diritto nella Storia" di Don Gaetano Pasqualino Pasqualino e precisamente dai documenti n. 14 e n. 15 riguardanti i due atti rogati il primo il 14 giugno 1648 presso il notaio Di Franco Bartolomeo alla presenza dei testimoni Giovanni Sollima, Elia de Franchino e Ignazio De Franco, il secondo il 15 luglio 1648 presso il notaio Calderaro Baldassare di Palermo alla presenza di Pietro Lamonica e Michele Di Stefano, si apprende che: Cristofalo Benenati, Barone dei feudi chiamati del Cannameli, della città di Palermo, in virtù della procura fattagli dal Barone Don Pietro Altariva Urries e Ventimiglia, nella città di Saragozza di Aragona (Spagna) presso il notaio Lorenzo Molles il 19 aprile 1638, deliberò, per volontà dello stesso Barone Altariva, "di fondare un beneficio curato nella Chiesa di Santa Maria della Catena e il diritto da parte dello stesso barone e discendenti di eleggere il "Béneficiale" che potesse esercitare gli Uffici religiosi e somministrare i divini Sacramenti ai fedeli esistenti ed abitanti nella Baronia e terre di Riesi. Avendo il Benenati avuto delle buone informazioni sul carattere, "virtù ed integrità d’animo" del Sac. Don Angelo De Angus, previa licenza d’approvazione da parte dell’Ill.mo Vescovo di Siracusa e del suo Vicario, lo elesse Beneficiale. Negli stessi atti furono assegnati, come dotazione della Chiesa 24 onze di Rendita pagabili in ciascun anno "di terzo in terzo" dal Barone e suoi eredi e successori nella detta baronia e terra di Riesi. Assegnò, inoltre, a titolo d’indennità 16 onze annuali, pagabili sempre di terzo in terzo, e da consegnare al De Angelis "sino a quando si troveranno nella terra suddetta fabbricate ed abitate duecento case e completato questo numero di case cesserà il pagamento di dette 16 onze". Negli stessi atti, tanto il De Angelis che gli altri futuri Beneficiali, dovevano assumersi l’obbligo di commemorare e pregare durante la celebrazione della Messa e degli Uffici Religiosi per l’anima dell’ill.ma Donna Maria Urries, madre di Don Pietro Altariva, per lo stesso e per i suoi discendenti. Dalla lapide in marmo con l’epigrafe scritta in latino, posta nell’interno della Chiesa Maria S.S. della Catena (Madrice) e precisamente al lato sinistro del portone centrale, tradotta da Don Ferdinando Cinque, l’ultimo parroco, si legge: "A perpetua memoria. Sia a tutti noto che l’ill.mo Don Pietro Altariva, barone di questo Stato, dopo che curò d’abitare questa terra, eresse la chiesa Madrice per il servizio di Dio e salute delle anime; ed,in essa fondò un beneficio Curato di diritto padronale, come si legge negli atti del Notar Baldassare Calderaro in Palermo, 10 luglio 1648. Essendosi però diroccata la vecchia chiesa il 25 marzo 1 726, l’Eccellentissimo sig. Don Bartolomeo de Monca/o, Marchese di Coscoquela, barone di detto Stato, per devozione a proprie spese, questo magnifico Tempio riedificò. E siccome nell’anno 1734, la maggior parte di questo Tempio per puro caso rovinò, l’filino Don Clemente e il di lui figlio Don Biagio Vincales, nella qualità di Procuratori generali, curarono di restaurano. Finalmente nel giorno 9 maggio 1 747 Matteo Trigona, Vescovo di Siracusa, Prelato domestico assistente al sacro soglio Pontificio e Consigliere del re, per sua grazia con rito solènne la consacrò elevando la a Basilica, essendo Reggente Don Antonio Giuliana, Dottore in sacra Teologia ". Nel 1814 la Chiesa Madre passò dalla diocesi di Siracusa a quella di Caltagirone. Sotto la reggenza di Don Rocco Veneziano, si svolsero avvenimenti di grande imporatnza. Alla morte del Veneziano, fu investito parroco Don Gaetano d’Antona, ricco possidente. Egli, pur dedicandosi con grande zelo alla Chiesa, non cessò di collaborare, assieme ai fratelli, alla buona gestione dei feudi a loro affidati. Assieme ai fratelli Turco, prese in gabella la miniera Tallarita che apportò a loro grande fortuna. Con i proventi ricavati dalla Chiesa pensò di rendere più bella e maestosa la parte interna del tempio rimettendo a nuovo tutti gli stucchi. Alla sua morte, avvenuta il 16 febbraio 1882, venne eletto parroco daI vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Don Salvatore D’Antona che durò in carica per poco tempo. I preti officianti di quel periodo erano: Don Getano Zagarella, Don Giuseppe Calafato, i cugini don Giuseppe e don Salvatore Riggio, don Placido Altavini, don Luigi Golisano, don Giuseppe Peritore, don Gaetano D’Antona (nipote del defunto parroco), don Salvatore Giuliana, tutti di Riesi. A costoro s’era aggiunto don Giuseppe Galabrò, un giovane proveniente dalla vicina Sommatino. Il D’Antona, l’Altovino e il Peritore furono insegnanti nelle scuole elementari comunali per diversi anni. Quest’ultimo, avendo superato i 40 anni d’insegnamento, venne insignito con una medaglia d’oro da un alto funzionario, mandato da Roma dal ministero della Pubblica Istruzione. La cerimonia avvenne nel vano terrano attiguo alla chiesa, occupato allora da una società intitolata "Principe di Napoli"; ed ora sede della locale Banca Popolare, alla presenza delle autorità civili ed ecclesiastiche locali, del corpo insegnante e di un folto pubblico ivi intervenuti. Quasi tutti questi preti erano soliti, dopo aver officiato i sacri riti religiosi, porsi sulle proprie grassotte e mansuete asinelle e recarsi nelle loro proprietà di campagna. In quel tempo nella Chiesa, collocato a metà altezza ed al centro della parete alla sinistra di chi entra, addossato al muro, esisteva un vecchio organo le cui canne metalliche erano disposte a metà altezza della parete stessa facendo bella mostra di sé. Sotto le canne, dietro un parapetto semicircolare, adornato di stucchi, sedeva, seminascosto il suonatore, con le spalle rivolte verso l’interno della chiesa e la testa in modo da seguire i vari movimenti delle funzioni religiose. Le canne metalliche dell’organo ricevevano fiato dal vetusto, tarlato e cigolante mantice, visibile dall’interno della sacrestia e che veniva manovrato da mastro Peppe, un vecchietto che puntualmente, prima dell’ora della Messa, soleva sbucare da una delle traverse del poggio della Croce, solo, con gli occhi tutti aperti rivolti in alto ma privi della luce, e recarsi sul posto che gli spettava. A suonare quel vecchio arnese, durante la messa, era adibito il vecchio garibaldino. don Francesco Mulè e, spesse volte il figlio Francesco, ch’era il maestro della banda cittadina ed esplicava anche le funzioni di segretario al Comune. Nei primi anni del corrente secolo, mentre era parroco l’economo Don Domenico Failla, proveniente da Vizzini, la chiesa cattolica veniva frequentata da pochi fedeli, mentre quella valdese si popolava sempre di nuovi adepti. La spietata lotta antireligiosa che veniva fatta dal settimanale "L’asino" edito a Roma e diretto dallo scrittore socialista Guido Podrecca (anticlericale, convertitosi poi alla religione cattolica), da "Il libro dell’Inquisizione di Spagna", da "il Maiale nero" scritto dal Notari, avevano oscurato la fede religiosa e la maggior parte della gioventù riesina lanciava mordaci invettive contro il papa e i preti di allora. Il 17 febbraio 1910 ricorreva il 3100 anniversario della morte del monaco Giordano Bruno, filosofo nolano, accusato di eresia ed arso vivo nel Campo dei Fiori a Roma durante il papato di Clemente Ottavo (Ippolito Aldobrandini), quello stesso che ordinò il supplizio di Beatrice Cenci. Per commemorare quell’evento, fu scelto, come oratore, il geometra Giuseppe Accardi, liberale. Era Domenica pomeriggio, la piazza Garibaldi era gremita di pubblico; l’oratore, salito sopra il podio appositamente allestito di fronte alla società Unione e Libertà, aveva appena iniziato il suo discorso, allorché si udi' il tintinnio delle campane della chiesa Madre. L’oratore smise di parlare sperando che da un momento all’altro sopraggiungesse il silenzio. Purtroppo, anche se diverse esortazioni venivano fatte dagli astanti gesticolanti, i campanari continuavano a suonare con ritmo crescente provocando un assordante frastuono. Vennero emessi dei fischi si scagliarono le prime pietre, ma quelli impassibili, continuavano a suonare. La. folla tumultuante pensò allora di fare irruzione nella chiesa; fu a quel punto che le porte vennero sprangate. Le forze dell’ordine rimasero allibite ed impotenti a fronteggiare quella travolgente massa. La compagnia di soldati, tenuta di stanza nel paese per intervenire a sedare gli scioperi che di tanto in tanto avvenivano nelle miniere di zolfo, guidata dal loro capitano, cercava di aprirsi un varco a spintoni per giungere vicino alla chiesa e allontanare la gente che si era riversata davanti al portone con il proposito di scardinarlo. Per nulla rabbonita dai vari incitamenti dei soldati e dei carabinieri, e dello stesso geometra Accardi quella massa di energumeni non si muoveva di un passo: fu suonato allora il primo squillo di tromba, e, poiché nulla di mutato avvenne fu suonato il secondo squillo. Il bravo capitano, che in seguito ebbe un elogio solenne, aprendosi un passaggio con la rivoltella in pugno correva di qua e di là per rompere la compagine dei rivoltosi. Solo allora la resistenza cominciò a cedere e la massa, indietreggiando fino agli sbocchi della via Vittorio Emanuele e della via Pasqualino, si disperse. Nella prima decade del 1900 Francesco Butera, Salvatore Oliveri, Michelangelo Martorana,Giuseppe Golisano, Liborio Riccobene, Giuseppe Speciale, Luigi Riggio e Benedetto Ballistreri, furono mandati nel Seminario di Piazza Armerina dai loro genitori sperando di vedere i propri figlioli, ordinati sacerdoti, dare nuova linfa alla chiesa. Ma purtroppo amara fu la delusione. Solo gli ultimi due proseguirono quegli studi ed indossarono l’abito talare, mentre gli altri, dopo alcuni anni di frequenza, abbandonarono il Seminario per ritornare nelle loro case. Nella seconda decade del secolo in corso, nei giorni di quaresima, fu fatto venire dalla vicina Mazzarino, per diversi anni, come predicatore, il monaco-Giuseppe Scebba, di famiglia contadina. Un giovane alto, robusto, dal colorito bruno roseo e con due grandi occhi neri, fieri e penetranti. Dotato di una grande vena oratoria, ricca di discorsi conclusivi ai quali soleva intercalare "dunque, in conseguenza", riusciva ad attrarre nella chiesa un gran numero di fedeli e di non fedeli. Alla morte dell’economo don Domenico Failla ad ambire la carica di parroco ed economo v’erano due contendenti: il flemmatico Don Giuseppe Calabrò e l’altezzoso e bellicoso giovane Don Luigi Riggio. Una sorda e poi aperta lotta d’arrivismo s’era scatenata tra i due da farne oggetto di sarcasmi tra gli anticlericali. Il vescovo Sturzo, essendo venuto a conoscenza di quanto avveniva in seno alla chiesa, tenendo presente la grande popolarità che si era acquistata con le sue prediche il mdnaco mazzarinese, decise di nominarlo parroco della Chiesa Maria 5. 5. della Catena ponendo fine alle beghe. Il Calabrò, amareggiato per quella decisione, pensò di trasferirsi a Sampierdarena ove morì, mentre il Riggio rimase in attesa di eventi migliori. Lo Scebba, ricevuta la nuova carica, si svestì dell’abito monacale per indossare quello talare dei preti. Il suo primo pensiero fu quello di occuparsi del benessere morale e materiale della Chiesa. Con i proventi ricavati pensò di farla restaurare, affidandone l’incarico all’artigiano Fantauzza da Barrafranca. Costui con un lungo e paziente lavoro riuscì a rinnovare gli stucchi ornamèntali del tempio, ravvivarne i colori e sostituire tutto il vecchio pavimento con lastroni di marmo. Alla fine dei lavori, tra gli stucchi esistenti nella parte interna, al di sopra del portone principale, fece incidere: fl parroco D ‘Antona dal 1858 al 1879 l’adornò; il parroco Scebba nel 1914 a sue spese la rese così bella. Egli continuò a prestarsi con tutta la sua buona volontà al beneficio della chiesa e purtroppo i nemici non gli mancarono. Per il governo della sua casa, teneva nella sua abitazione, attigua alla chiesa, una sua giovane e formosa nipote, ciò fu causa di molti pettegolezzi. Circolarono delle voci maligne che pervennero alle orecchie del vescovo il quale, per evitare scandali, costrinse lo Scebba a declinare l’incarico e ritornare nella sua Mazzarino come parroco di una chiesa. In sua vece venne nominato don Luigi Riggio che, se pur colto e intèlligente, non seppe accattivarsi la stima e la benevolenza dei fedeli. La chiesa era frequentata da pochissime persone. Si ebbe un pienone solamente quando, durante il suo giro in Sicilia, chiamato dal Riggio, padre Giovanni Semerìa, un illustre predicatore, conferenziere e scrittore, che durante la prima guerra mondiale, quale generale capo cappellano dell’esercito italiano, si era recato spesso nelle trincee ad incitare ed incoraggiare i combattenti con la parola, tenne un bel discorso sul pulpito in legno, sito di fronte al posto dove si trovava l’organo; La gente era accorsa in massa per conoscere da vicino il famoso prelato, fondatore dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. In sostituzione del Riggio che fu parroco per dieci anni, fu designato Don Ferdinando Cinque da Barrafranca, un bravissimo prete, ammalato di diabete. Con lui si ebbe un certo risveglio nella fede. Alcuni valdesi si convertirono alla fede cattolica e furono battezzati con grande fastosità. Avendo di poi riscontrato lo stato miserando della chiesa, fece di tutto per ottenere che essa fosse retta dai Salesiani.

I SALESIANI A RIESI

Nel 1941 furono da Torino mandati quattro salesiani: Don Crispino Guerra, Direttore, don Paolo Giacomuzzi, don Ettore Carnevale, grande predicatore, che con la sua parola suadente attirò alla chiesa tanta gente, e il Sig. Luigi Guaschino, coadiutore. Molto arduo, all’inizio, si presentò a loro il compito. Ma essi non si scoraggiarono, anzi, sempre col sorriso sulle labbra, ricorrendo ad espedienti più rispondenti all’ambiente, fecero si che la chiesa si popolasse sempre più e la gente si accostasse con più fervore ai divini Sacramenti. Fu istituita la Scuola Media, legalmente riconosciuta, l’Oratorio salesiano venne frequentato dalla maggior parte della gioventù. Nel 1969, per il loro vivo interessamento, si diede inizio alla Casa di Riposo della quale si sentiva grande necessità per l’assistenza agli anziani.

PARROCI E REGGENTI

La Chiesa Maria S.S. della Catena

Angelo D’Angelo dal 1648 al 1657
Paolo Caci dal 1657 al 1664
Giuseppe Stimolo dal 1664 al 1670
Michele Ferrigno dal 1670 al 1672
Filippo Madonia dal 1672 al 1672
Giuseppe Margiotta dal 1672 al 1674
Pietro Zangari dal 1674 al 1705
Antonio Tagliavia dal 1713 al 1729
Pietro Parisello dal 1730 al 1741
Giuseppe Medicina dal 1741 al 1743
FeliceAmico dal 1743 al 1746
Antonio Baldassare Giuliana dal 1747 al 1773
Giacomo Ballistreri dal 1773 al 1774
AntonirtoUrso dal 1774 al 1781
Giovanni Maglietta dal 1781 al 1787
Giuseppe Fernandez dal 1787 al 1802
Rocco Veneziano dal 1807 al 1837
Giuseppe Golisano dal 1837 al 1838
Gaetano D’Antona dal 1838 al 1882
Salvatore D’Antona dal 1882 al 1885
Domenico Failla dal 1885 al 1910
Giuseppe Scebba dal 1910 al 1922
Luigi Riggio dal 1922 al 1932
Ferdinando Cinque dal 1932 al 1941

I SALESIANI

Crispino Guerra dal 1941 al 1945
Vincenzo Cali dal 1945 al 1952
Francesco Papa dal 1952 aI 1958
Giuseppe Sorano dal 1958 aI 1959
Giuseppe Virzì dal 1959 al 1965
Vincenzo Sangiorgi dal 1965 al 1966
Vincenzo Scuderi dal 1966

DON SALVATORE RIGGIO

In questa mia narrazione doveroso ricordare Don Salvatore Riggio, uomo di vasta cultura, bravo predicatore, richiesto spesse volte in diverse chiese della Sicilia per la sua grande vena oratoria. Proprietario di una non trascurabile proprietà di case e terreni si prefisse di usarla per un’opera Buona. Creò un Orfanotrofio per accogliere le piccole orfanelle povere del nostro paese. Per tale bisogna mise a disposizione il suo palazzo ubicato in via Carlo Alberto. Per l’educazione di quelle bambine furono fatte venire delle monache, accompagnate dalla Madre Superiore. Soddisfatto della riuscita della sua opera, il 4 aprile 1932 all’età di 86 anni mori a Riesi ove era nato nel 1846. Le sue spoglie riposano in un monumentino posto a sinistra di chi sale il viale principale del nostro cimitero.

DON PAOLO GIACOMUZZI

Fu un uomo modesto, retto, sincero, portato al bene con spontanea semplicità, né dal bene compiuto ha atteso riconoscenza alcuna. Nacque a Ziano di Fiemme provincia di Trento il 30 giugno 1883, ove frequentò l’asilo e le elementari e fu pastore per tre anni. Nella solitudine, nei lunghi spazi trascorsi nei monti alla custodia del suo gregge, la sua mente era impegnata in considerazioni spirituali ed umane che lo portavano a raffrontare la posizione di pastore di un gregge a quella di pastore delle anime. Dal 1885 al 1899 frequentò le Scuole Ginnasiali a Torino (Oratorio salesiano); dal 1899 al 1900 fece il noviziato salesiano; dal 1900 al 1903 fece gli studi magistrali a Torino (Valsalice). Nel 1903 passò a San Benigno Canavese, come assistente, insegnante nelle scuole professionali, maestro comunale; nel 1910 fu ordinato Sacerdote; dàl 1920 al 1923 fu Direttore delle Scuole professionali e maestro Comunale; nel 1923 fu Direttore delle Scuole professionali , esonerato dall’insegnamento Comunale; dal 1926 fu Direttore a Torino-Martinetto; dal 1929 fu Direttore del Convitto operaio e Reggente la Chiesa Pubblica o Santuario di 5. Giuseppe a Vigliano Biellese (Vercelli); dal 1934 fu Direttore dell’Oratorio Festivo di Valdocco (Torino); dal 1935 fu Direttore dell’Oratorio Festivo di Michele Ruà (Torino e insegnante di Religione presso la Scuola Media Statale "G. Parini" (Torino); dal 1938 insegnò Religione presso la. Scuola Media Statale a Perosa Argentina; dal 1941 fu Parroco della Chiesa del SS. Rosario a Riesi. Nel mantenimento d.i tutti questi incarichi si fece apprezzare per la sua intelligenza e per il suo zelo veramente cristiano. Per il suo carattere aperto e leale si accativò l’affetto e la simpatia di quella nuova generazione di giovani da lui formata alla vita cristiana, di cui fu grande animatore. Allievi ed ex allievi lo amarono e lo ricordano ancora. "Io ho creduto alla tua istruzione, io ho seguito la tua Scuola e se oggi Ziano ha un nome nazionale nel campo sportivo questo lo si deve a te, caro don Paolino, che hai attraverso me innestato tra i tuoi compaesani l’amore della vita sana, ispirata al buon costume, guidatada nobili sentimenti voluti da Lui ‘Dio’. La tua fede di allora la sento ancora come Divina consegna e non mi resta che dire grazie alla Provvidenza che ci ha fatto incontrare". Cosi si esprime Alfredo Paluselli, campione nazionale di sci, un suo ex allievo, in una lettera spedita il 19-9-1961 e che Don Paolo ha affidato a me. Dal 28 febbraio 1941. giorno del suo arrivo a Riesi, il nostro Don Paolo si pose all’opera di benefattore. Cordiale, festoso, sempre allegro, lungo le strade del paese salutava col suo evviva tutti quanti incontrava agitando le sue braccia. Agilissimo, dinamico, sempre gioviale e sempre disponibile accorreva sollecito a portare la sua parola di consolazione ai poveri, agli ammalati e agli afflitti, per tutti egli aveva una parola buona ricca di umanità e di fede cristiana. Come parroco della chiesa del S.S. Rosario diede sempre prova di tenere alta la sua dignità pastorale. Caritatevole, non disdegnò di elargire i proventi della chiesa a coloro i quali egli riteneva bisognosi. La cordialità e l’allegria sono le sue principali caratteristiche. A colui che per scherno alzò l’indice e il mignolo della mano destra non ricambiò con la stessa misura, anzi col sorriso sulle labbra, senza malizia, disse: "il Signore te le benedica". Nell’ottobre del 1970, appena ritornato da una Missione, il popolo di Riesi celebrò con grande gioia il 600 della sua ordinazione Sacerdotale. Intervennero i vescovi delle Diocesi vicine, con un grande seguito di parroci e preti: intervennero anche le Autorità Civili e Militari locali. La messa fu celebrata dal Vescovo di Piazza Armerina Mons. Sebastiano Rosso, nella piazza Garibaldi gremita da una grande folla. In quella occasione si svolsero scene di affetto spontaneo per ringraziare Don Paolo del grande bene operato nei trenta anni di lavoro a Riesi. li discorso commemorativo fu tenuto dal giovane insegnante Antonio Di Griutina, ex sindaco democristiano.

I NOSTRI SANTONI PIETRO E PAOLO

Anche Riesi deve annoverarsi tra quei pochi paesi della Sicilia che hanno avuto i suoi "Santoni" raffiguranti San Pietro e San Paolo. Per consuetudine, sin da tempi lontani, comparivano ogni anno nella mattinata delle Palme e in quella della Santa Pasqua per la "Giunta". A quando risale la comparsa di quei mastodontici santi non è stato possibile accertare la data esatta, ma, stando a quanto asserisce la famiglia Giuliana Mazzarotta che, una dopo l’altra, ha ereditato quella di San Paolo risalirebbe alla seconda metà del 1700 quando era Parroco il loro ascendente don Baldassare Giuliana. Le teste e le mani di cartapesta tolte dalle casse gelosamente custodite dagli stessi depositari, venivano applicati, per l’occasione, ad un’ossatura appositamente costruita con stecche di legno che formavano il corpo che veniva coperto da una lunga sacca con maniche di colore nero ravvivata da svolazzanti nastri variopinti. Tenendo conto dell’altezza del portatore che doveva far parte della famiglia che aveva ereditato, la statua poteva raggiungere l’altezza di 4 metri. Al santone Paolo veniva attaccata alla mano destra una lunga spada di legno, mentre in quella del santone Pietro venivano poste grosse chiavi. Le loro mani sinistre, invece, venivano... guarnite con fiori, menta o basilico e quanto era possibile con delle "favenueddi". Nella giornata delle "Palme" procedevano per le strade a suono di tamburo (suonato, per eredità, da uno appartenente alla famiglia Di Legami), che accompagnava i loro movimenti, pigiati e sballottati a destra e a manca da una grande calca di giovani, ragazzi e bambini che portavano rami di ulivo, simbolo di pace, o delle palme adornate con fiocchi di raso. Spesso i giovinastri si divertivano a prendere di mira con i petardi le teste di quei santoni e in particolare modo il lungo e denudato collo di 5. Pietro. Verso le ore 10, dopo il solito giro per le strade del paese, seguiti sempre da una grande folla, si recavano nella Chiesa Madre e al loro bussare veniva aperto il portone provocando con la loro irruzione, disordine e distrazione tra coloro che assistevano alla S.Messa. Se ciò fu tollerato dai precedenti reggenti la Chiesa non lo fu per Don Francesco Papa, parroco salesiano, il quale nel i 95~,pur affrontando l’ira della folla non permise l’entrata dei santoni in chiesa durante la celebrazione della Santa Messa. L’anno successivo quelle mastodontiche figure furono sostituite con simulacri più moderni. Ai proprietari che si sentivano orgogliosi di possedere quei santoni non è rimasto altro che chiuderli per sempre nelle antiche casse e tenerli come lontani ricordi.

IL PROTESTANTESIMO

Nel cap. XXV de La storia di Riesi si legge che il protestantesimo posò le sue radici nel nostro paese nel 1871 e che in seguito si affittarono i vani terrani del palazzo Inglese, nominando un pastore a posto fisso e s’istituirono le Scuole Evangeliche Valdesi. Ricorrendo alla data in cui avveniva il succedersi dei Pastori officianti quel culto, lo scrivente pensa che quel Pastore doveva essere Eduardo Bassanelli, un ex monaco che abiurò la fede cattolica e che mori molto vecchio e in ritiro a Riesi. Nel 1890 quella carica l’ebbe il milanese Giuseppe Ronzone, un ex colonnello dell’esercito italiano. Uomo di gran pregio, dalla sua congregazione fece acquistare nel 1897 il Palazzo Faraci. L’ala sinistra del fabbricato fu trasformata in Chiesa, mentre l’altra ala, composta da svariati vani terrani e a primo piano fu adibita ad aule per gli alunni d’ambo i sessi che frequentavano fino alla V elementare, o le scuole serali. Dall’Italia continentale furono mandati i maestri che in seguito furono sostituiti con elementi locali. Mercè la perseveranza e la grande assistenza del Ronzone il numero degli alunni aumentò tanto da superare quello che frequentava le scuole comunali o cattoliche di cui molti insegnanti erano preti paesani. Nel 1906 il Ronzone morì di paralisi e dopo la sua morte, per il cattivo andamento creatosi e per la mancata sovvenzione dall’alto della congregazione si decise di chiudere alcune di quelle aule. Nel 1960, per ufficiare il culto, fu mandato, o meglio, si fece mandare a Riesi Tullio Vinàj con propositi non soltanto religiosi ma anche e soprattutto altamente umani e sociali. Infatti, non appena arrivato, si pose all’opera studiando cosa potesse fare per dare avvio al suo proponimento e per migliorare i livelli occupazionali dei giovani. Similando l’esempio del monaco Pietro L’Eremita che col suo incitante grido di "Dio lo vuole, Dio lo vuole" riuscì a convincere diversi governatori a mettere insieme un esercito per affrontare quello turco, invasore dei luoghi Santi, egli, mostrando grande spirito umanitario, si servì di alcune fotografie tratte nei rioni più squallidi del nostro paese per spedirle ovunque e destare pietà e commiserazione per la popolazione che vi viveva ancora allo stato primitivo. Ovunque le foto furono messe in giro e riprodotte nei giornali internazionali protestanti. Un giornale tedesco scriveva in un suo servizio: Riesi un paese in agonia, salviamolo. Ciò, unito ad altri incitamenti, fece sorgere tra quella comunità una catena di solidarietà. Giunsero a Riesi le prime somme. Il primo pensiero del Pastore VinaI fu quello di comprare lo spezzone di terra del "Firriato" a poche centinaia di metri dall’abitato piantato ad olivi. Furono mandati ingegneri e tecnici per farne i rilievi ove fabbricare i muri da elevare tra i vuoti esistenti tra un albero e l’altro. I lavori ebbero inizio. Giunsero dall’alta Italia e dall’estero gruppi di diplomati, di professori, di studenti di operai d’ambo i sessi, che per solidarietà, per uno o più settimane, si sottoposero ai lavori di manovali senza alcuna remunerazione. Col continuo affluire delle somme vennero comprate altre terre circonvicine. Vennero allestite aule per scuole elementari, asili, locali per officine ecc. L’idea da tanto tempo accarezzata dal Pastore Vinaj finalmente si realizzò.

PASTORI ED EVANGELISTI

Il Ferro nel cap. XXV del libro La storia di Riesi ci fa conoscere che per divergenze politiche tra il Farmacista Don Giuseppe Janni, Sindaco, e Don Gaetano D’Antona, Parroco, nel 1871 il Protestantesimo pose radici profonde a Riesi che d’allora ebbe l’appellativo di "lu paisi di li prutistanti". Non pochi sono -stati i pastori che si sono distinti per l’apporto umano, culturale che hanno dato alla cittadinanza e per il profondo zelo dimostrato nel portare la Scuola Valdese ad un livello a volte superiore a quella pubblica.

GIUSEPPE RONZONE

Fu uno dei pastori protestanti che si distinse per la sua bontà d’animo e 1~ sua abnegazione verso il prossimo e verso la chiesa ove predicò il suo culto évangelico. Affabile con tutti, specie con i fanciulli che frequentavano le cinque classi elementari valdesi da lui dirette. per il numero degli scolari ebbe a gareggiare in quei tempi con quelle comunali. Nacque a Milano il 6 ottobre 1833 da Antonino e Marianna Mazzani. All’età di 15 anni, spinto dall’amor di patria, fece parte delle barricate delle "Cinque giornate di Milano" del 1848 contro gli austriaci. In seguito intraprese la carriera militare e si congedò con grado di Colonnello dell’esercito. Quale pastore protestante fu destinato a Riesi due volte e cioè dal 3 novembre 1890 al 24 dicembre 1903 e poi dal 12 aprile 1904 al 30luglio 1906 data della sua morte. Durante il suo pastorato, la chiesa ebbe un gran numero di fedeli, ai quali il giovedi e la domenica di ogni settimana predicava il vangelo. Senza alcuna remunerazione nelle sue ore libere impartiva a molti giovani, d’ambo i sessi, lezioni fino a far loro conseguire il diploma d’insegnante. Sorvegliava tutti i bambini che frequentavano la scuola valdese e, nell’ora della ricreazione, si vedeva sempre in mezzo a loro nel cortile dell’edificio a scherzare con il sorriso sempre sulle labbra. Era di corporatura un po’ robusta, soleva tenere la barba e i capelli lunghi e il copricapo alla garibaldina. Vestiva sempre con abiti di colore nero, come nero era pure il suo immancabile frak che soleva indossare; portava il colletto bianco alto ed inamidato che metteva in risalto la sua personalità e che lo additava come missionario religioso facente parte della comunità evangelica. Aiutò con i suoi mezzi disponibili poveri ed afflitti appartenenti.o no alla sua religione. La morte lo colse all’improvviso mentre passeggiava sul marciapiede davanti al portone della sua chiesa da lui tanto prediletta ed amata, lasciando un profondo dolore in tutto il popolo riesino.

SALVATORE FERRO

Nacque nel 1870 da Francesco e da Maria Matera. Colpito da paralisi infantile, era costretto a camminare con la gamba sinistra claudicante e il braccio dello stesso lato tenuto teso all’insù e con la mano immobile curvata al contrario. Per la menomazione del suo fisico non gli fu possibile imparare il mestiere del padre e del fratello Vito entrambi calzolai; avendo frequentato la locale chiesa Evangelica Valdese, mercé l’assistenza e le lezioni che gli venivano impartite dal pastore Giuseppe Ronzone, riuscì ad avere una discreta cultura che gli consentì di trascorrere una vita comoda anche se a volte raminga. Lo chiamavano "Maestro Ferro", ma per non confonderlo con l’altro maestro Ferro che insegnava nelle scuole comunali, veniva distinto col nomignolo "Manuzza" per la menomazione della mano. Frequentando assiduamente la chiesa valdese, da quell’istituto ebbe nel 1902 il primo incarico come insegnante della terza classe elementare, ove in quell’anno lo scrivente fu uno dei suoi alunni. Alla fine di quell’anno scolastico ebbe l’incarico di recarsi in Svizzera e propriamente a Ginevra e da quella città a Genova: Nel 1907, come colportore da quello stesso Istituto fu mandato in Egitto per vendere la Bibbia, libri del Vecchio e Nuovo Testamento con testi Evangelici valdesi. Colà ebbe l’occasione di girare la città di Alessandria, il Cairo e quasi tutte le località ove regnarono i Faraoni. Nel mese di febbraio del 1920 lasciò l’Egitto e imbarcato su un battello, dopo un lungo e pericoloso viaggio sul mare Mediterraneo, riuscì ad approdare a Siracusa e di là poté proseguire per Catania. Si recò poi a Grotte e da qui, come egli ebbe a descrivere nel suo libro Nell’Egitto antico e moderno fu "trabalzato" nell ‘Abruzzo-Molise. Avido di girare, accettò ancora una volta l’incarico di colportore per conto della Società Biblica Britannica e Foresteria con sede a Livorno il cui Presidente onorario era il Principe di Galles erede al trono inglese. Scopo di quella società era di far conoscere e vendere in tutto il mondo i libri della Sacra Scrittura protestante tradotta in tutte le lingue. Stanco di girovagare e per l’avanzata età, abbandonò ogni cosa e se ne tornò a Riesi "per potere ritrovare il bel sole, gli amici e il lavoro delle piccole lezioni" da impartire agli alunni privati. Scrisse il suo primo libro Nell’Egitto antico e moderno edito nel 1932 e poi l’altro La storia di Riesi dalle origini ai nostri giorni pubblicato nel 1934 e cioè dopo che poté raccogliere i fondi ricavati dalla vendita effettuata dal suo primo libro. Per la compilazione del suo secondo volume s’era avvalso delle notizie che aveva potuto apprendere dai suoi parenti che ebbero lunga vita terrena. Egli non si sposò, rimase con la mamma finché visse costei, poi abitò a casa di sua sorella ove morì l’8 novembre 1942.

LE NOSTRE MINIERE DI ZOLFO-TALLARITA

Nel cap. XVII del libro La storia di Riesi del nostro concittadino Salvatore Ferro si legge che lo zolfo fu trovato nel feudo "Tallarita" al principio del 1800. Leggendo la pagina 214, capitolo VII del volume compilato dal prof. Avv. Giuseppe Gugino e dell’avvocato Giuseppe Riservato che racchiude le raccolte delle comparse da loro presentate presso la  sezione della Corte d’Appello di Palermo, per la causa degli usi civici, che si ebbe nei primi anni di questo secolo, intentata dagli abitanti di Riesi, contro gli ex Baroni spagnoli della Casa Fuentes-Aragona, proprietari dei feudi Tallarita, Palladio, Urletta e Cipolla, ci fa rilevare, mercè un documento che riporta una descrizione fatta nell’anno 1681 da don Pietro Padilla sul feudo Tallarita, per conto dell’allora amministratore di quella baronia, don Giacomo Palofox che: "Nelli sopra detti feghi, sono le infrascritte cose: un bosco diviso in tre parti, cioè: nella Solfara soprana, nella Solfara sottana e nello fego Cipulla saranno 8000 piedi di olivi et agliastri in circa ecc....nelle sopradette Solfare ci è un pezzo di bosco firriato che sarà salme tre, per fare una guardia di olive, fastuche, pira ecc. ecc... Stando quindi alla descrizione della baronia fatta da Don Pietro Padilla, in quel feudo esistevano già le "Solfare" sin da quell’epoca, tanto che in seguito venne chiamato il feudo delle "Solfare". Il Padilla, nella sua descrizione, non fa alcun cenno sull’esistenza della miniera di Portella di Pietro, nell’ex feudo Cipolla, che il nostro Ferro ce la dà come la più antica. Non c’è da mettere in dubbio che l’inizio della miniera Tallarita sia stato dato nei primi dell’800 e, per come ci viene tramandato, da imprenditori inglesi che la lasciarono nel 1825, prima che scadesse il contratto. Subito dopo il nostro paesano, Giuseppe Faraci "vero tipo di zolfataio, azzardò di prenderla lui e lavorando e facendo lavorare, in 20 anni si arricchi molto" come ebbe a scrivere il Ferro. Dopo fu gestita dai fratelli Turco, pure nostri paesani. Una società francese, con i suoi tecnici fece una completa trasformazione dei vecchi sistemi di estrazione del minerale di zolfo. Mentre precedentemente le mine venivano preparate a colpetti di pali di ferro, poi vennero usate le trivelle azionate a mano. Per il trasporto del grezzo dall’interno all’esterno della miniera invece di servirsi dei "carusi", (i quali messi al lavoro in tenerissima età crescevano rachitici ed ignoranti), o dell’argano fissato all’esterno azionato da un mulo, vi impiantarono la macchina a vapore acqueo che dava il movimento di discesa e di salita nel pozzo verticale appositamente costruito alle due gabbie dell’ascensore nelle quali venivano introdotti i rispettivi vagoni vuoti o carichi del materiale estratto. Per facilitare il trasporto del minerale, furono costruiti dei binari ed adottati carrelli scorrevoli su rotaie. Servendosi del vapore prodotto dalle caldaie, impiantarono "l’apparecchio", che consisteva in un involucro circolare, costruito di lamiera spessa di ferro, nel quale venivano introdotti tre vagoni pieni di materiale contenente un’alta percentuale di zolfo e poi chiusi ermeticamente. Nell’involucro veniva iniettato del vapore acqueo surriscaldato alla pressione di tre o quattro atmosfere. A contatto dell’alta temperatura avveniva la fusione dello zolfo che, per mezzo del fondo grigliato dei vagoni veniva fatto colare nelle apposite forme chiamate "gavite". Ma nel 1895 la ditta francese falli. Rimase il vice direttore Emilio Bancillon, che avendo sposato una delle sorelle del chimico farmacista don Minuccio Jannì, si stabili a Riesi. Seguì la gestione Nuvolari. Gli strati di zolfo si facevano più estesi e profondi e quindi bisognava aumentare le gallerie e i cantieri di lavoro. L’elettricità era ai primi albori e allora si pensò di costruire vicino all’entrata dove avveniva la discesa.nella miniera, una centrale elettrica per la quale s’impiantarono due motori a gas povero di 50 HP ciascuno, in seguito, a questi se ne aggiunse un altro di 80 HP bastevole per azionare le rispettive dinamo per dare luce e forza motrice sia alla miniera Tallarita che alla miniera Trabia di Sommatino che si erano unite in ùn’unica ditta "Luzzatti Nuvolari". L’ing. Giuseppe Luzzatti, che era un pròfondo conoscitore nel campo minerario, pensò di non usare più "l’apparecchio", perché costoso e di eliminare l’uso dei calcheroni, perché rendevano poco e di sostituirli con la costruzione di forni di fusione di sua invenzione ai quali venne dato il nome di "batteria Luzzatti"Gli operai aumentavano di numero di giorno in giorno, ma aumentavano anche i morti e gli scioperi. Il più disastroso fu quello del 1 0 luglio 1 903. Gli scioperanti accompagnati da alcune scalmanate donne, partendo da Riesi si recarono nella miniera e, con gesti vandalici e con furia impetuosa, oltre a danneggiare il macchinano, saccheggiarono le case degli impiegati ivi residenti con le rispettive famiglie che erano scappati prima del loro arrivo, assieme al Direttore Quinto Fabbri. Durante la sommossa, il geometra Marmolada, ch’era .rimasto sul luogo, rimase ferito da una bastonata alla testa. Durante tale gestione fu costruita una funicolare aerea avente lo scopo di trasportare le "balate di zolfo" dall’altra sponda del fiume Salso e direttamente alla stazione di Campobello-Ravanusa, eliminando così l’uso dei carri trainati da animali che risultavano più costosi. Caduto il Nuvolari, rimase solo l’ing. Luzzatti. Il minatore ebbe a disposizione una nuova forza per scavare: l’aria compressa che pompata fino agli ultimi cunicoli attraverso tubazioni rese meno duro il lavoro degli zolfatai, mettendo a loro disposizione martelli, scalpelli ed altre macchine pneumatiche, più efficaci dei vecchi sistemi manuali. Con l’energia elettrica si èbbero maggiori vantaggi. La forza motrice per le due miniere non era bastevole, perciò si pensò di costruire un’altra centrale elettrica al di là delle miniere, vicino al ponte provinciale che sovrasta il fiume Salso. Era l’anno 1906. In questa nuova centrale vi furono impiantate tre coppie di motori a gas povero da 250 HP corredate dalle rispettive dinamo. Gli operai che lavoravano nella sola miniera Tallanita, superavano il migliaio. Le miniere furono ingrandite; ebbero nuovi macchinari, s’impiantarono forni per la fusione della ghisa e bronzo per la costruzione di pompe, ingranaggi ed altri attrezzi occorrenti alle miniere. Gli strati di zolfo si allargavano, il personale aumentava sia nelle miniere come nelle officine; di tanto in tanto gli operai, malcontenti del salario percepito si astenevano dal lavoro. Il locale della Centrale s’ingrandì e venne allungato tanto da potervi installare altre tre coppie di motori a gas povero di 300 HP ciascuna, erigendo al centro la nuova cabina, distributrice di corrente; ma queste tre coppie di motori, per difetti riscontrati nel loro funzionamento, vennero sostituiti da altrettanti motori Diesel, funzionanti ad olio pesante. Siamo giunti alla prima guerra mondiale; a frenare i continui scioperi, che scemavano la produzione dello zolfo, dal ministro della guerra, con decreto del 23 febbraio 1917, come le altre, attrezzate d’impianti meccanici per l’estrazione dello zolfo, la miniera fu dichiarata "Stabilimento Ausiliario". Mercè tale decreto, molti operai che si trovavano in servizio militare, o in zona di guerra, furono, con richiesta, fatti tornare in.miniera e dichiarati operai militarizzati. Per la parte disciplinare della miniera fu mandato un tenente con alcuni soldati che riuscì ad allontanare ogni principio di sciopero da parte degli operai. Nel 191 8 ebbe fine la gestione Luzzatti, per incominciare quella della "Montecatini". Terminata la guerra, s’inasprirono gli scioperi. Questa società cercò di sfruttare, quanto più possibile, i giacimenti di minerale di zolfo, fece tentativi collo scavare in profondità raggiungendo oltre i 400 metri portando a 30 il numero dei livelli. La miniera era in esaurimento, non si riuscì a trovare un nuovo strato di zolfo. I tecnici della Montecatini consigliarono alla società di abbandonare la gestione non solo della miniera Tallarita, nia anche della miniera Trabia. Ciò avvenne nell’anno 1923. I principi Pignateili e Trabia proprietari delle miniere cercarono d’istituire con fondi propri, una società che denominarono "Società Imera". Alla loro gestione si aggiunsero in seguito altri azionisti e la "Società Imera" passò col nome di "Società Vai Salso". Fu durante questa gestione che si pensò di utilizzare i "manciati", cioè quegli strati poveri di zolfo, che nel passato erano stati tralasciati per il loro scarso rendimento produttivo. Ma i calcheroni e i fornelli non si prestavano per la produzione dello zolfo, quindi si ricorse alla "flottazione". Poiché per tale trattamento occorre una grande quantità di acqua, l’impianto venne costruito accanto a quella centrale elettrica ubicata vicina al fiume, dal quale anche in estate si poteva avere una sufficiente quantità d’acqua. Ma nonostante gli sforzi e i mezzi tecnici, la miniera non riusciva a dare quella produzione bastevole per fare fronte alle spese occorrenti per farla funzionare. Ad aggravare la situazione si aggiunse la concorrenza dello zolfo proveniente dall’America che riuscì a prevalere sul nostro sino al punto che, per le mancate richieste dall’estero, s’innalzarono degli alti stok, che accumulandosi, finirono per occupare gran parte dei porti di Licata e di Porto Empedocle. Questa triste situazione fece venir meno i fondi per pagare il personale addetto ai lavori della miniera. Si reagi con gli scioperi; intervennero lo Stato e la Regione a sovvenzionare la "Vai Salso". Gli operai ritornarono a lavorare fino a quando finirono i fondi reperiti. Allora lo sciopero divenne ad oltranza e perdurò per molto tempo. Dopo parecchi mesi di inattività, nel riprendere la fase lavorativa, un incendio invase l’intera miniera, nonostante i diversi tentativi di spegnimento, le fiamme non si spegnevano. Non essendovi più nulla da sperare fu ordinato l’allagamento. Ciò avvenne nell’anno 1963, dopo più di 300 anni di esistenza. Per l’intervento dell’E.M.S. (ente minerario siciliano) nei locali della centrale elettrica, sorse il "Centro di Addestramento minerario con una modernissima attrezzatura di macchinario. Alcuni degli operai disoccupati furono assunti in detto "centro", mentre tutti gli altri, sempre dallo stesso ente, ebbero i loro posti di lavoro in altri centri minerari dell’isola. L’impianto della flottazione rimase a disposizione delle altre miniere sfornite.

PORTELLA DI PIETRO

Il Ferro nei cap. XV della Storia di Riesi, citando questa miniera dice che fu la prima, in quanto, secondo il suo scritto, io zolfo vi fu trovato negli ultimi anni dei 1700. Per tale detto, io scrivente è costretto a riportare il lettore nella sua precedente narrazione e precisamente nella relazione fatta nel 1681 dal Padilla ove parlava delle "sulfare di tallarita". Non c’è da mettere in dubbio che Portella di Pietro abbia preso incremento produttivo nei primi del 1800. Infatti pare che Don Antonino Verso, un avo di quella distinta famiglia che tiene alto il suo nome, ebbe a gestire per parecchi anni quella miniera. Dopo di lui ne seguirono altri, ma colui che si distinse maggiormente per capacità fu Rocco Di Silvestre, coadiuvato da Giuseppe Correnti. La miniera, fino al 1906,non era fornita di mezzi meccanici, e quindi il minerale grezzo di zolfo estratto veniva portato fuori all’aperto e a spalla dai "carusi" (persone la cui età si aggirava dai dieci ai 40 anni che, per il sovraccarico lavoro fisico nell’età dello sviluppo, erano rimasti rachitici e mal formati) in appositi sacchi di tela pesante o in corbe chiamate "Stirraturi". .A causa della profondità in cui si era arrivati, i "carusi" per lo scendere e salire le scale, a stento potevano fare sedici viaggi al giorno in 12 ore di lavoro. Per eliminare questo sistema abbastanza faticoso di trasporto nello stesso tempo costoso al Di Silvestre venne l’idea di potere giungere nel basso della miniera merce lo scavo di una galleria da iniziare dalla parte opposta della collina dove è ubicata la miniera e precisamente dalla contrada "Petrafacili". Iniziando gli scavi di perforazione da quel punto, in un primo tempo si dovette "cassare" circa 90 metri di strato gessoso, poi si andò incontro al materiale più molle per altri 60 metri, sino a ché, la galleria comunicò col fondo della miniera, per come era stato progettato dal Di Silvestre. Tale trasformazione avvenne nel 1907. Per ridurre al minimo possibile il pericolo delle frane, vennero fissati puntelli di legno verticali ed orizzontali, travi a contrasto. Per facilitare il trasporto del materiale nelle gallerie orizzontali, furono adottati carrelli scorrevoli su rotaie e così, con poca fatica e meno dispendio, si potè mandare fuori nella parte di "Pietrafacile" tutto il grezzo che veniva estirpato durante il giorno e scaricato all’imbocco dei fornelli di fusione, che erano stati costruiti e allineati proprio nei punti ove poteva più facilmente avvenire lo scarico. Per il ritrovamento di altri filoni di minerale, la miniera s’incrementò tanto da dare lavoro a 40 unità giornaliere. Nel 1918, per l’esaurirsi degli strati di zolfo la miniera fu abbandonata dagli imprenditori. Sopravvenuta la legge d’esproprio da parte dello Stato di quelle miniere non gestite dagli stessi proprietari, la società "Val Salso" di cui facevano parte i principi Pignatelli, tentò di rimetterla in efficienza con mezzi estrattivi moderni mandando i propri tecnici. Ma dopo infruttuose esplorazioni la miniera venne abbandonata.

LA MINIERA PRINCIPESSINA

Nel 1904, dopo diversi tentativi fatti negli anni precedenti, nella contrada "Principessina", facente parte dell’ex feudo "Palladio", da cercatori di zolfo, senza riuscita, la sorte si presentò favorevole ai fratelli Alberto, Rosario, Giuseppe e Salvatore Scibetta, zolfatai e nostri paesani. Durante i loro sondaggi e ricerche ebbero la ventura d’imbattersi in un filone che prendeva un’estensione più ampia man mano che si estraeva il minerale, tanto da richiedere un rilevante numero di minatori. Abbondante era la quantità ed eccellente la qualità. Mancando a loro i fondi necessari per potere affrontare le spese occorrenti, per il funzionamento della nascente miniera, i fratelli Scibetta furono costretti a chiedere aiuti al Notaio Giuseppe Verso Scimena, che suoleva prestarsi in simili occasioni. Si prepararono i fornelli di fusione dove veniva versato il materiale estirpato e portato a dorso dai "carusi" per mezzo di corbe "sterraturi". Lauti erano i guadagni, i fratelli Scibetta, smisero di lavorare, e pretesero che i loro compagni di lavoro li chiamassero "principali". Per dare maggior risalto alla loro personalità, si servirono di belle giumente ben sellate per cavalcarvi come grandi signori. Nel corso di un anno la miniera era in piena efficienza, tanto da spingere la ditta Luzzatti a fare richiesta che le fosse ceduta dietro una congrua ricompensa; tale proposta fu respinta dai fratelli Scibetta. Vennero fabbricate delle casette per loro e gli operai, non vi mancò una piccola bottega di generi alimentari. Il "si disse", quasi sempre risponde a realtà, per cui non mi esimo dal fare sapere che "si disse" che uno dei fratelli, in un momento di enfasi,. abbia rivolto gli occhi al cielo invocando "Signore, ora basta, è sufficiente quello che ci avete dato". Ma ahimè! Parve che quella invocazione fosse stata prestamente udita. Gli strati del minerale si esaurirono, restando roccia o terra sterile (ganga). Dopo pochi anni la "Principessina" rimase inattiva. Cosa avvenne dei fratelli Scibetta? I due fratelli maggiori, Alberto e Rosario, ripresero il lavoro di ricerche in altri luoghi, il terzo dei fratelli, Giuseppe, riducendosi a lavorare in una cava di gesso del "Piano" rimase ucciso in seguito alla caduta di un grosso macigno, staccatosi improvvisamente dall’alto. Il più piccolo, Salvatore apri una bottega per esercitare il mestiere di "bastaio".

VALLONE FONDUTO O DOMENICO LO SBIRRO

Per il flusso delle acque sulfuree che scaturiscono all’aperto in quell’a contrada che fa parte dell’ex feudo Spampinato, e propriamente nell’altra sponda di detto Vallone, in precedenza vi erano state scavate delle buche di esplorazione per potere trovare quello strato di zolfo che veniva segnalato dal colore e dalla puzza emanata da quella sorgente. Verso la fine del 1800, si trovava a Riesi don Diego Rao che da Canicattì era venuto a gestire per proprio conto quel feudo. Avendo fatto conoscenza col noto Rocco Di Silvestre, esperto in materia zolfifera e con la partecipazione del principe don Ector Pignatelli D’Aragona, comproprietario del feudo, vennero alla determinazione di fare altri sondaggi in quei luoghi fino a che trovarono tracce di zolfo. Ma, durante lo scavo delle miniere incontrarono un grande nemico, l’acqua, il cui flusso nell’interno tendeva sempre ad aumentare e non permetteva la continuazione dei lavori. Si pensò quindi d’installare all’esterno una caldaia a vapore in modo che azionando le pompe (cavalloni) si potesse arrivare al prosciugamento efficace delle acque. Effettuato quel montaggio, si poté ottenere una estrazione maggiore di minerale ed un accrescimento di fornelli per la produzione delle "balate" arrecando grande soddisfazione agli imprenditori. Ma l’esercizio dì quella miniera durò pochi anni.

LA PICCOLA MINIERA DI PIACENZA

Anch’essa, come la "Portella di Pietro", fa parte dell’ex feudo "Spampinato", come questa, visibili dal lato sinistro dello stradale che dal bivio "Schette" porta a Caltanissetta. Questa miniera fu la più recente e la più piccola e quella ch’ebbe meno durata delle altre. Nei primi anni del corrente secolo, s’iniziarono le prime ricerche del minerale di zolfo senza trovarne alcuna traccia. Solo nel periodo della seconda guerra mondiale venne trovato un filone che diede lavoro a pochi operai.

LA BRUTTA FAMA DI RIESI

Si era nel mese di marzo dell’anno 1917, l’Italia era in guerra con l’impero Austro-Ungarico. Gli scioperi degli operai delle due miniere di zolfo Tallarita - Trabia si susseguivano e mettevano m difficoltà la gestione della Ditta Luzzatti. Il ministero della guerra, con decreto 25 febbraio dello stesso anno dichiarava tutte le miniere di zolfo della Sicilia, munite d’impianti meccanici "Stabilimenti Ausiliari" e poneva tutto il personale alla dipendenza del Comitato Regionale di Mobilitazione Industriale con sede a Palermo. Questo Ente provvide ad istituire una sorveglianza disciplinare a carattere militare. Si adoperò per ottenere l’esonero del servizio militare di quegli qperai che lavoravano nelle miniere, e per risolvere la questione salariale fra esercenti e massa operaia. Direttori di allora erano: il geom. Angelo Buscemi da Caltanissetta per la miniera Tallarita e il geom. Giovanni Del Tinn, settentrionale, per la miniera Trabia. Direttore, capo gruppo era l’ing. Enrico Raverta che non ancora esonerato si trovava a combattere al fronte col grado di Capitano del Genio. Per la sorveglianza disciplinare, era stato mandato sul posto, al comando di una compagnia di soldati, un Tenente di Fanteria siciliano di nome Bongiorno. La massa operaia, prendendo alla leggera quel provvedimento, in forza della deliberàzione della loro locale "Società Lega Zolfatai", non ascoltando gli avvertimenti fatti dai propri tecnici sul pericolo a cui si aùdava incontro con un nuovo sciopero, decisero di astenersi dal proprio lavoro. Tale decisione provocò la reazione di quel Tenente il quale, convocati i tecnici delle locali miniere, ottenne un elenco di coloro i quali erano esponenti di quella massa, e lo trasmise al Comando della Stazione dei Carabinieri di Riesi, che a loro volta, fattisi venire uno alla volta gli elencati in Caserma li fecero rinchiudere in serata nella camera di sicurezza. Verso mezzanotte venne dato ordine ai fermati di uscire dal luogo ove si trovavano rinchiusi e ammanettati, furono fatti partire su carretti, scortati dai Carabinieri, verso la stazione di Campobéllo-Ravanusa, perché la più vicina a Riesi, e facendo loro prendere posto in un vagone riservato, furono fatti proseguire col treno in partenza per Palermo, ove giunti, con carrozze da nolo furono portati alle carceri dell’Ucciardone. Il vedere entrare gli arrestati con una buona scorta di militi fece impressione al dirigente di quel carcere, ed avendo appreso il motivo dell’arresto, fece intendere che non vi era posto per loro e quindi si dovevano portare in un altro luogo. I Carabinieri di scorta per esimersi da ogni responsabilità, pensarono dì portarli, sempre su carrozze, a Porta Nuova ove risiede la Legione di quell’arma, che a sua volta li prese in consegna e li rinchiuse in una camera di sicurezza, buia. Nell’interno era posto un tavolato rialzato che serviva da giaciglio e che era occupato da due carabinieri che vi stavano per punizione. In quei tempi, nelle camere di sicurezza, si tenevano per i bisogni corporali dei vasi di terracotta a forma di un alto cappello a cilindro, chiamato in gergo carcerario "Mastello". In quel vano ce n’erano due che durante la notte furono riempiti in modo da traboccare ed insozzare il pavimento, provocando in quel locale chiuso una puzza insopportabile tanto da causare lo svenimento ad uno che, arrestato ingiustamente per capriccio del suo capo tecnico, era debole e febbricitante per la malaria contratta all’esterno della miniera. Tutto era buio, e ciò provocò lo sgomento e uno dei rinchiusi incominciò a bussare con forza alla porticina d’ingresso per chiedere soccorso. Dopo un lungo bussare, si apri lo sportellino spiraglio; si affacciò un graduato e con voce autorevole domandò cosa si volesse, gli si chiese di prestare un po’ di soccorso allo svenuto che si trovava ancora a terra, ma quello per nulla commosso, rispose: "Siete riesini? Scattati e muriti come cani", chiuse lo sportello e scomparve senza farsi più vedere. Lo scrivente, in questa narrazione ha creduto di trovare lo spunto per continuarla con altri episodi e fatti che nel passato avevano denigrato il nome di Riesi e che diedero motivo a quel graduato di usare quell’inumano trattamento e quella frase poco cristiana. Nel cap. XLI della Storia di Riesi il nostro Ferro ci fa un quadro abbozzato dello stato in cui si trovava la classe zolfifera con le sue conseguenze. A quanto fu scritto, lo scrivente aggiungerà altri particolari, non solo, ma narrerà altri fatti che posero il nostro paese a vituperio e a ludibrio della stampa. In quei tempi il lavoro delle Miniere Tallarita - Trabia era di 12 ore effettive a cui bisognava aggiungere 2 ore per l’andata o il ritorno alla miniera e viceversa. Il lavoro era espletato in due turni, uno di giorno e l’altro dì notte. Non essendovi ascensori, l’operaio addetto ai lavori interni, era costretto a scendere nel sottosuolo servendosi della così detta "Discenderia" da dove per mezzo di scale, appositamente costruite in legno e fissate quasi verticalmente si poteva giungere a circa 200 metri di profondità e quindi giungere ai propri cantieri di lavoro. Ivi, si lavorava, per il calore esistente, a dorso nudo e quasi ignudi. Prima di usare le trivelle o i martelli pneumatici per estrarre il materiale di zolfo, si adoperava il piccone, un arnese foggiato a forma di prisma rettangolare, lungo cm. 25 e dal peso variante dai quattro ai cinque chili avente una estremità con la punta acciaccata, mentre dall’altra nella parte appiattita v’era un buco quadrato ove si fissava il lungo manico servente per il maneggio. Durante l’estirpazione si sprigionava del pulviscolo che si posava sulla carne nuda e matida di sudore e faceva emanare quel caratteristico puzzo che nel gergo zolfataio veniva chiamato "pitirro". Il lavoro in miniera era molto pericoloso per la vita degli zolfatai e per l’incognito spesso fatale a cui essi andavano incontro come lo scoppio dei gas di zolfo, il distacco di qualche masso dalla volta della galleria, o qualche frana di materiale. Dopo quel duro e pericoloso lavoro, davano il cambio ai compagni che venivano a lavorare di notte per poi salire per le scale e portarli all’aperto. Non esistevano case per dare loro asilo, perciò erano costretti a ritornare in paese e percorrere a piedi i tre chilometri che lo distanziano dalla miniera con i due terzi di salita ripida. Il loro lavoro settimanale era costante, solo il pomeriggio del sabato venivano mandati prima che finisse l’orario di lavoro. Per la domenica e i giorni festivi era consentito il riposo.In quei tempi la miniera era diventata la fucina del malandrinaggio. Giovanotti imberbi venivano foggiati dai più grandi; dopo aver ricevuto i primi tocchj, non occorreva investitura, bastava il berretto alla "malandrina" e il loro comportamento altero, per attribuirgliene il titolo di malandrino. Dimostravano principalmente: coraggio, "fermezza di stomaco" a non "cantare" le cose viste che avrebbero potuto portare altri nelle mani della Giustizia. L’unico svago per la classe zolfifera era quello di farsi la "bicchierata" nelle bettole nei pomeriggi e nella domenica. La principale e la più frequentata era quella di "donna Stella", adiacente alla Chiesa del Crocifisso, seguivano poi quelle di Capizzi e donna Carolina, vicine alla Piazza e quella di "Rosa Lombardo" allago, tutte erano fornite di vino proveniente da Vittoria, quello di produzione locale era venduto nella propria abitazione dagli stessi produttori. Stando in piazza si formavano dei "partiteddi" cioè gruppetti che a volte superavano la diecina e tutti insieme si recavano all’osteria preferita da loro. Dopo una lunga settimana di duro lavoro, quel divertimento per loro era come riconciliarsi con la vita. I vani erano spaziosi per contenerli ed ivi passavano delle ore bevendo e chiacchierando, tra i fumi del vino e del tabacco. Taluni, per rendere più soddisfacente la sorseggiata del vino, si portavano: finocchi, lupinelli e, se d’inverno, i cardi o i carciofi selvatici bolliti, che trovavano più stuzzicanti. Tante volte si presentava qualche antico o gruppetti di amici che facevano comunella e aumentando di numero, si capisce che a sua volta aumentava la richiesta di vino da bere. Era solito che alla fine della bicchierata, quando qualcuno di loro era saturo di vino, fare il "tocco" da lui chiamato "scherzetto" che tante vOlte finiva nel tragico per le contraddizioni e i contrasti che avvenivano tra il "Padrone, Sutta e Uscita", per dare il consenso a colui che doveva bere il bicchiere colmo in modo che alla fine del gioco una persona rimaneva "Ulmo" cioè senza bere. Allora l’euforismo del vino prevaleva nelle discussioni che avvenivano, si passava alle parole grosse che erano causa di risse, tante volte placate sul posto, talvolta invece si davano appuntamento allargo col coltello a punta o con la "Spaccasole". Quest’arma era un coltello a molla con l’estremo della lama un po’ larga ed era ritenuta più adatta al maneggio per lo sfregio che il taglio provoca alla faccia del colpito. Spesse volte avveniva la ritorsione dello sfregiato. Sempre, in quelle serate, non era nuovo il caso di vedere nelle ore tardi, a chiusura di quei ritrovi, in piazza o per le vie del paese, dei gruppetti avvinazzati, improvvisarsi poeti o fare delle sconclusionate discussioni o altri con le vacillante malferme gambe arrancarsi verso le loro case. I giovani, invece, avendo più grilli per la testa, dopo avere bevuto, preferivano recarsi al "Suono", così chiamato il locale ove si poteva ballare. Il più quotato era quello del "Prof. Salvatore Ferro" che suonava il violino, mentre suo figlio il contrabasso. Questo locale era ubicato nel suo vano terrano, esistente nel cortile, vicino la Chiesa del Crocifisso. Nel pianterreno sito a metà salita del poggio della Croce esisteva anche quello del fratello Francesco, pur suonatore di violino che assieme alla figlia suonatrice di chitarra allietavano i giovani. Poi c’era quello di "Salvatore La Leggia", che col suo pianoforte a manovella intratteneva gli ospiti in via Golisano vicino la piazza Garibaldi. I balli di allora erano: il valzer, la polca e la mazurca. Anche in queste sale avvenivano risse ed altro che venivano descritti dai giornali, mettendo in risalto il malandrinaggio. Accadeva spesso che nelle serate di sabato e di domenica qualcuno riceveva sfregi alla faccia o cadeva ucciso. Per mettere ancora in rilievo il paese, si aggiungeva qualche sciopero, ma il più rìsonante fu quello avvenuto nel 1903, quando la massa operaia con alcune scalmanate donne, si recarono alla miniera Tallarita, per saccheggiare tutte le case degli impiegati, gli uffici, il magazzino contenente il materiale occorrente per la miniera, rompendo alcuni accessori delle macchine di quella centrale e ferendo alla testa il Tecnico Marmolada che era rimasto sul posto di lavoro. Questo fatto venne deplorato dalla stampa di diversi giornali che, nelle loro colonne, riportavano vivaci commenti sul vandalico operato di quei facinorosi. I particolari di quel che avvenne si leggono nel cap. XLII della Storia di Riesi. I tempi migliorarono lo stato di questa classe. Le 12 ore del loro lavoro vennero ridotte a 10, la remunerazione fu maggiore, venne abolito il discendere e il salire dalla miniera con la "Discenderia" mettendo in uso l’ascensore reso più perfezionato. La nuova gioventù incominciò a disertare l’osteria e a frequentare i nascenti bar, caffè, cinematografi, mescolandosi con la gioventù artigiana diminuendo così le risse, i ferimenti e le disgrazie. Quanto narrato è l’epilogo della prima fase con i fatti inerenti alla classe zolfifera che la concludiamo con una codina riguardante la massa contadina, che ha avuto la sua parte nel denigrare il nome di Riesi. Nei primi dell’anno 1914 piombò a Riesi Giuseppe Butera. Con lusinghiere promesse, riuscì a infervorare quella gente. Lo scrivente si esime dal narrare quel che avvenne perché è scritto nel cap. XLVI della Storia di Riesi, ma aggiunge altri particolari inediti col fare sapere che quella massa era giunta all’esaltazione tale da pretendere che Riesi fosse distaccata dalla madre patria per farne una "repubblica!" La cosa si rese così pubblica da essere riportata nelle colonne di diversi giornali, che nei loro commenti ponevano a ludibrio il nostro paese. Si aggiunge ancora che quei moti preoccuparono tanto le maggiori autorità da venire alla determinazione di mettere in galera il Butera ed esiliare alcuni seguaci. Si era all’inizio della prima guerra mondiale, la triade brigantesca "Grillo, Tofalo e Carlino" era divenuta il terrore del paese di Riesi e delle campagne nonché dei feudi circonvicini. Quattro persone vennero falciate dalle loro armi sul poggio vicino la fattoria Castelluccio. La banda continuava le sue gesta sanguinose. Cadde assassinato dagli stessi un appuntato dei Carabinieri di stanza a Riesi nel trivio stradale in contrada "Mintina". Un anno dopo tanto il Carlino che il Tofalo vennero circondati in una casa del poggio della Croce e dopo una lunga sparatoria costretti alla resa. A far fronte alla guerra venivano chiamati i giovani, parte di essi cercarono di esimersi da quell’obbligo col procurarsi delle malattie infettive: tracoma, otite e congiuntiviti. Per tali infermità, negli ospedali il riesino era in numero maggiore tanto da essere notato dagli ufficiali medici e tenuti d’occhio. Altri preferirono darsi uccel di bosco per le campagne e darsi alla razzia del bestiame. L’8 ottobre 1919 caddero nove morti con molti feriti, falciati dalla mitragliatrice o abbattuti dalle armi delle forze dell’ordine in piazza Garibaldi ed ucciso l’ufficiale, comandante i soldati della mitragliatrice, mentre era in fuga. Nel 1921 ricomparve a Riesi il bandito Carlino, sfuggito ai carabinieri mentre veniva tradotto in treno da un luogo di pena all’altro. Le forze dell’ordine si misero in moto. Tutti i giornali parlarono di quella fuga, ma egli dopo aver ricevuto del denaro da alcuni proprietari, finì col dileguarsi. Sorse poi la banda di Gaetano Carlino fratello minore di Francesco, dopo diverse scorrerie in un agguato, in contrada "quattro finaiti" venne ucciso assieme a quattro della combriccola. Durante il regime mussoliniano venne istituita la pena di morte per i delitti gravi, e, chi fu messo per prima nella cronaca nera? Riesi. Due autori del barbaro omicidio del giovanetto "Zuffanti" avvenuto nella miniera Tallarita furono condannati a morte mediante fucilazione alla schiena. Però la sentenza fu eseguita per uno solo, fuori le mura di Caltanissetta, mentre l’altro, in extremis ebbe commutata la pena con l’ergastolo. Alla fine della seconda guerra mondiale, Riesi fu il primo paese interno ad essere occupato dalle truppe americane, che stabilirono ancora una volta la pena di morte in Italia. La sera del 18 novembre 1943 in contrada Palladio venne presa d’assalto un’automobile al servizio degli americani. Lo scoppio di una bomba a mano gettata dagli assalitori orbò un occhio all’autista, mentre dal di dentro della macchina, un colpo di fucile sparato da un poliziotto, ferì a morte uno dei tre malviventi. Scoperti i due superstiti, vennero in seguito condannati a morte da un Tribunale, formato da Ufficiali americani, insediatosi per la sua ampiezza nel Cinema Capizzi. La sentenza venne effettuata, ancora una volta, fuori le mura di Caltanissetta, mediante fucilazione alla schiena, eseguita da un plotone militare. Sia per la prima che per la seconda condanna di morte il nome di Riesi ebbe riflessi umilianti e vergognosi. Dopo lo sgombro dalla Sicilia delle truppe americane, armi e residuati bellici si trovavano ovunque con facilità, e molti approfittarono per farsene provviste e formare della bande armate che scorrazzavano per le campagne in groppa a focosi cavalli rubati. In una stava a capo Vincenzo Rindone, che fece sequestrare diversi proprietari o massarotti ritenuti facoltosi che vennero rilasciati dietro versamento di una congrua somma. In seguito le varie bande vennero, sgominate dalla forza pubblica, si formò in paese la mafia locale definita "la mafia dell’ordine". Quasi tutti gli aggregati solevano farsi notare armati di pistole o rivoltelle che si intravedevano dalle tasche delle loro giacche. I carabinieri fingevano di non vedere, perché erano convinti che quegli uomini "di rispetto" stavano ripristinando la tranquillità nel paese. Purtroppo nelle elezioni comunali del 17 marzo 1946 Riesi è ancora nella cronaca di diversi giornali per la rottura delle urne e l’uccisione del democristiano "Pippo Lo Grasso". Ed ecco sorgere un’altra mafia, formata da giovani imberbi, in gran parte ex contadini, turbolenti e spregiudicati che combinano bravate ed altre ignobili gesta. Sono persone violente, consumano delitti, bruciano macchine in sosta durante la notte e distruggono aranceti di quei proprietari non aderenti alle loro richieste. Scassinano e bruciano bar ubicati sotto e di fronte alla locale caserma dei carabinieri. Fanno scoppiare cariche di dinamite in alcune abitazioni e anche nel balcone della casa del brigadiere funzionante da comandante della Caserma. I vari giornali mettono in evidenza questi tristi episodi. Michele Tito, corrispondente del giornale "La Stampa" di Torino, pubblicato il 31 gennaio 1963, approfittando della definizione "Riesi, paese notoriamente turbolento" data dal Procuratore della Repubblica di Caltanissetta nell’inaugurazione dell’anno giudiziario 1963, in un suo articolo, occupante lunghe colonne, descrive alcune vicende con una luce artificiosa, fantastica ed eccessivamente denigratrice, tanto che i nesini residenti da diversi anni nella capitale piemontese, rimasero attoniti e mandarono alcune copie di quel quotidiano da loro letto per chiedere se il paese che diede a loro i natali fosse ridotto in quello stato deplorevole. "Nel chiuso borgo siciliano di Riesi su 17.800 abitanti, 16.200 pregiudicati". Anche donne e bambini erano inclusi! "Sui 7 anni, i ragazzini incominciano a farsi complici dei genitori; a 12 anni molti agiscono per proprio conto... Le donne sono le più spietate, nella loro squallida vita, ad alimentare lo spirito di vendetta". Non pago il Tito continuò la sua campagna di stampa denigratoria.in un altro articolo pubblicato sempre sulla "Stampa". Il 16 settembre 1968, il "Giornale di Sicilia" traendo spunto dalla frase "Riesi, un paese in agonia, salviamolo!" scritta in un giornale tedesco che pubblicava per impietosire la gente ed incitarla ad elargire la sua elemosina, delle foto tirate nei rioni ove era più facile comprovare lo stato di arretratezza, criticava l’amministrazione comunale comunista che continuava ad ignorare quanto avevano scritto "i giornali tedeschi ed alcuni fra quelli italiani e l’esistenza di un volantino ciclostilato che periodicamente veniva inviato a gruppi di benefattori". "L’amministrazione comunale non se ne preoccupa", scrive il corrispondente del giornale", anche se il paese è ormai noto ovunque per arretratezza, putridume, fame e schiavitù".

IL FENOMENO DEL BANDITISMO ED ESPONENTI PIU IN VISTA DELLA MAFIA FRANCESCO CARLINO

Nacque a Riesi il 4 febbraio 1896. Suo padre si chiamava Gaetano, un uomo bravo e laborioso tanto da farsi vedere in giro sempre per le strade del paese con la solita cassetta in legno a tracollo nella quale erano posti quegli utensili costruiti a suo modo, che gli servivano per riparare pentole, piatti, brocche ed altri oggetti di terracotta per usi domestici. Il lavoro veniva eseguito a perfezione nello stesso dominio del richiedente. Si dedicava pure alla riparazione di parapioggia, lumi a -petrolio, per questo lavoro occorreva maggiore attenzione e quindi preferiva portarsi gli oggetti a casa. Appesi a penzoloni e attaccati alla stessa cassetta da lavoro stavano delle grattuge per formaggio e trappole per uccelli e topi di sua fattura pronti per essere venduti. Sua madre si chiamava Giuseppa La Leggia, intesa meglio "La gnura Peppina la cangia capiddi" anch’essa una brava donna sempre modesta e seria nel parlare. Essa, come altri della sua famiglia, era dedita al cambio dei capelli, che durante il suo girovagare per il paese, riceveva dalle donne alle quali dava in cambio merci varie: aghi, ferretti e fermagli per capelli o altre cianfrusaglie che essa metteva esposte nella sua cassetta di legno che teneva à tracolla come suo marito. Francesco era il maggiore dei sei figli maschi e il secondo dei dieci figli viventi. Per poter dare da mangiare alla numerosa famiglia i genitori stavano quasi tutto il giorno fuori e quindi Francesco cresceva solo, senza alcuna vigilanza che potesse disciplinarlo. Agilissimo per natura, cresceva con un carattere ribelle e prepotente. In qualunque ora della giornata si vedeva correre qua e là per le strade del paese, sempre a piedi scalzi, solo o assieme ad altri monelli suoi pari, attaccando brighe con chiunque gli capitava compiendo stramperie e commettendo furti d’ogni specie. Per sfuggire ai castighi dei suoi genitori, ai quali veniva accusato, egli se ne stava sempre fuori dalla sua casa e nelle notti trovava ricovero negli antri dei cortili o in altri rifugi o luoghi a lui noti. I poveri genitori fecero di tutto per potergli fare cambiare quel suo sistema di vita e per poterlo redimere cercarono d’avviarlo al loro mestiere, ma l’irrequietezza del suo carattere non gli consentì di adattarsi a quel lavoro preferendo invece la sue solite scorrerie. Durante le sue solite fughe da casa, spesso punto dalla fame, non ci pensava tanto, nel passare vicino ad una bottega di generi alimentari del paese, a stendere con destrezza il braccio e con la mano fare scomparire dalla bancarella qualche formetta di pane o qualche altra cosa esposta che potesse saziano in quel momento. Questa sua cattiva condotta preoccupò suo padre, tanto da farlo rinchiudere nel "Centro di rieducazione" per i minorenni di San Cataldo ove rimase per alcuni anni. Uscito da quel luogo, per nulla migliorato, fattosi grandetto, per dare maggiore sfogo al suo spirito intraprendente e bellicoso, venne alla determinazione di prendere la via delle campagne dando inizio così a quelle scorrerie che diedero l’avvio alla sua carriera criminosa culminata con episodi di violenza, furti, ricatti, ferimenti, assassini, ecc. Ricorrendo al suo curriculum risultante dal "Casellario Giudiziario" si legge che fu condannato: Il 22 settembre 1909 dal pretore di Butera a 6 giorni di reclusione per furto. il 7 ottobre 1909 dal pretore di Riesi a 3 giorni di reclusione per furto pena sospesa per 5 anni. Il 4 novembre 1909 dal pretore di Riesi a giorni 15 di reclusione per lesioni. Il 19 maggio 1910 dal tribunale di Caltanissetta a mesi 6 e giorni 15 per correità in furto. Il 28 agosto 1911 dal tribunale di Agrigento a mesi 4 e giorni 24 per furto. lI 25 settembre 1911 dal pretore di Riesi a mesi 2 e giorni 15 per minacce. Fu proprio nello scontare quest’ultima pena nel carcere ch’ egli, con un acrobatico salto, da quel cortile di ricreazione in cui i carcerati prendevano aria, riusci incredibilmente a balzare sulla sommità del tetto, a saltare giù dal muro di cinta e a sparire nella vicina campagna. Venne arrestato poco tempo dopo e l’allora pretore di Riesi, un certo Giunta di Caltanissetta, prima di dare la condanna, volle che il Carlino, in sua presenza, ripetesse il modo con cui era riuscito a saltare per poi fuggire. Il Carlino rifece la sua fuga così perfetta da lasciare nello stupore il rappresentante della legge che per la sua bravura in seguito l’assolse per tale reato. Il I maggio 1912 il tribunale di Caltanissetta lo condannò a mesi uno per porto di coltello. Il 24 luglio 1912 lo stesso tribunale lo condannò ad 1 anno per atti di libidine. Il 23 marzo 1914 il pretore di Riesi lo condannò a 3 mesi per oltraggio. Scontata quest’ultima pena, ritornato in libertà, non si sentì di adattarsi ad un qualsiasi onesto lavoro che potesse oscurare il suo spregevole passato. Lo spirito perfido e malvagio lo spinse a commettere altri reati di maggiore entità. Ricercato dalla forze dell’ordine, egli si rese uccel di bosco. Con lui si unì un tale "Diego Tofalo" pure da Riesi e di famiglia contadina, resosi latitante perché ricercato per furti, in seguito ad essi si unì "Benedetto Grillo" anch’egli latitante per avere ucciso il sindaco di Barrafranca di allora don Luigi Bonfirraro suo paesano e così formarono la triade che prese il nome di "Banda di Carlino, Tofalo e Grillo".

MISFATTI E CRIMINI COMMESSI DALLA BANDA

In un conflitto a fuoco che avvenne in seguito, lungo lo stradale che da Gela conduce a Mazzarino tra malfattori e carrettieri che non intendevano essere derubati della merce che trasportavano con i propri carri, rimasero uccisi due di loro. Successivamente toccò all’appuntato dei carabinieri Golino, di stanza nella caserma di Riesi. Essendogli stata concessa una licenza, per tornare a Catania per rivedere i suoi familiari, perché potesse prendere il treno del mattino di passaggio dalla stazione di Campobello-Ravanusa, dovette partire nelle prime ore del giorno, armato del suo moschetto, a cavallo di un mulo e accompagnato da un ragazzo, figlio del proprietario dello stesso animale. Per non prendere in quell’ora la strada mulattiera, che accorcia la distanza tra Riesi e Ravanusa, perché molto accidentata ed anche per non attraversare il fiume Salso che vi scorre dividendo i due territori, preferì proseguire per lo stradale. Giunti nella salita della contrada "Mintina", proprio dove si congiungono gli stradali provenienti da Sommatino e Ravanusa e quello di Riesi, sul lato opposto e sulla siepe dello stradale stavano alcuni individui armati con un atteggiamento sospettoso, al "Chi va là" intimato dall’appuntato, per tutta risposta seguì una scarica di fucile che lo fece cadere dal mulo esamine. I malviventi appropriandosi del suo moschetto si allontanarono da quel luogo. Di tali misfatti s’incominciò a nominare quale esecutrice la "Banda di Carlino e compagni"; infatti col passar degli anni fu confermato che ad uccidere l’appuntato Golino fosse stato lo stesso Carlino per vendicare il maltrattamento subito dalla madre in una delle perquisizioni che i carabinieri avevano fatto nella di lei casa durante le ricerche del bandito e per uno schiaffo che il Golino avrebbe dato in seguito ad un suo congiunto nella piazza di Riesi. Per tale assassinio vennero eseguite diverse battute da parte dei carabinieri e guardie di pubblica sicurezza in borghese per potere rintracciare i colpevoli, senza alcun esito. Prima di continuare questa piccola storia del bandito Carlino, occorre andare indietro nel tempo per far conoscere tutto quello che era avvenuto nei nostri luoghi nel periodo di tempo che intercorre dalla fine della guerra dell’Italia avuta con la Turchia per la conquista della Cirenaica e della Tripolitania, alla prima guerra mondiale del 19 15-18 per l’annessione di Trento e Trieste. In quel periodo di tempo nel nostro paese e nelle zone circonvicine si susseguirono molti avvenimenti cosi sanguinosi e brutali da mettere Riesi all’indice della stampa come il paese più turbolento della Sicilia. In quei tempi, nel nostro territorio, esistevano due tipi di mafia: una derivante dalla classe zolfifera che si faceva sentire per sfregi al viso, risse, ferimenti e assassini provocati maggiormente dai fumi del vino e l’altra per avere il predominio nel campo agricolo. Ci soffermiamo a parlare di quest’ultima. Molti giovanotti intorno ai venti anni di età, di pochi scrupoli, non volendosi dedicare ad un lavoro onesto, preferirono abbandonare le proprie case per andare qua e là nelle campagne, recando ovunque fastidi ai proprietari terrieri, ai feudatari ed anche ai piccoli e medi agricoltori, con furti, razzie di bestiame ed ogni altra specie di azione delittuosa. Alcuni di questi malviventi agirono da soli, altri in coppia, altri ancora in gruppi e talvolta anche comandati da qualche mafioso per recuperare i beni che erano stati rubati a qualche malcapitato che per riaverli doveva pagare un lauto compenso. In quel periodo le forze dell’ordine pubblico erano impegnate in altri campi, perciò non si poteva sperare una stretta sorveglianza per tutto ciò che avveniva nelle campagne e quindi i malviventi vi spadroneggiavano spostandosi indisturbati da un luogo all’altro. I proprietari e i feudatari preoccupati per i continui furti e ricatti e sottoposti ad ogni altra sorta di angherie, vennero nella determinazione di chiedere la protezione di quei "boss" che ritenevano di godere più autorità e prestigio su quei malviventi. Costoro, accolto di buon grado tale invito, per potere salvaguardare il loro protetto, mandavano dei loro rappresentanti riconosciuti come persone idonee con la funzione di campiere o soprastante e cosi vegliare e proteggere quei beni a loro affidati. Per un periodo di tempo le cose andarono bene, ma in seguito per gli sconfinamenti di zone che avvenivano dall’una in danno dell’altra parte, s’inasprirono i contrasti tra gli stessi "boss", che si erano resi mallevadori dei propri protetti e che mal sopportavano l’intrusione nella zona da loro sorvegliata. La tensione si acuì, ebbero inizio gli agguati e gli appostamenti. I primi a cadere sotto il piombo degli appostati furono proprio i più audaci che vollero agire da soli e quasi tutti erano in giovane età. In contrada Bifara di Licata trovarono la morte: Pietro Cutaia figlio del "boss" Salvatore e Mario Sciarrina. Altri due cadaveri, quelli di Noto Liborio e di Sciarrina vennero trovati nella contrada "Grotta di Baglio" nel territorio di Pietraperzia ed in seguito quello del pericoloso Salvatore Giambusso, inteso "scarpa leggia" in territorio di Riesi. Quest’ultimo il più anziano e padre di diversi figli, era temuto per i suoi sanguinosi crimini. Si inaspri la lotta per il predominio tra i "boss" che crearono delle cosche rivali che ricorsero al reclutamento della manovalanza tra i giovani locali. Spesso capitava che questi disgraziati, per l’attuazione d’imprese criminose di vario genere, o cadevano in un conflitto a fuoco o in agguati oppure dopo avere eseguito gli ordini dei loro capi venivano dagli stessi fatti sparire o soppressi e le loro teste buttate nei pozzi. Tra costoro figurano: Cassaro Giuseppe, Correnti Angelo, Baldacchino Filippo, il più grande del gruppo, Buscetta Gaetano, Ventura Giuseppe e qualche altro tutti da Riesi. Nel 1918 nella miniera "Gallitano" furono trovati diversi scheletri e teschi in fondo alle buche piene d’acqua, durante il prosciugamento eseguito con pompe idrovore, dalla Montecatini. Tra gli scomparsi vi furono pure due cognati del Carlino, provenienti da Ravanusa. Dopo quella cruenta lotta tra gruppi rivali per mantenere la loro egemonia, colui che prevalse, rimase padrone indiscusso della situazione, facendo sfoggio della sua audacia, mentre quelli più deboli, ritennero meglio appartarsi e stare nelle loro case per non offrirsi all’azione vendicatrice del più forte. Dopo questi fatti,. seguì un periodo di serenità per i proprietari terrieri e per i feudatari che non si sentirono più molestati. Ma a rompere quella tranquillità ecco comparire in scena Carlino con i due della sua banda. Per potere continuare la sua vita di bandito aveva bisogno di denaro e per ottenerlo si rivolse ai feudatari e ai proprietari. Costoro per evitare mali peggiori accondiscesero alle richieste, ma poi avendo notato che esse venivano ripetute, si rivolsero ai loro protettori per liberarsi da quell’incubo. I "boss", punti nel loro orgoglio, vennero alla determinazione di sopprimere questi nuovi intrusi con lo stesso sistema usato precedentemente con altri. Ciò venne alle orecchie del Carlino, il quale indagò per cercare coloro che tramavano contro di lui e i suoi compagni. Era la sera di un giorno di marzo del 1915, tre individui giunsero davanti la masseria del feudo Tallarita, uno di loro scostandosi dagli altri si avvicinò alla porta di entrata di quel caseggiato e bussò. Dalla soprastante finestra si affacciò il gabelloto Salvatore Cutaia inteso "Lo cuvo", persona mafiosa assai in vista e ben nota. Alla domanda chi egli fosse gli fu risposto "Ciccio Carlino". Infatti era proprio lui assieme al Tofalo e al Grillo. Il Cutaia, uomo di gran fegato e coraggio, al sentire quel nome non si sgomentò e, senza alcuna reticenza, scese le scale e andò ad aprire. Il primo ad entrare fu il Carlino, seguito dal Tofalo, il Grillo, invece, rimase fuori come vedetta col suo fucile in mano, pronto ad ogni evenienza. Dal chiarore che proveniva dal lume a petrolio, il Cutaia notò negli sguardi dei due degli atteggiamenti poco rassicuranti. Invitati a sedere chiese il motivo che li aveva spinti a venire da lui. Con un parlare che aveva del flemmatico il Carlino gli domandò perché voleva sbarazzarsi di lui e dei suoi compagni. Quella inattesa domanda scosse molto il Cutaia che ripresosi subito dallo sbigottimento, con calma rispose: "Ragazzi, la vostra irruzione nella mia casa mi fa pensare che la mia vita ~ in pericolo, ma devo dirvi che coloro che qui vi hanno indirizzato stanno cercando di servirsi di voi inventando calunnie pér disfarsi di me; tutto è stato ben ordito, però vi avverto che uccidendo me, voi non farete altro che servire loro che si preparano per altri tragici eventi". Con lo sguardo fiero e per nulla turbato proseguì "or eccomi a voi, ormai mi avete qui tra le vostre mani, se mi credete reo fate di me quel che volete, però tengo ad avvertirvi che dopo che mi avrete soppresso, non passerà molto tempo che voi finirete nel cadere in trappola dagli stessi miei rivali che uccideranno voi senza misericordia come hanno fatto in precedenza con altri". Di fronte a quel parlare franco e leale, i due banditi si guardarono e si compresero con gli occhi. Ogni loro atteggiamento aggressivo cominciò a scemare e dalla conversazione divenuta in seguito del tutto confidenziale, pienamente convinti e soddisfatti, ritennero opportuno accomiatarsi dal Cutaia per prendere la strada del ritorno, assieme al Grillo che era rimasto fuori ad aspettarli. In un pomeriggio del 1915, una persona mandata appositamente dal feudo Castelluccio, consegnava in piazza al noto "Ras" Giuseppe Cammarata un biglietto con il quale s’invitava tanto lui che il suo inseparabile amico Giuseppe Calogero Veneziano a recarsi entrambi colà, per una chiarificazione per la quale occorreva la loro presenza. Giuseppe Cammarata era un discendente di quel poeta dialettale che nel 1700, pur essendo analfabeta, per le sue belle ed estrose rime, fece molto parlare di sé. Per molti anni tenne in affitto l’allora esistente orto della Sanguisuga, distante circa trecento metri dal paese, ove abitava in un rustico caseggiato con la sua numerosa famiglia. Contava circa 50 anni, alto robusto, soleva vestire come i feudatari, calzava stivaloni con piegatura a mantice tra il piede e l’estremità di essi. Figurò tra gli imputati nel processo che si fece al brigante Salainone, svoltosi a Caltanissetta, diverse volte fu latitante. Era un tipo molto flemnìatico, con lo sguardo ridente e sempre gentile con le persone che lo avvicinavano. La sua personalità era ben conosciuta, apprezzata e rispettata, specie dai grossi proprietari e dai feudatari, dai quali veniva favorito e che a sua volta egli favoriva quando si presentava l’occasione. Pur non tralasciando la coltivazione del suo orto, si adattava acoltivare quelle terre che gli venivano affidate dai dirigenti del feudo Gallitano. Nel pendo della sua ultima latitanza, lavorava furtivamente quelle terre, servendosi dègli attrezzi e degli animali concessi da quei feudatari per rispetto e stima della sua persona. Il suo rifugio era una grotta, che egli per la praticità di quei luoghi era riuscito a trovare in un punto addentrato della collina che si affaccia sul fiume Salso. L’entrata di quella spelonca era di difficile individuazione e così angusta che a stento poteva permettere il passaggio di una persona, mentre invece l’interno si allargava tanto da offrire la possibilità di accogliere un giaciglio comodo. Per la sua grande influenza in campo mafioso, veniva ricercato dai feudatari. Giuseppe Veneziano di cui faceva menzione il biglietto pervenuto al Cammarata, aveva circa sessanta anni. In gioventù esercitava il mestiere di fornaio per conto proprio. Per tale lavoro soleva cavalcare spesso bei cavalli sui quali caricava le bisacce e i sacchi pieni di grano da portare nei mulini ad acqua ubicati nelle campagne. La farina veniva poi venduta a casa dalla moglie. Esercitò quel lavoro fino a quando, fattasi una posizione agiata, finì col dedicarsi alla coltivazione delle terre che era riuscito a comprare. Alto, energico, fiero nel suo sguardo, nonostante la differenza di circa dieci anni in più del suo amico Cammarata, appariva molto più giovane, ma al contrario di costui era violento, impetuoso e il suo sguardo arcigno infondeva paura a coloro i quali erano costretti ad avvicinano. Sorvegliava attivamente la sua proprietà e si vedeva sul suo focoso cavallo che, nonostante la sua età, riusciva a tenere a bada e a mantenersi bene sull’arcione. Ebbe tre figli, il maggiore di nome Gaetano uccise con un colpo di fucile in campagna il proprio cognato un certo Carrubba, per motivi di interesse. Il più piccolo. Giuseppe, mercé la sua intelligenza riuscì a dìplomarsi in ragioneria e a trasferirsi a Roma. Colà fece pubblicare un suo volume di liriche che per la sua composizione venne lodato dalla critica letteraria tanto da essere elogiato in quel tempo in diversi quotidiani della Sicilia.

CASTELLUCCIO

Questo feudo, come gli altri vicini, faceva parte dell’estesa proprietà della famiglia dei Principi di Scalea di Palermo, territorio di Butera. Dista da Riesi circa 13 Km. Per potervi arrivare si doveva percorrere una strada mulattiera abbastanza accidentata e per giungere al caseggiato della fattoria occorrevano circa due ore stando a cavallo di animali dalla buona andatura. Detta fattoria, ubicata sulla sommità del feudo, domina quasi tutta quella estenzione e, per la sua isolata posizione, era ritenuta l’epicentro delle riunioni e degli abboccamenti che avvenivano tra feudatari e mafiosi di quei tempi. In. seguito all’invito ricevuto, il Cammarata, non dando retta a Francesco il figlio maggiore che lo distoglieva, postosi a cavallo col Veneziano sui propri animali, sì recarono l’indomani mattina, verso quel luogo dove erano stati invitati. Ad attendere il loro arrivo che avvenne nell’ora di pranzo, c’erano il feudatario uscente, don Federico Bartolotta da Grotte col suo campiere "Lu zù Vanni" Sanfilippo da Palma Montechiaro. Con loro si trovava don Giuseppe Chiantia di Riesi, quale fiduciario del consorzio agricolo riesino trovantesi là per avere alcune consegne riguardanti il feudo, come pure l’amante del Bartolotta, un’avvenente giovane dai capelli biondi e ricci e qualche inserviente della fattoria. Poco dopo apparvero i banditi Carlino, Tofalo e Grillo tutti e tre armati di fucili e baionette militari. Per quella occasione era stato preparato il pranzo per tutti. Si mangiò con la massima disinvoltura, senza che i banditi abbandonassero le loro armi, che tenevano tra le gambe. Si chiacchierò sino a quando avvicinatasi l’ora del vespro si decise di passare al motivo che li aveva spinti a riunirsi attorno a quel desco. Trattandosi di una discussione delicata, i tre banditi da una parte e il Cammarata, il Veneziano, il Bartolotta e il campiere dall’altra decisero di uscire dalla fattoria per recarsi su un piccolo spiazzo che domina tutta la sottostante vallata solcaÌa dal grosso torrente proveniente dall’Inviata. E’ bene precisare che il Cammarata e il Veneziano erano disarmati perché, credendo che l’incontro con i banditi sarebbe stato amichevole, appena arrivati alla fattoria, appesero i loro fucili nella parte del muro vicino al luogo ove avevano legato i cavalli. Quale fu il ragionamento non si potè sapere, le versioni furono diverse, ma, a quanto pare, fu proprio il Veneziano a fare scoccare la scintilla. Sempre focoso ed irascibile pare che, durante il ragionamento, con atto di scherno e di superiorità, avesse stretto tra il pollice e l’indice della sua mano sinistra il mento del Tofalo e con quella stretta gli scosse diverse volte la testa. Bastò quell’atto per provocare la fulminea reazione dei tre banditi i quali facendo uso delle loro armi, fecero fuoco sui quattro uccidendoli. Don Giuseppe Chiantia, avendo udito quella sparatoria comprese che qualcosa di grave era accaduto e dopo un po’, provò ad affacciarsi dalla finestra prospiciente, ma un gesto minaccioso fattogli dal Carlino col suo fucile, lo fece ritirare. I banditi rimasero sullo spiazzo tra quei morti sino all’imbrunire, dopo di che preferirono allontanarsi e scomparire da quei luoghi. Quella sparatoria aveva provocato del panico sia nei braccianti, come negli agricoltori, che in quell’ora erano intenti a lavorare le terre circonvicine, tanto che abbandonando ogni cosa che a loro potesse essere d’intralcio, montarono sulle loro cavalcature e con esse tornarono lestamente in paese. L’indomani s’incominciò a parlare dei morti avuti in quella sparatoria e a fare i nomi degli uccisi. Vi fu un accorrere di familiari delle vittime, di parenti, di amici e di curiosi. Sullo spiazzo di terra indicato, attorniato da grosse pietre, distante circa cinquanta metri dalla fattoria, giacevano, immersi nel sangue, quattro uomini stecchiti dalla morte, crivellati da colpi di fucile e di baionette. Visibile l’unico foro in direzione del cuore di Giuseppe Cammarata, parte del polso della mano sinistra del Veneziano era stata asportata, il Bartolotta era stato colpito allo zigomo sinistro. Questi tre furono trovati supini a terra con la faccia rivolta in alto, mentre "lu sii Vanni" era rimasto bocconi in ginocchio con i piedi scalzi e con gli stivali messi al suo lato, dai quali i banditi avevano tolti gli speroni per metterli come sfregio nel suo sedere. Le spalle erano crivellate dai colpi spàrati dai fucili e dalle baionette dei banditi che si erano accaniti a colpirlo. Nella masseria, ancora atterriti per l’accaduto, si trovavano piangenti il Chiantia e l’amante del Bartolotta. Tutto quanto avveniva metteva in allarme la popolazione e le forze dell’ordine e per facilitare le ricerche di quei banditi furono impiegate pattuglie di carabinieri e guardie in borghese.

L’ARRESTO

Nella penultima traversa della parte sinistra del Poggio della Croce che unisce la via Aretusa con la via Mirisola in una solitaria casa abitava una giovane prostituta chiamata Maria Giambarresi di 22 anni, intesa "la Birriuna" moglie di un certo Drogo. Nelle prime ore del 13 giugno 1916, nel silenzio della notte e nella semioscurità una figura d’uomo sbucò dalla via Mirisola e, con mossa alquanto guardinga, si appressò alla porta di quella casa per ammiccare il suo sguardo scrutatore verso lo spiraglio di quella porta, dal quale rifletteva fuori la luce del lume a petrolio che ne rischiarava l’interno. Dopo un po’, con la massima cautela per non fare il minimo rumore, si tirò indietro e giunto al declivio della su cennata via scomparve velocemente. Quell’uomo era una spia. Attraverso lo spiraglio aveva scorto, tra quelli che si trovavano all’interno della casa, il brigante Carlino e subito era corso ad avvisare i carabinieri che, agli ordini dei superiori, corsero bene armati verso quel luogo. In silenzio, oltre a chiudere gli sbocchi di quella traversa, nascondendosi in ripari improvvisati, incordonarono tutto quel quartiere con le armi pronte a far fuoco verso quel punto indicato. Quando tutti si trovarono bene appiattati, fu ordinato a due di essi di avvicinarsi con ogni precauzione, a quella casa e addossatisi ai muri da dove si apriva la porta, bussarono con i calci dei loro fucili ordinando di aprire. A tale ordine fu risposto con delle fucilate sparate dall’interno. All’udire quei colpi, i due carabinieri, intuendo il pericolo a cui andavano incontro, si ritirarono indietro e si misero al riparo in modo da dare la possibilità ai compagni di sparare verso quel punto, così verso le due di quel giorno, ebbe inizio la sparatoria tra le forze dell’ordine e i banditi. Malgrado vi fosse un fuoco incrociato che si protrasse per molto tempo non si registrarono dall’una e dall’altra parte, né morti né feriti. Altre forze dell’ordine sopraggiunte presero posizione sui tetti delle case di fronte, altri per potere invece centrare meglio scavarono una feritoia nel muro prospiciente la casa degli assediati, che, stretti ormai da un cerchio di persone armate e di fuoco non potevano trovare scampo di salvezza anche con un’azzardata fuga. Altri nuclei di carabinieri e di guardie di P. S. chiamati telegraficamente, sopraggiunsero dal capoluogo ad aumentare il numero degli assedianti. Si fece giorno, la popolazione che era stata destata dalla sparatoria che si ripercuoteva ovunque, si riversava per le strade per conoscere la causa di quegli spari ininterrotti. Molti, spinti dà morbosa curiosità, volevano avvicinarsi alla casa assediata, ma furono tutti. tenuti a distanza dai militi di guardia. Il persistere del rifiuto ad ogni intimazione di resa, aveva indotto il Capo dirigente di quella operazione di prendere le misure più drastiche e repressive. Ma prima che ciò avvenisse, Fortunato Carlino, zio del bandito, si offri per convincere il nipote a desistere dal suo atteggiamento. Ottenuto il consenso, cercò di avvicinarsi alla porta chiamando per nome il nipote che non rispose con le parole ma con spari di fucile intimandogli di allontanarsi. Il comandante, quindi, ordinò che si portassero delle latte piene di benzina per dare fuoco alla casa. Tale decisione pervenne all’orecchio della povera madre del Carlino, che da una casa vicino attendeva la sorte del figlio. Coperta dal suo scialle, si fece largo tra la folla; ottenuto il libero passaggio, incurante del pericolo a cui andava incontro. si avvicinò a quella porta e con voce implorante chiamò per nome il figliuolo. Dall’interno non si udì alcuno sparo, la madre continuò a pregare il figlio di arrendersi. Furono momenti di ansia e di palpitazione per tutti coloro che, vicini o lontani, assistettero a quella rattristante scena. Le armi delle forze dell’ordine erano puntate anche verso di lei. Ancora assoluto silenzio e... poi la porta si apri. Il primo a comparire fu Carlino col fucile teso al braccio sinistro e col braccio destro cercò di stringere a se la madre piangente. Due robusti agenti gli piombarono addosso e subito lo trascinarono al largo per ammanettarlo. Dopo di lui comparve Tofalo che subì la stessa sorte del primo. In seguito apparve Salvatore Buttiglieri, un ometto che non aveva nulla a che fare con i banditi, ma che si era trovato in quella mischia perché amante della "Birriuna". Infine uscirono quest’ultima e Giuseppa Di Stefano, di anni 19 detta "Peppina la buterese", sua simile. Le loro facce erano annerite dal fumo provocato dagli spari penetrati dentro la casa. Venne frugato quel luogo, venhero trovate anni, e ai piedi di una mangiatoia stava un asinello, unica vittima innocente, crivellato da colpi di fucile sparati dall’esterno dai gendarmi. Il lettore si chiederà perché il Grillo non era con loro. Avrebbe avuto certamente una sorte migliore se si fosse trovato in quella mischia; ma essendosi staccato dalla triade, mentre si avvicinava a Barrafranca, suo paese natio, preso in una trappola ben preparata venne misteriosamente assassinato. Gli arrestati, ben legati, affiancati e seguiti dalle numerose forze dell’ordine, furono fatti scendere dalla via Mirisola e avviati alla caserma dei carabinieri, sita in va Carlo Alberto, di fronte l’istituto orfanelli "Don Salvatore Riggio". Assicurato da una lunga catena di ferro, tenuta strettamente dalle mani di due robuste guardie di P. 5. avanti camminava il Carlino col capo scoperto e con mossa altezzosa,, e sprezzante, lo seguivano il Tofalo pure bene ammanettato e quindi gli altri. I marciapiedi della via Faraci erano gremiti di gente curiosa per assistere al passaggio dei catturati. Il Carlino volgendo lo sguardo ora a destra ora a sinistra vide Rocco Chiarello e Rocco Lo Grasso, i due compari che solevano camminare sempre assieme, e coli disprezzo, lanciò uno sputo verso la loro direzione gridando "abbasso la sbirraglia". Si giunse alla caserma, il portone di entrata che solitamente si teneva chiuso si apri. I primi ad entrare furono i due malviventi affiancati e seguiti dai carabinieri, poi gli altri. Quattro agenti vestiti in borghese restarono fuori fino a quando tutti furono entrati, poi uno di loro che era il capo, con uno slancio di entusiasmo abbracciò uno dopo l’altro i tre che l’affiancavano e quindi entrò con essi e il portone si chiuse. Quell’uomo che aveva diretto l’operazione per la cattura dei due banditi era il Commisario di P. 5. Cesare Mori, colui che, in seguito, quale Questore, ebbe da Mussolini l’incarico di reprimere e debellare la mafia che imperversava in Sicilia. La notte successiva i due banditi, ben scortati, furono trasportati con carri a Caltanissetta per essere richiusi nelle carceri di Malaspina. Contro le sentenze di condanne emesse dal tribunale di Caltanissetta fu interposto appéllo presso la Corte di Appello di Palermo che Io condannò: Il 28 agosto 1916 ad anni 2 e mesi 6 di reclusione per furto. ed anni 2 di sorveglianza speciale. Il 22novembre 1916 ad anni 2 e mesi 4 per furto. Il 3 aprile 1917 a mesi 4 e giorni 10 per danneggiamenti e resistenza alle Autorità. Tali pene vennero scontate nel carcere Malaspina di Palermo ove era stato trasferito durante la celebrazione (lei processi. Quivi venne a sapere che nello stesso carcere si trovava a scontare una condanna un certo Gallo da Canicatti che egli, durante la sua latitanza aveva vanamente cercato per vendicarsi non si sa con precisione se dell’assassinio del fratello Onofrio, un po’ più piccolo di lui, avvenuto a Canicattì, o per avere notizie della scomparsa di uno dei suoi cognati. Riuscito ad avvicinano, l’uccise con un colpo di punteruolo inferto al cuore. L’il giugno 1919 la Corte di Assisi di Caltanissetta, per 5 rapine, 7 omicidi in correità, 8 contravvenzioni per porto di coltello, lesioni in violenze private, resistenza alle Autorità, lo condannò ad anni 30 di reclusione~ a lire 1.486 di multa, ad anni 3 di vigilanza speciale, interdizione dai pubblici uffici durante la pena. Dovendo espiare dei lunghi periodi di condanna, venne allontanato del carcere di Caltamssetta e portato in un altro luogo di pena dell’Italia centrale.

LA SUA FUGA

L’11 maggio 1921, due anni dopo il suo arresto, venne tradotto in un vagone ferroviario, scortato da un graduato e da un carabiniere per raggiungere il carcere di Aversa. Erano le due circa, il treno stava rallentando la corsa per la sua momentanea fermata alla stazione di Lecce. Il Carlino, che faceva finta di dormire, cogliendo l’occasione che il graduato s’era distratto un po’ a guardare fuori e che il carabiniere chiacchierava con una giovane viaggiatrice, approfittando del frastuono delle rotaie del treno in arrivo, riuscì ad avvicinarsi cautamente all’opposto sportello e, pur tenendo i polsi stretti con catena, presa la maniglia l’aprì e con un balzo saltò dal treno. Quando il treno si fermò, egli era già molto lontano. Vane furono le ricerche da parte dei carabinieri e degli Agenti che si unirono a loro. Il Carlino aveva avuto il tempo di porsi al sicuro durante l’oscurità della notte e di sfuggire così alla cattura. Dopo aver percorso molta strada, stanco e abbattuto, stava per sdraiarsi in aperta campagna quando il suo sguardo fu attratto da una luce che illuminava l’interno di una casa. Procedendo in quella direzione si avvicinò ad essa e vi trovò un uomo che l’accolse benevolmente. Gli levò la catena dai polsi, lo rifocillò e gli sostituì il vestito da galeotto con un altro che si adattava perfettamente al suo corpo. Così, dopo essere stato liberato da tutto ciò che poteva comprometterlo, il Carlino ringraziò il suo benefattore e, dopo aver ricevuto alcune indicazioni sulla via da percorrere, si congedò da lui. Il suo pensiero predominante era quello di avvicinarsi alla Sicilia per ritrovare il suo ambiente e rivedere sua madre. Animato da quel coraggio che non gli era venuto mai meno intraprese il suo viaggio, cibandosi di verdure o di qualche frutta che trovava durante il suo cammino. Percorreva la strada a piedi e si teneva quanto più possibile lontano da ogni contatto umano, camminava durante le ore notturne e se s’imbatteva in qualche animale da soma incustodito lo prendeva per montargli sopra e l’abbondanava solo quando la bestia, estenuata per la fame e per il lungo cammino, si accasciava sotto i suoi piedi. Riuscito a lasciare il suolo pugliese percorse la Calabria e giunse stanco ed affamato tra Villa San Giovanni e Reggio Calabria ove scorse un uomo con un giovanotto vicini ad una barca intenti ad aggiustare una rete da pesca. Il bandito avvicinatosi ad essi domandò se fossero disposti a fargli attraversare con quel mezzo lo stretto di Messina. Si discusse sul prezzo richiesto e si pattui che la somma doveva essere pagata appena arrivati a Messina. Dopo un lungo e faticoso remare approdarono all’altra riva; quando venne il momento del pagamento, il Carlino fece loro intendere che nel suo portafogli teneva biglietti di grosso taglio e che quindi occorreva scambiarli in città; per consegnare la somma stabilita invitò uno dei due ad accompagnarlo. Il più anziano, pur rimanendo perplesso della novità, decise di mandare il figliuolo. Giunti per le vie della città incominciò a camminare velocemente e, giunto ove c’era maggiore afflusso di pedoni, si dileguò tra la folla. L’avere preso in giro quei poveretti fu per il Carlino una gran rimorso, come ebbe a dire ad un suo congiunto nell’ultimo furtivo incontro, avvenuto a Riesi. Infatti "se li avesse potuto rintracciare, li avrebbe ricompensati più di quanto a suo tempo era stato pattuito". Messo piede in Sicilia, con la massima disinvoltura mise in atto ogni espediente per raggiungere peregrinando Ravanusa ove contava sull’appoggio di qualche sua vecchia conoscenza. Infatti, appena giunto, si mise a girare per le vie di quel paese improvvisandosi venditore ambulante di stoffe per uomo. Per il suo strano comportamento venne notato dal maresciallo dei carabinieri che comandava quella stazione. Avvicinatosi e presolo per un braccio lo invitò ad andare in caserma con lui. Il Carlino non oppose alcuna resistenza ma, dopo alcuni passi, con uno strattone si svincolò dalla stretta del braccio del maresciallo e in men che non si dica attraversò le tortuose strade del paese e raggiunse la campagna rendendosi uccel di bosco. Sempre audace ed intraprendente riuscì una notte ad avvicinarsi alla casa dei suoi genitori, e, dopo aver buttato dei sassolini allo sportello, chiamò la madre che incredula si affacciò. Grande fu lo stupore e la gioia che essa provò nell’abbracciare quel figlio che credeva di non potere mai stringere al petto. Durante la sua improvvisa riapparizione a Riesi fu avvicinato da alcuni parenti ed amici fidati i quali preoccupati della sorte che poteva toccare al loro congiunto collaborarono con lui per procurargli del denaro per un tentativo di espatrio. Eccolo da solo od accompagnato in special modo dal suo fedelissimo zio Fortunato, presentarsi, a sera inoltrata, a dei proprietari che credeva che potessero venire incontro ai suoi desideri. Tutti o per un senso umanitario o per timore diedero del denaro. La notizia della sua presenza in paese si divulgò, venne informata la caserma dei carabinieri che chiese dei rinforzi. Diverse squadre di agenti furono messe in movimento per la cattura del bandito. Ne seguirono pedinamenti, appostamenti, perquisizioni nei luoghi ove si pensava potesse rifugiarsi, ma dél Carlino nessuna traccia. Per parecchio tempo fu tenuto nascosto nella sua casa da un capo officina meccanico della miniera Trabìa che come mafioso, ebbe l’ardire di presentarlo al Direttore di allora "Umberto Cattania" colui il quale nell’evento mussoliniano fece parte come membro del Consiglio Nazionale delle Corporazioni: Questi non mancò di accoglierlo benevolmente, gli diede una discreta somma di denaro e il posto di lavoro in miniera per due suoi fratelli. Il cerchio attorno a lui si stringeva sempre più, si cercava di braccarlo nelle campagne. Si sparse voce che il Carlino si trovava nella fattoria del feudo "Tallarita" che fu circondata durante la notte dalle forze dell’ordine; ad alcuni agenti che avevano bussato alla porta fu risposto dall’interno con delle fucilate. Si ebbe la sensazione che si trovasse effettivamente colà rinchiuso. Si sparò dall’una e dall’altra parte fino al pomeriggio, dopo di che, all’ingiunzione minacciosa di resa ordinata dagli assedianti, la porta si aprì e comparve il figlio del defunto "Ras" Salvatore Cutaia di nome Salvatore, un sedicenne roseo e paffuto giovanotto, che, dopo aver sostenuto quel conflitto, si arrese tenendo il suo moschetto in mano, era seguito da "Peppina la Buterese" precedentemente menzionata, ma del Carlino nessuna traccia. Erano le ore 20 del 9 dicembre 1919, la piazza Garibaldi venne accerchiata dalle forze dell’ordine, ogni passaggio venne da loro bloccato, si frugò da ogni parte, la Chiesa Madre venne ispezionata e per circa un’ora il traffico venne bloccato, ma del Carlino ancora nessuna traccia. Per l’irreperibilità del bandito fu deciso di prendere misure più drastiche: si arrestarono alcuni componenti della famiglia e si fermarono tutti quei proprietari che lo avevano beneficiato. Dati gli eventi, la terra che calpestava era divenuta scottante per Carlino, che, dopo aver dato l’ultimo abbraccio alla madre, si allontanò da Riesi per avventurarsi nell’Italia Settentrionale. Dopo aver superato rischi ed ostacoli durante il percorso, raggiunse il territorio piemontese. Da lì, dopo diversi tentativi riuscì a portami in territorio francese. Sotto le false generalità di Rubino Giuseppe da Ravanusa, per come risultava dalla tessera d’identità in suo possesso, sulla quale con perfezione era riuscito ad applicare la sua fotografia, trascorse colà diversi anni. La sua natura di criminale non era venuta meno. Dopo essersi associato ad alcuni emigra.ti da Ravanusa del suo stesso stampo, prese d’assalto una oreficeria. Vennero subito arrestati. Le autorità francesi si rivolsero a quelle italiane, le quali comunicarono che Rubino Giuseppe era morto da parecchi anni. Messo alle strette il Carlino fu costretto a dare le sue vere generalità. I magistrati francesi furono molto severi, ritenuto colpevole, fu condannato a 20 anni di reclusione e deportato nel penitenziario della Caienna, capitale della Guiana, possedimento francese. L’intero curriculum, quale risulta dal Casellario giudiziario è rappresentato, oltre che dai reati precedentemente descritti, dalla seguente elencazione: Il 9 febbraio 1922 il Tribunale di Caltanissetta lo condannò a 6 mesi per violenza e resistenza alle Autorità. il 17 luglio 1923 la Corte d’Assise di Palermo lo condannò a 15 anni di reclusione, a 3 anni di vigilanza speciale, interdizione da pubblici uffici, per tentato omicidio. Il 3 agosto 1926 la Corte di Appello di Palermo gli infisse la condanna a 7 anni di reclusione, 3 anni di vigilanza speciale per estorsione. Il 23 agosto 1926 la Corte di Assise di Caltanissetta lo condannò ad anni 30 di reclusione, a 3 anni di vigilanza speciale per associazione a delinquere, tentativo di estorsione 2 mancati omicidi. Il 5 luglio 1930 la sezione di accusa di Palermo non deve procedere per tentativo di estorsione, e omessa denunzia di arma da fuoco, per insufficienza di prove. Il 12 luglio 1930 la sezione di accusa di Palermo non deve procedere per insufficienza di prove per 2 rapine e violenza privata. Il 9 novembre 1931 la Corte di appello di Palermo lo condannò ad anni 8 di reclusione per associazione a delinquere. Il 23 ottobre 1930 la corte di Assise di Messina lo condannò ad anni 30 di reclusione, con la perdita della patria podestà e dell’autorità maritale, non ché ad anni 3 di vigilanza speciale per sequestro di persona e due rapine. 1112 maggio 1932 la Corte di Assise di Agrigento l’assolse dall’accusa di omicidio per non aver commesso il fatto.

GAETANO CARLINO E LA SUA BANDA

Si era ormai in un periodo in cui la vecchia mafia si trovava indebolita. Alcuni mafiosi, per paura che qualche tranello venisse preparato contro di loro, avevano scelto la via migliore e cioè stare nelle loro case in attesa che sopraggiungessero tempi migliori per una più sicura loro esistenza. In Italia si attraversava un periodo torbido perché non si aveva un governo stabile che potesse ben reggere le sorti della Nazione. Avvenivano continui scioperi e tumulti politici in tutte le parti del regno. Per indisciplina e mancanza d’ordine, nelle campagne di Riesi era venuta a mancare la tranquillità. Approfittando di quella grave situazione, molti giovani non ben disposti a lavorare onestamente, preferirono allontanarsi dalle loro case, armati di fucili militari facendo continue scorrerie in danno dei piccoli e grandi proprietari terrieri. Operavano a gruppi, commettendo furti, razzie di animali e qualsiasi altro crimine. Una quindicina di essi pensarono di costituire una banda con a capo Gaetano Carlino, fratello più piccolo del brigante Francesco e di Onofrio che era stato assassinato a Canicatti. Alla banda erano aggregati elementi della vicina Ravanusa. I grossi proprietari terrieri allarmati per quanto avveniva in loro danno, vennero alla determinazione di assumere come campieri, uomini di Canicatti, di gran fegato capaci d’affrontare qualsiasi pericolo pur di salvaguardare i beni dei loro padroni. Il 16 marzo 1923, la detta banda, sempre più imbaldanzita, si presentò alla fattoria del feudo "Inviata", poi a quelle di Castelluccio, Deliella, Gurgazzi e Milingiana, sottraendo tutto quello che si presentava ai propri occhi. Lasciarono ogni cosa detratta in questa ultima fattoria, raccomandando al personale che ivi abitava di tenere tutto in custodia sino alloro ritorno che doveva avvenire l’indomani mattina. Proseguendo il loro cammino giunsero nella nottata a Butera. Alcuni di essi travestiti da carabinieri, bussarono e fecero aprire alcune case fingendo di possedere ordine di perquisizione. Tutto quello che trovarono in oro, argento, preziosi e denaro venne sottratto sotto gli sguardi impauriti di quei malcapitati. Al primo chiaror del giorno, per come stabilito il giorno precedente, si recarono alla Milingiana per prelevare quanto avevano lasciato in custodia. Vicino alla fattoria videro il contadino Salvatore Paternò che assieme al giovane figlio Gioacchino lavorava la terra e gli chiesero in prestito un mulo che tenevano legato ad un albero vicino a loro. Il povero uomo, per non subire qualche rappresaglia col suo rifiuto, acconsenti e perché potesse avere subito l’animale, dopo averlo abbardato e provvisto di una bisaccia, mandò con loro il figliuolo. Fu prelevato tutto ciò che avevano razziato e consegnato e proseguirono la strada per recarsi a Riesi. Durante il tragitto, si rincorrevano tra di loro cantando e scherzando, tenendo sempre i loro fucili a tracolla. Giunti all’abbeveratoio dell’ "Inviata" si dissetarono e presero poi la trazzera che porta a Riesi passando per il punto detto "quattro finaiti" ove i feudi Gurgazzi, Deliella, Inviata e Firiocchiaro confinano tra di loro. Alla testa della comitiva, avvolto nella sua mantellina grigio verde e col cappuccio a forma conica che gli copriva il capo, stava il ragazzo a cavallo con il carico della refurtiva. Quando stavano per giungere a quell’incrocio vennero investiti sia di fronte che dal lato destro, da una nutrita scarica di fucilate partita a distanza ravvicinata da individui ben nascosti da ripari da loro preparati. Primo a cadere, colpito a morte fu il povero ragazzo, perché maggiormente esposto al bersaglio. La banda, presa di sorpresa, si sbandò. Alcuni cercarono scampo con la fuga, altri, più audaci, risposéro al fuoc6 con le loro armi riparandosi dietro mucchi di pietra. La sparatoria durò un bel pezzo sino a quando i banditi che avevano resistito al conflitto a fuoco degli assalitori furono eliminati uno dopo l’altro. Dopo di che, ritenendo che tutti fossero stati uccisi, emisero un acuto fischio che fu 11 convenzionale segnale di raduno. L’echeggiare di quei colpi attirò l’attenzione di quei carabinieri che stazionavano nella fattoria di Passarello che, per la sua altitudine, domina tutte quelle contrade, e avendo intuito che qualcosa di grave fosse successo durante la sparatoria, non perdettero tempo a percorrere la strada che intercorreva per giungere sul posto. Quattro furono i morti da loro trovati: il povero ragazzo Paternò giaceva bocconi a terra, ancora avvolto nella sua mantellina e con il cappuccio che gli copriva il capo insanguinato, non molto distanti altri due giacevano a terra morti, a ridosso di un mucchio di pietre stava in ginocchio Gaetano Carlino col suo Walther tra le braccia e con lo sguardo verso il punto da dove erano partiti i colpi che l’avevano freddato. Uno della banda, un certo Millitarì, benché ferito gravemente alla testa era riuscito a fuggire e a ripararsi in un vicino ovile dell’ "Inviata", ove venne facilmente rintracciato ed arrestato. Ma per le gravi ferite riportate morì appena arrivato alle carceri di Riesi. I campieri dei feudi sopra menzionati stanchi delle angherie e dei sopprusi ricevuti dalla banda, avendo appreso l’ora approssimativa del ritiro della refurtiva, lasciata il giorno precedente, scelti i punti ove appiattarsi si nascosero. Erano le ore 11 di quel mattino, i malviventi stavano per attraversare i "quattro finaiti" quando ad un tratto quasi simultaneamente ci fu uno schioppettio di armi che provocò disorientamento e morte. Gli esecutori ditale eccidio invece di ricevere condanne ebbero un encomio da parte del Prefetto di Caltanissetta e come premio l’autorizzazione a portare fucili e pistole senza licenza. I rimanenti componenti la banda furono arrestati e nel processo svoltosi alle Assisi di Caltanisetta alcuni subirono la condanna a 17 anni di reclusione, altri ebbero pene minori.

VINCENZO RINDONE E LA SUA BANDA

Col perdurare della seconda guerra mondiale, la situazione del Paese divenne più critica. Il progresso fatto dalle poderose armate tedesche nell’est europeo, mercé la loro impetuosa, travolgente e vittoriosa avanzata, aveva dato la convinzione che la guerra doveva finire da un momento all’altro con una vittoria italo tedesca, ma vana purtroppo fu l’illusione! Si profilò lo spettro della fame! Per non peggiorare la situazione, il governo italiano venne alla determinazione di razionare il pane, la pasta e gli altri generi di prima necessità; di conseguenza vennero alla ribalta le tessere per la molitura del grano. Il Consiglio Provinciale delle Corporazioni di Caltanissetta, presieduto dal Dottor Aristide Forte, applicò misure drastiche stabilendo un gruppo di Agenti (ispettori) per la sorveglianza dei vari mulini. In ogni comune s’istitui un apposito ufficio ove ogni agricoltore dichiarava il frumento raccolto. Dal quantitativo veniva detratta la parte razionata occorrente alla famiglia, il resto doveva essere portato al magazzino di consegna che lo pagava ad un prezzo alquanto irrisorio. Poiché la quantità del pane e della pasta non era bastevole a molti, si ricorse alla "Borsa Nera". Molti produttori, sfidando la galera, incominciarono a vendere di contrabando (intrallazzo) il frumento che veniva trasportato sia in natura, o trasformato in farina, a dorso di animali o su carri a Gela, a Vittoria o a Catania. Vennero istituiti posti di blocco per evitare il contrabando, ma alcune persone, allettate dal guadagno, per nulla intimorite Continuarono a rischiare. La mattina del 5 maggio 1942, il giovane carrettiere Calogero Sardella, inteso "Cicione", volendo sfuggire al fermo imposto da alcuni carabinieri, fu raggiunto da un colpo di fucile sparato da un carabiniere che lo uccise sul colpo nello stradale della contrada "pantano". Il motivo per cui Vincenzo Rindone si diede al banditismo fu proprio "l’intrallazzo" della farina e del grano. Un mattino, mentre si trovava col suo carro carico di cotone, fu fermato da una pattuglia di carabinieri. Durante la perquisizione, oltre ai sacchi pieni di cotone, ne furono trovati altri due pieni di farina che venne confiscata ed egli tradotto alle carceri di Gela. Processato fu condannato ad alcuni mesi di carcere. Coll’allontanarsi delle forze armate americane dalla Sicilia, ripresero a regnare il disordine e la indisciplina nelle campagne rimaste incustodite dalla forza pubblica. Alcuni giovani del paese si formarono a gruppi e si costituirono in bande annate alle quali veniva dato il nome del capo prescelto dagli stessi aggregati. Una di esse fu capeggiata da Vincenzo Rindone. Quella gioventù a cavallo di focosi destrieri, di provenienza furtiva ed armata di fucili e pistole, scorrazzava imperturbata per le campagne, anche in pieno giorno, apportando allarme e terrore perle continue scorrerie che commetteva. Vennero sequestrate diverse persone che vennero rilasciate dopo il versamento di somme secondo le possibilità del sequestrato. Furono presi maggiormente di mira quegli agricoltori ritenuti più facoltosi. La prima vittima fu il modicano Cascino seguirono ad intervallo di tempo: Giuseppe Lo Blundo, detto "pipirino", uno dei fratelli Gallo, grosso feudatario, il figlio del Generale De Vecchi, proprietario dei feudi Cipolla e Spampinato, Giovanni Fontanazza, proprietario di terre dell’Inviata, Rosario Martorana Rutella, Gaetano Turco, Gaetano Melilli, seguiti da Marino, Maienza, Cusenza e altri. Tutti questi sequestri avvennero senza far uso delle armi. Si ebbe solo uno scambio di fucilate tra il figlio del col. De Vecchi che si trovava dentro la fattoria e quelli che dal di fuori ordinavano la resa. Ma il Rindone, con grande audacia, scavalcando il muro di cinta della fattoria, andò incontro alla sua vittima stringendogli ossequiosamente la mano e costringendolo ad arrendersi. Simile comportamento non l’ebbe a tenere in contrada "pozzillo" ove il proprietario della fattoria. Dottor Saele, opponendo resistenza fu ucciso in presenza della sorella durante il conflitto. La banda di Rindone spadroneggiò in tutto il territorio per diverso tempo fino a quando l’azione della forza dell’ordine divenuta più efficiente e più efficace non riuscì a sgominarla. Il Rindone, costretto ad allontanarsi dalla sua terra, si rifugiò a Roma ove trovò asilo presso una sua compaesana che divenne sua amante. La polizia riuscì a scovano e arrestatolo fu tradotto a Caltanissetta nelle carceri di "Malaspina". Uno dopo l’altro i banditi, ad intervalli di tempo, furono catturati. Maurici Giacomo, capo dell’altra banda, sorpreso dalle forze dell’ordine assieme ad altri in una casa del paese, venne ferito, durante la sua fuga, ad una gamba ed arrestato. Durante il processo che si svolse alle Assisi di Caltanissetta erano tanti gli arrestati che la grande gabbia non fu bastevole a contenere tutti gli accusati. Dopo numerose sedute si ebbe la sentenza: l’ergastolo per Rindone e Daniele Stornello; pene minori per gli altri.

LA FUGA DAL CARCERE DI "MALASPINA"

Il Rindone, in attesa di essere tradotto in un altro luogo di pena, si trovava nel carcere "Malaspina" quando iscenò. una rissa, in modo da fare accorrere colà gli Agenti di custodia. Favorito da quel trambusto, eludendo la sorveglianza, assieme a Luigi Gagliano di Mazzarino, scesero dal terzo piano con una corda, attraversarono il giardino e con una trave che si trovava colà per lavori di restauro, salirono il muro di cinta, saltarono giù e fuggirono prima che gli agenti si fossero accorti della loro fuga. Vincenzo D’Anna cercò di seguire i due fuggitivi, ma caduto dalla trave resa viscida dalla pioggerella, fu fermato da un colpo di rivoltella sparato dalla guardia di perlustrazione che lo ferì al tallone e non gli permise di fuggire da quel luogo di pena. Si fecero molte ricerche, ma degli evasi nessuna traccia. Dopo tempo il Gagliano, assieme ad un giovanotto, fu trovato ucciso nello stradale che conduce a Mazzarino. Del Rindone non si ebbero più notizie. Si vociferò che fosse riuscito ad incorporarsi nell’Esercito della Legione Francese.

IL FASCISMO, IL SECONDO CONFLITTO E LE CONSEGUENZE NEL TERRITORIO DI RIESI

LA VISITA DEL DUCE BENITO MUSSOLINI ALLA MINIERA TRABlA

Era stato stabilito che l’arrivo del Duce Mussolini dovesse avvenire nella Trabia (Miniere) verso le ore dieci dell’il maggio 1924 per visitare, durante il suo giro di Sicilia, anche il nostro centro minerario zolfifero. Una grande folla proveniente dai comuni di Riesi, Sommatino e Ravanusa con le rispettive autorità civili e militari, gerarchi fascisti, squadristi e organizzazioni con le loro bandiere e gagliardetti stavano quel mattino presso la centrale elettrica ad attenderlo. Per tale occasione, tutti i muri di quei frabbricati erano tappezzati da strisce di carta con i colori nazionali inneggianti al Re, al Duce e all’Italia. Bandiere tricolori sventolavano dalle finestre; una molto grande era posta sulla torretta della cabina elettrica. Nei muri del caseggiato del cortile a grossi caratteri si potevano leggere i famosi detti di Mussolini: "Credere, obbedire e combattere" e poi "Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi ecc. ecc. Tutti gli operai addetti alle officine o ai macchinari stavano nei loro posti di lavoro. Il gran portone di ferro di entrata in quell’occasione veniva aperto per dare libero passaggio solo alle famiglie degli impiegati residenti in quelle miniere. Fuori la folla aumentava sempre di più e cercava i punti più alti per potere osservare meglio l’arrivo del Duce. Per dare posto alle donne, si pensò di erigere con panche, sedie e tavole delle rozze tribune sul cumolo di polvere granulosa di carbone antracite trattenuto da mura costruite in precedenza quasi ad altezza d’uomo dietro alle quali vi stavano i propri congiunti e qualche intruso all’impiedi per come si vede dall’acclusa foto. Il continuo movimento di macchine, portatrici di ordini e contrordini, produceva in quel punto delle nuvolette di polvere nera che si attaccava facilmente ai volti degli spettatori che sembravano carbonari. L’orario delle 10 già trascorso dava modo alla folla di tenere gli sguardi rivolti verso lo stradale proveniente da Sommatino. La giornata era afosa e il caldo quasi insopportabile, quella poco piacevole polvere che ogni tanto si alzava per l’aria infastidiva la gente. Verso le ore Il, dallo stradale della Mintina si videro profilarsi le prime macchine in discesa che diedero la sensazione che il Duce fosse in arrivo. Allora si vide una moltitudine di gente che si spingeva una contro l’altra per trovare un posto per meglio osservare. Le forze dell’ordine, per arginare la folla che aveva invaso il passaggio, prepararono un adito affinché il Duce potesse facilmente accedere alla Centrale. Primi a giungere furono quattro centauri della Pubblica Sicurezza, montati su poderose motociclette, seguiti, a distanza ravvicinata , dalla macchina portante il Duce e poi da quelle delle autorità gerarchiche. Sceso proprio all’imbocco del tratto che dallo stradale porta alla centrale, il Duce venne festosamente accolto dalla folla con numerosi battimani e con grida di evviva ai quali egli rispondeva col saluto romano. Vestiva la tenuta fascista con calzoni lunghi e camicia nera, sul capo portava il goliardico copricapo offertogli dagli universitari palermitani ad ‘honorem" durante il suo passaggio da quella città. A riceverlo in tenuta fascista fu il bel giovane ed aitante Ing. Umberto Cattania, direttore della miniera Trabia. La folla sempre applaudente inneggiava al grido "Viva il Duce" e a quello D’Annunziano di "Eia... eia... alalà". Il corpo bandistico riesino intonava l’inno fascista "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza". Ed ecco il Duce avanzare baldanzoso, con lo sguardo altero, alla sua sinistra stava il direttore Cattania, lo seguivano i suoi gerarchi ed alti funzionari delle diverse armi. Nel cortile era atteso da tutti gli impiegati di quel centro minerario con le rispettive famiglie che al suo entrare l’accolsero con gettiti di fiori ed evviva. Un bel mazzetto buttato al suo indirizzo dalla Signora Bianca Piazza, moglie del tecnico elettricista Francesco, lo colpì al viso, il Duce si abbronciò, guardò con occhio torvo e proseguì. Girò le officine e tutto l’impianto elettrico e al suo passaggio ogni operaio stendeva il suo braccio per il saluto romano. Tra costoro egli riconobbe Calogero Trobia da Sommatino che molti anni prima gli fu compagno in uno stabilimento di Milano, si fermò e scambiò affettuosamente alcune parole con lui. Dopo avere visitato tutto l’impianto della centrale, seguito sempre dalla folla acclamante, si recò nel pozzo, scese nella miniera con l’ascensore che dopo un po’ lo riportò all’aperto. Da qui si recò verso il locale dopolavoro che per quella occasione era stato adibito come sala da pranzo per lui e il suo seguito, con la partecipazione degli impiegati della miniera. Prima di entrare, volle accomiatarsi dalla folla parlando da un balcone sotto il quale era stata eretta una colonna portante un suo mezzo busto eseguito precedentemente con zolfo fuso. Tutti gli operai. tralasciando il lavoro, si erano accalcati sotto il balcone invocando "Duce... Duce". Egli affacciatosi, perché potesse essere meglio udito, con gesti delle braccia ordinò agli Agenti di polizia e ai carabinieri di rompere il cordone che teneva a distanza gli operai e far si che essi si avvicinassero a lui. Iniziò il suo discorso ringraziandoli del dono ricevuto, che raffigurava l’incudine e il piccone (era di argento ma la forma molto ridotta). "Lo terrò, egli disse,’sul mio tavolo di lavoro come cimelio, tra i miei ricordi". Parlando sulla Sicilia turbolenta, egli si espresse così: "La mafia in Sicilia rimarrà come un lontano ricordo". concluse il suo discorso con scroscianti applausi. Dopo aver pranzato, nel tardo pomeriggio, proseguì per Caltanissetta con tutto il suo seguito. Nelle ore della notte, quando in quel luogo regnava il silenzio, tre individui, con fare sospetto avanzarono verso quella colonna che sosteneva il mezzo busto in zolfo raffigurante il Duce, giuntivi, il maggiore di essi sollevò il più piccolo fino a portarlo all’altezza dovuta, mentre il terzo porgeva un grosso batuffolo acceso di cascame impregnato di olio minerale. Velocemente scomparirono da quel luogo. Lo zolfo a contatto del fuoco si fuse lentamente. Quando spuntò l’alba, non restò altro che la sola colonna annerita dal fumo nero prodotto dallo zolfo che colava ancora bruciante. In un primo tempo fu arrestato Raffaele Calafato, conduttore meccanico della miniera Tallarita, come presunto autore, ma in seguito ad un suo dimostrato alibi venne subito rilasciato. Degli autori non si potè trovare alcuna traccia.

PASSAGGIO DA RIESI DI SUA MAESTA’ VITTORIO EMANUELE III  4 dicembre 1942

S’era avuta notizia che il Re Vittorio Emanuele III doveva passare daI nostro paese. Il giorno prima era sbarcato a Messina e di là doveva proseguire a bordo della sua macchina, per ispezionare gli impianti e le attrezzature militari che fortificavano la Sicilia. Tempo prima era passato 5. A. il principe Umberto, suo figlio, in una vettura chiusa e quindi pochi furono quelli che poterono ravvisarlo attraverso i vetri tenuti abbassati. Quale comandante delle forze armate del Sud era venuto per trascorrere con i suoi soldati la ricorrenza del Capo d’anno. Il passaggio del Re si attendeva verso le ore 10 del 4 dicembre 1942. Un servizio d’ordine già era stato preparato sia dalle autorità civili che militari. La notizia del passaggio del Re aveva suscitato la curiosità della popolazione che si dispose lungo la via Umberto. Dopo avere attraversato quel tratto tortuoso di’ strada del rione Spadazza, all’imbocco della via Umberto, comparve una vettura staffetta montata da militari, a poca distanza seguiva quella del Re. Egli stava seduto sul sedile posteriore vestito in divisa e col berretto a bustina di colore grigio verde, alla sua sinistra stava seduto il suo aiutante di campo Generale Punto-ne anch’egli in uniforme. Dal volto roseo del Re emergevano i candidi baffetti tagliati a spazzola. Alle grandi ovazioni che gli venivano fatte al suo passaggio egli rispondeva continuamente portando la sua mano destra alla tempia. Man mano che la sua macchina avanzava, la popolazione diveniva più folta, i quattro canti del paese erano gremiti a zeppo, le acclamazioni aumentavano sempre di più. Per attraversare la via Umberto, la macchina era costretta ad avanzare molto lentamente, giunta davanti al palazzo D’Antona, rimase completamente bloccata dalla calca di gente. Il Re, se da un lato era compiaciuto per quella grande dimostrazione di simpatia tributatagli, dall’altro lato gli premeva sganciarsi dalla calca per proseguire l’itinerario previsto per la giornata. Fu ordinato quindi, alle forze dell’ordine di aprire un varco tra quella gente per dare libero passaggio alla macchina del Re. Ed ecco, mentre avanzava la macchina a velocità ridottissima, si vide il giovane Mimiddo Capizzi uscire tra la folla ed aggrapparsi alla vettura e precisamente nella parte dove sedeva il Sovrano con l’intenzione di volergli baciare la mano, ma il re prevedendo che la posizione scomoda poteva essere fatale al giovane, nel tentativo si allontanarlo, con la mano gli procurò del sangue alle gengive. La macchina reale con il suo seguito, aumentò di velocità e sparì lasciando delusi coloro che non poterono vedere il Re.

L’ENTRATA DELLE FORZE ARMATE AMERICANE A RIESI

E LE SUE TRAGICHE CONSEGUENZE

Leggendo i giornali e ascoltando le trasmissioni che venivano fatte dalla radio, ogni cittadino era ormai al corrente dei rovesci militari da noi subiti nelle terre di Egitto, della Cirenaica, della Tunisia e della caduta, dopo un lungo e stringente assedio, della base aero-navale dell’isola di Pantelleria, che per noi era la roccaforte, sia di difesa che di offesa del Mediterraneo centrale ed anche si era a conoscenza delle gravi perdite subite dalla nostra gloriosa flotta navale di guerra. La più dolorosa fu quella avvenuta il 28 marzo 1941 a Matapan, Capo meridionale della Grecia, ove ci vennero affondati tre incrociatori e due cacciatorpediniere dalla flotta inglese, fornita di radar (mezzo.ancora sconosciuto alla nostra marina) con la perdita da parte nostra di 2303 uomini, tra ufficiali e marinai facenti parte dell’equipaggio. E’ bene citare anche l’affondamento, avvenuto il 2 dicembre 1942 del Cacciatorpediniere Da Recco nelle acque dell’isola di Lampedusa, ove trovò la morte il nostro giovane concittadino Carmelo Napolitano di Ferdinando. Non disponendo più, da parte nostra, di quei mezzi di difesa e di offesa sufficienti per fare fronte a quelle azioni di guerra, gli Anglo-americani erano ormai diventati padroni della situazione. Molte bombe venivano lanciate da massicce formazioni aeree, provocandoci morti e danni ingenti. Negli ultimi tempi venne presa di mira la Sicilia, che pagò il suo tributo con immensi danni e un gran numero di morti, provocati dalle incessanti incursioni aeree nemiche. Una di queste venne fatta sulla nostra miniera Tallarita, allora in piena efficienza produttiva di zolfo, le bombe lanciate provocarono dei danni ai fabbricati dell’officina bobinaggio, attigua a quella della centrale elettrica, ma nessuno alle persone che vi lavoravano. Altre raffiche si ebbero da un apparecchio nemico dirette alla corriera in servizio nella linea Riesi-Canicattì mentre, gremita. di passeggeri, saliva lo stradale della contrada Pozzillo di Riesi, ma per fortuna vi fu molto panico ma nessuna vittima. Nel cielo della contrada Palladio, due apparecchi nemici vennero affrontati da un caccia tedèsco che riuscì ad abbatterli, uno, incendiandosi, cadde proprio nello sbocco della piccola galleria omonima facente parte della linea ferroviaria rimasta in embrione, l’altro cadde altrove. Gela, Licata, Siracusa ed altri paesi facenti parte della rada Mediterranea, furono maggiormente presi di mira dagli apparecchi nemici con continui bombardamenti e mitragliamenti. Quel continuo bersagliare faceva comprendere che qualcosa di grave dovesse accadere in Sicilia.La sera del 9 luglio 1943, verso le ore 21, gli abitanti del paese, vennero scossi da un improvviso boato e da colpi di cannonate, provenienti da lontano. Quella sera era senza luna e perciò il paese era proprio al buio. Molti degli abitanti che in quell’ora si trovavano chiusi nelle loro case decisero di mettersi fuori all’aperto, alcuni nelle terrazze, altri ai balconi in modo da potere osservare la provenienza di quelle cannonate. Dal continuo e crescente balenare di lampi rossastri che si notavano dalle retrostanti alture collinose del territorio di Butera, che ci nascondono il litorale Gela-Licata, si convenne che qualcosa di grave stesse per accadere di là. Per i sinistri e frequenti baleni che stracciavano la bruna coltre del cielo sembrava, col suo sordo e continuo tonare, che in quei luoghi si fosse scatenato un uragano infernale. Seguirono rombi di aerei che incominciavano a roteare per l’aria ad alta quota e poi ancora comparire dei fuochi di bengala che si mantenevano in alto emanando una luce viva, abbagliante da illuminare quasi a giorno quella zona tanto da giungere sino a noi. Se in un primo tempo si voleva appagare la curiosità, in seguito la paura invase gli animi. Parecchie persone vennero alla determinazione di fuggire e prendere le vie della campagna, per potervi trovare rifugio e così scampare a qualche bombardamento che si sarebbe potuto avverare da un momento all’altro. Il diavolo farlo apposta, un aeroplano nemico, nel sorvolare il nostro cielo, improvvisamente sgranò una raffica della sua mitragliatrice. La paura si trasformò in terrore, si gridò, s’invocò, si pianse ovunque, non si sapeva ove orientarsi per trovare scampo. Finalmente venne la calma. Molti rientrarono nelle proprie abitazioni, e con grande trepidazione si passò la notte dentro sino allo spuntar del giorno. Nella mattinata si ebbero le prime notizie: il dottore Gabriele La Monica, mentre era intento, sulla terrazza della torre della sua palazzina di campagna in contrada Crocifisso, ad osservare con il binocolo quanto accadeva in quella serata, fu ferito in modo grave ad una gamba da un proiettile della mitragliatrice della quale si era sentita la deflagrazione la sera precedente e che aveva provocato immenso panico. Nelle ore più tardi si ebbe la notizia che gli americani, con un gran numero imprecisato di navi da guerra e da sbarco, erano riusciti, mercé le loro forze aeree e navali, a porre piede nella terra ferma di Gela e Falconara, dopo un poderoso bombardamento con cannoni di diverso calibro delle artiglierie navali che avevano distrutto le fortificazioni italo-tedesche poste a salvaguardia della costa. Nel frattempo, dalle navi portaerei si erano levati apparecchi che .disseminavano dall’alto paracadutisti americani che accerchiarono i nostri soldati. Si apprese poi che militari americani, già sbarcati proseguivano la loro avanzata verso l’interno e precisamente .per la strada mulattiera che da Falconara conduce a Riesi. La conferma di ciò venne data, nelle ore più tardi, da quei nostri soldati di Artiglieria a cavallo, facenti parte di quel battaglione che circa un mese prima, proveniente da Caltanissetta, era passato baldanzosamente sui suoi focosi cavalli dalla via Vittorio Veneto per recarsi in territorio di Licata come rinforzo. Avendo constatato l’aggravarsi della situazione, per sfuggire ad un probabile accerchiamento da parte del nemico, quella mattina ripiegavano in ritirata dalla stessa strada da cui erano venuti sui propri destrieri. Molti di essi tenevano a guinzaglio altri cavalli mancanti di sella e dei loro cavalieri. Verso mezzogiorno si ebbe la notizia che i primi nuclei di soldati americani erano scesi dalla trazzera della contrada Fegotto e si avvicinavano verso Riesi. Questa notizia apportò immensa gioia ai comunisti locali. Si videro correre per le vie Antonio e Ferdinando Di Legami, Filippo De Buio e tanti altri seguaci Comunisti, che procurandosi dei drappi di colore rosso, fècero delle bandiere per andare incontro al nemico che avanzava acclamandolo, inneggiandolo come liberatore e cantando l’inno "Bandiera rossa..." che dal fascismo era stato represso. Gli americani, prima di occupare il nostro paese si fermarono sullo spiazzo vicino al caseggiato che doveva servire da stazione ferroviaria. Da alcuni incoscienti paesani venne loro indicato il luogo ove si erano nascosti un ufficiale e cinque soldati dei nostri che trovati furono fatti prigionieri. Alla notizia dell’arrivo degli americani molta gente era curiosa di conoscere i liberatori e si accalcava maggiormente quando quei soldati, per cattivarsi la simpatia, regalavano agli adulti le sigarette, che precedentemente potevano essere reperite solo d’intrallazzo, e ai bambini le caramelle che tenevano copiosamente nelle loro tasche. I soldati americani continuavano ad affluire anche nelle ore notturne. Perché non fosse la loro presenza di bersaglio a qualche apparecchio avversario, di giorno si occultavano sotto il folto mandorleto vicino alla mancata stazione ferroviaria e nelle ore della notte, proseguivano unendosi alle loro truppe che erano impegnate a superare e vincere la resistenza opposta alla loro avanzata dai difensori italo-tedeschi, nella fascia terriera che unisce i paesi di Barrafranca e Mazzarino. Lo scrivente fa presente che Riesi fu il primo paese interno della Sicilia ad essere occupato dalle truppe americane e senza alcuna resistenza. Avvenne solo un piccolo scontro nella contrada Serralunga, ex feudo Milione, nel quale morirono..due soldati: un tedesco e un italiano. La battaglia persisteva in quei luoghi sopradetti, con la partecipazione di carri armati. In quei giorni, il comando americano dell’Amingot, pose come governatore del paese, un suo tenente di cognome Simonelli, di origine italiana, che nulla comprendeva della nostra madre lingua tanto che l’allora giovane pastore evangelico Enrico Corsari, che conosceva correttamente l’inglese, gli fu da interprete. Con manifesti murali si ordinò a tutti i possessori di consegnare nella locale caserma dei carabinieri, nel più breve tempo possibile, le loro armi da fuoco di qualsiasi tipo e quello da taglio. Gli inadempienti sarebbero stati puniti secondo le leggi di guerra degli occupanti. Ogni ben pensante, volontariamente, andò a consegnare quelle armi in suo possesso al luogo indicato, ove venivano ricevuti da alcuni soldati americani, coadiuvati dai nostri carabinieri disarmati ed adibiti solamente ad annotare sui registri le armi che venivano consegnate. Man mano che gli americani avanzavano, lasciavano nei paesi occupati, alcuni dei loro uomini come poliziotti, per mantenere l’ordine pubblico nel paese. Formate delle pattuglie di due o tre elementi armati ad ognuna di essa veniva aggiunto un nostro carabiniere disarmato dà servire come guida nell’attraversare le strade da loro sconosciute. In seguito agli eventi bellici i mulini rimasero chiusi per mancanza di grano; alla popolazione incominciava a mancare il pane. Il tenente Simonelli, venuto a conoscenza di ciò fece venire in sua presenza il notaio Eugenio Roccella, quale podestà per incitarlo a provvedere al fabbisogno della popolazione. Il podestà essendo stato informato che scorte di grano si trovavano nel locale magazzino consorziale, pensò subito di farlo requisire. Ora si trattava di trovare un mulino per trasformare, in breve tempo, il frumento in farina. Si pensò subito allo stabilimento "La Santa famiglia", ubicato fuori l’abitato, che teneva la più adatta attrezzatura per la macinazione del cereale. Poiché da parecchio tempo si trovava chiuso, il podestà fece intervenire il proprietario Giuseppe Martorana Attanasio. Questi, sulle prime cercò di tergiversare, per esimersi da quell’ordine, ma alla fine chiese la mia collaborazione. Pur non esistendo tra noi due, da diverso tempo, dei buoni rapporti, feci buon viso a cattiva sorte per il bene della popolazione. Si stabili, in presenza del podestà, che il Martorana doveva provvedere alla requisizione di quelle scorte di grano giacenti e curarsi del trasporto dal magazzino allo stabilimento e che lo scrivente doveva interessarsi a preparare quel personale adatto alla messa in moto di quel macchinario. Si concordò che al mattino seguente, alle ore sette, ognuno doveva trovarsi in quel posto per iniziare i lavori di molitura. Per l’ostinata resistenza che opponevano i tedeschi alle truppe amen~cane la battaglia continuava; a distanza si udiva il tuonare dei cannoni e lo sgranare delle mitragliatrici e i fuochi di fucileria. Dalla panchina che era davanti alla porta di entrata dell’opificio, guardando in direzione di Barrafranca e Mazzarino, luoghi di combattimento, si vedevano lunghe cortine di fumo e di fiamme che s’innalzavano per l’aria. Ogni tanto passavano volando in alto squadriglie di aeroplani americani che dopo avere scaricato le loro armi e le micidiali bombe sui paesi, ritornavano indisturbati nei loro punti di partenza per ricaricarsi e fare lo stesso itinerario. Mentre si preparava nello stabilimento il gas che veniva prodotto dal carbone messo nel generatore, servente per avviare il grosso motore di 80 HP, lo scrivente e il Martorana, ormai riappacificati, stavano fuori ad osservare ciò che accadeva in lontananza. Alcuni proiettili di cannoni a brevi intervalli l’uno dopo l’altro cadevano scoppiando proprio vicino al bivio "Mariano", distante circa duecento metri da loro mandando in alto colonne di .terriccio, ad un tratto si udì il sibilo di una cannonata sorvolare sulle loro teste e un fortissimo boato proveniente dal paese. Impauriti, ebbero la sensazione che quei colpi venissero sparati nella loro direzione, perciò, presi dal panico assieme agli altri abbandonarono quel luogo e di corsa si diressero verso il paese. Arrivati nel centro abitato videro molta gente impaurita che correva perché un grosso proiettile di cannone piombato nel cortile della Spadazza e vicino all’entrata del mulino che ivi esisteva, aveva causato morti e feriti tra la agente colà riunita per la molitura delle loro piccole scorte di grano. Detto mulino era di proprietà dell’ omonimo nipote dello scrivente, si lascia quindi immaginare come egli apprese quella notizia. Aumentando la sua andatura, si diresse verso il luogo indicato, giunto vicino la porta di quel fabbricato, vide il mugniaio Mastro Crocifisso Jannì steso a terra morto, immerso in una pozza di sangue, un po’ più in là una povera donna morta raggomitolata a terra. Lo scrivente cercò il nipote, gli venne riferito che si era recato presso il Pronto Soccorso dell’Inail nel centro del paese. Proseguì la sua corsa, giunto in quella infermeria, una pietosa scena si presentò al suo sguardo: una bambina quasi decenne stava sdraiata immobile sul tavolo operatorio col suo visino cereo, solo i suoi occhi davano segno di vita, la pancia denudata lasciava intravedere una larga ferita da dove fuoriuscivano gli intestini. Povera bambina! con la sua flebile vocina chiedeva.., acqua, acqua.. Il sanitario, dottor Rosario Sanfilippo Cultrera che in quel momento era il solo medico che prestava soccorso a tutti i feriti, non nutrendo alcuna speranza di salvare la bambina, rivolse la sua assistenza a Francesco Marotta, un giovanetto che lavorava nel mulino il cui stato si presentava grave per le varie ferite riportate. Volgendo lo sguardo in fondo al locale vide il nipote che era stato ferito leggermente da alcune schegge. Con lui si trovavano altri in attesa di essere medicati. La bambina appartenente ad una delle famiglie Giuliana, per la gravità delle ferite, morì nello stesso giorno, mentre il Marotta, dopo aver peregrinato da un’ospedale all’altro, riuscì a guarire. Rimase però inyalido per cui ottenne una lauta pensione. Dato quello che era avvenuto in quella mattinata, non si pensò più a rimettere il macchinario dello stabilimento in funzione, né lo scrivente, nella sua narrazione può fare sapere al lettore come abbia fatto quel podestà a procurare quella farina tanto necessaria e urgente per molte famiglie bisognose. Allontanatasi la guerra dalla Sicilia, tanto il tenente americano Simonelli che i suoi poliziotti lasciarono Riesi. Venne destituito il podestà Roccella e si ripristinò la carica di sindaco, abolita dal fascismo, affidandola in linea provvisoria al geometra Rosario Altovino d’idee liberali.

LA ROTTURA DELLE URNE E L’UCCISIONE DI PIPPO LO GRASSO

La guerra volgeva al termine, le truppe Anglo-americane, nel lasciare Riesi, affidarono la carica di Sindaco, fino a quando fossero indette le elezioni, al geometra Rosario Altovino. Costui appena ricevette dal Governo le prime somme assegnate al Comune si prodigò di fare aprire dei cantieri di lavoro per gli operai rimasto disoccupati. In quel tempo, per entrare a Riesi da Mazzarino, si doveva attraversare il rione "Spadazza" che rendeva difficile la manovra alle macchine per la tortuosità della strada, apportando serio pericolo alle persone che l’abitavano. Il neo Sindaco progettò di traforare la massa su cui sovrasta la Chiesa di San Giuseppe in modo che, entrando dal corso Vittorio Emanuele, si usciva all’opposto stradale della Spatazza, senza attraversare l’abitato. A tale uopo venne adibita una squadra di zolfatai e braccianti agricoli. Purtroppo, tenninati i fondi assegnati, il tanto auspicato traforo rimase incompiuto. La costituzione sancì il voto alle donne e la data per le elezioni amministrative venne fissata per il 17 marzo 1946. Alcuni comunisti e socialisti, che nel periodo del fascismo erano stati arrestati o inviati al confine dalla Pubblica Sicurezza per misura precauzionale, si coalizzarono formando il "Blocco del Popolo". Contro di loro si formò la "Coalizione Democratica" della quale fecero parte i democristiani, i demosociali, i qualunquisti. Tra i candidati vi erano Francesco Di Cristina e Francesco De Bilio Rindone che ambiva alla carica di primo cittadino. Acerrima fu la lotta tra i due partiti. Quello Social comunista, meglio organizzato, con promesse lusinghiere faceva maggiore presa sulla massa. Si formavano lunghi cortei che con in testa le bandiere rosse con falce e martello e un gran quadro raffigurante Garibaldi, percorrevano le strade del paese intonando i loro inni. A volte qualche analfabeta s’improvvisava oratore e con idee tutte proprie riusciva a convincere l’umile massa ad accrescere le file del suo partito. Non mancarono certamente degli oratori di gran fama come I’On. Pompeo Colajanni per i social comunisti e l’On Rosario Pasqualino Oliveri per la Coalizione Democratica. Co~ il voto concesso alle donne, il numero degli elettori di allora si aggrava intorno ai 6.000 e le votazioni dovevano effettuarsi in un unico giorno. I Social comunisti ritenendo che .11 tempo non fosse stato bastevole per la votazione, con un ordine di scuderia fecero si che alle prime ore del mattino di quel giorno gli elettori si trovassero accodati in lunghe file dietro le porte ancora chiuse delle sezioùi ove erano iscritti per dare il voto. Quelli del partito della "Coalizione Democratica" man mano che si presentavano si ponevano in fila, ma pensarono si soprassedere sino a quando fossero diminuite le lunghe file. Ma in seguito, avendo notato che i social comunisti, dopo aver dato il voto, tornavano ad accodarsi per dare posto ai nuovi arrivati del loro partito, i componenti la "Coalizione Democratica" si riunirono in piazza Garibaldi per commentare l’accaduto. Prevedendo che continuando in quel modo, la vittoria sarebbe stata sicuramente dalla parte avversa, si stabili di telefonare nelle prime ore del pomeriggio all’On. Pasqualino per informarlo della situazione e per avere dei consigli. Data la grande notorietà e la stima che godeva dalla maggior parte della popolazione riesina, fu prescelto Francesco Di Cristina. La cabina telefonica si trovava allora nel vano adibito a bar da Tano Napolitano, ubicato nella stessa piazza. Mentre si attendeva la risposta, un buon numero di persone era rimasto fuori. La conversazione telefonica fu breve, il Di Cristina con mossa alquanto contrariata fece comprendere dal suo atteggiamento che non v’.era nulla da fare. La gente ch’era rimasta fuori si accalcò, poi si sentì una voce gridare "andiamo alle urne" e un’altra "rompiamo le urne". Come un turbine la gente si dileguò travolge•ndo lo stesso Di Cristina che sorpreso di quanto stava accadendo, rimase fermo nello stesso posto, allibito e contrariato per quello che stava accadendo contro la sua volontà. La prima sezione ad essere invasa e saccheggiata fu la più vicina e cioè quella che si trovava in fondo all’androne del palazzo del Duca di Solferino, mentre altri gruppi, agitando in aria i loro bastoni, irruppero nelle altre sezioni. Sotto gli sguardi attoniti del Presidente, degli scrutinatori e di coloro che si trovavano nei seggi elettorali, gli energumeni presero d’assalto le urne contenenti le schede già votate, le gettarono a terra distruggendo ogni cosa, senza dar tempo ai carabinieri presenti d’intervenire. Il locale Comando dei carabinieri, venuto a conoscenza del grave episodio, prevedendo la reazione dei Social comunisti, chiese con urgenza dei rinforzi alla Questura del Capoluogo. L’atmosfera s’era fatta abbastanza tesa, si prevedevano gravi conseguenze per l’atto vandalico. Nelle ore del vespro, nella piazzetta ove si erge il mezzo busto bronzeo del Senatore D’Antona, il candidato socialista designato in quelle elezioni Regionali, pur essendo conscio -della tensione esi-stente tra le parti avverse, osò mettersi fuori su un tavolo, prelevato dalla vicina sezione del suo partito, per tenere il suo discorso politico. I Compagni, adontati per l’accaduto, radunati in gruppi nella vicina piazza Garibaldi, si avvicinarono all’oratore bloccando il transito della via Roma. Mentre il Centorbi nella sua foga oratoria s’era infervorato, il silenzio della folla venne interrotto da una voce seguita da un cupo sparo d’arma da fuoco accompagnato da un lamentevole grido emesso da qualcuno rimasto ferito. Nello stesso istante, a poca distanza, proprio nell’angolo della piazza che immette nel corso Vittorio Emanuele, si vedeva un uomo arrossato dai fumi dell’alcool, tenere le sue ginocchia pressate sul corpo di una persona distesa supina a terra e menare botte senza che quel malcapitato potesse difendersi. Attorno ai contendenti s’era formato un cerchio di persone che non fecero nulla per sedare la lite. S’era avvicinato pure un capitano dei Carabinieri, il quale, pur ricevendo degli epiteti offensivi da quell’energumeno, pensando che un suo intervento potesse far scoccare la scintilla in quei momenti cosi elettrizzante, si limitò a commiserarlo abbozzando un sarcastico risolino. Vittima dello sparo fu il quarantenne Pippo Lo Grasso che con i suoi fratelli Calogero Antonino e Pietro si trovava in piazza tra i maggiori sostenitori della Democrazia Cristiana. Il ferito presto soccorso da un medico sul posto, spirò poco dopo a casa sua per la gravità della ferita. In seguito alle indagini espletate dai Carabinieri, venne fermato come presunto uccisore Pietro De Buio che nel periodo del fascismo era stato per cinque anni al confine. Essendo stato accertato che egli, nel momento in cui si udì lo sparo, si trovava dietro l’ucciso e che il colpo dell’arma risultava tirato a bruciapelo dal punto dove egli si trovava, il suo fermo fu commutato in arresto nonostante il suo diniego. A gravare la sua posizione fu l’accusa di Angelo Ligotti, nonché la rivoltella mancante di una cartuccia nel suo caricatore che fu trovata dagli inquirenti durante la perquisizione domiciliare. Fu fatta l’autopsia, quel proiettile che avrebbe potuto scagionare o accusare di omicidio il De Bilio non fu trovato. Svoltosi il processo alle Assisi di Caltanissetta nonostante l’arringa fatta dal difensore che fece risultare quell’assassinio un delitto politico, la Corte, ritenendolo colpevole lo condannò a 16 anni di carcere Dopo la morte di Pippo Lo Grasso, la famiglia, composta dalla moglie e tre figli, non rimase dimenticata dalla Democrazia Cristiana che si prodigò nel venire incontro in diversi modi specialmente quando i figli vennero privati anche della madre. Un ritratto di Pippo, ritenuto vittima del suo ideale politico, venne appeso alle pareti del sodalizio della Democrazia Cristiana. Alcuni oratori, venuti a Riesi, durante i loro comizi ne fecero un martire. Per quella disgrazia i tre fratelli Calogero, Nino e Pietro ebbero ampi riconoscimenti e buoni impieghi.