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I feudi di Cipolla e di Riesi

La prima cosa, che fa risaltare agli occhi di tutti, il nostro Don Gaetano Pasqualino Pasqualino nel suo libro che a noi qui ci serve di scorta è di sapere che Riesi e Cipolla, furono in antico, due grandi feudi interni della Sicilia, la quale, diciamo noi, passata dalla dominazione dei Saraceni agli altri governi, i sopra detti feudi furono abbandonati a se stessi, senza che per lungo tempo, e prima delle fasi del feudalismo, fossero cercati da alcuno.Ignoriamo completamente donde derivano i nomi di Riesi e Cipolla, perchè tramandati dall’oscurità dei tempi. Giova pertanto sapere che detti feudi molto distanti da Palermo, lontani da Caltanissetta e dagli altri paesi vicini, come Butera, Barrafranca, Mazzarino, Pietraperzia, Sommatino e Ravanusa; traversati dal fiume Salso, non furono le terre cercate nè dagli Stati di allora, nè da singoli: sicchè erano delle terre incolte, che neppure forse, vi pascolavano. mentre quelle dei su mentovati paesi, nei territori, erano beneficate. Nessuno quindi vi penetrava. perchè sconosciute al demanio dello Stato: perciò possiamo dire, anzi affermare che Riesi e Cipolla erano in preda dei lupi, i soli padroni. crediamo noi. Si crede però, ed è probabile, che qui vi furono gli arabi o i Saraceni, i quali regnarono in Sicilia due secoli e mezzo, dall’ 831 av. C. al 1072, epoca nella quale Ruggero il Normanno li cacciò via. Essendo essi popoli nomadi, si sparsero dappertutto nell’isola; stabilendosi or qua, or là, ebbero a ridursi anche da queste parti. Vuolsi che sulla collina della Capreria fosse esistito un villaggio arabo, i di cui abitanti invasero il territorio, come rilevasi da alcune grotte dai ruderi di terra cotta, dai cadaveri che si son trovati, scavando in diversi punti; cadaveri che mostrano come erano seppelliti in sarcofaghi di mattoni coi loro riti e costumi. Ad onor del vero i Saraceni con la loro presenza non ci fecero del male, anzi ci lasciarono le tracce della loro civiltà. E difatti ci coltivarono le terre, ci importarono le piante di olivo, del carrubbo, del mandorlo, i fichi d’india e persino la palma che non frutta. In prova di ciò si crede che i due boschi di olivi e pistacchi nei territori di Riesi e Cipolla, siano stati opera dei Saraceni; come credesi pure che l’arte di lavorar l’argilla, viene da loro: inoltre al punto denominato la Sanguisuga esisteva una fontana con una cupola di gesso detta Cubba. Ora la parola Cubba è parola araba e significa luogo d’acqua abbondante. Spazzato via questo di mezzo, che abbiam voluto narrare sui Saraceni, ritorniamo sui nostri passi. Venuti in Sicilia dopo i Normanni gli Austro-spagnuoli, eccoci alle investiture dei due feudi in parola Riesi e Cipolla, non ricercati, abbandonati, per cui il Pasqualino si afferma storico ricercatore. Pria di andare avanti, è bene dire due Parole qui intorno alle investiture, per avere un’idea circa il feudalismo e le tali investiture che giunsero fino a Riesi. Entrato Carlo Magno in Italia nel 1100, costui da Imperatore francese, assoggettata tutta la penisola a sè, istituì nei Comuni il feudalismo, dividendo le terre ai signori più furti. Nato il feudalismo dalla proprietà, ne vennero fuori i principi, duchi, marchesi e baroni coi loro castelli e i vassalli che erano i poveri. Mentre i signori erano tutto, i vassalli erano niente: dovevano ubbidire ai loro padroni, lavorando la terra, pagando le tasse, senza nessun privilegio con tutti i loro doveri e dovevano star zitti. I vassalli perciò erano dei diseredati della fortuna, i signori erano dei privilegiati. Essi, profittando della legge, del tempo e dell’oscurantismo, commettevano ogni sorta di abuso. La Sicilia seguendo tale sistema divenne feudalista. Principi, duchi, marchesi, baroni divennero feudalisti in virtù delle Investiture, cioè della divisione delle terre ed è perciò che si fabbricarono dei Castelli, ed è per ciò che dominavano nei loro territori sopra i vassalli. Questi tigli della disgrazia generavano dei poveri coloni, atti a coltivar la terra, senza nessun profitto, salvo quello di mangiare e vivere stentatamente, nuotando nella miseria. Anco gli operai erano soggetti ai padroni del feudo, vivendo senza i diritti dell’uomo. E questo stato di cose durò tutta la lunga notte del Medio Evo. A dir la verità i coloni di Riesi non conobbero tutte le brutture del feudalismo che permetteva persino le primizie dei padroni nei matrimoni; salvo qualche abisso o sopruso degli amministratori locali, del campiere o di qualche signorotto che approfittavano del tempo e della carica; a Riesi di grave, di positivo, per quanto sappiamo, non ci fu nulla. Epperò è giusto notare anche che le investiture per i feudi dì Riesi e Cipolla, giunsero con ritardo qui. Fatta questa considerazione, rivolgiamoci dunque alla storia allo scopo di apprendere chi furono i possessori di queste terre. Da ciò vedremo lo svolgersi delle diverse investiture dei diversi governi concedenti le dette terre a coloro che l’hanno posseduto, facendone l’uso di cui si vedrà appresso. Siccome furono concessi a dei padroni stranieri, così da lontano,l’hanno fatto amministrare.

I magazzini-La parte Intellettuale-Dirigenti-Il palazzo-La  prima chiesetta–Feste

In quel primo momento l’amministratore dei feudi fece fabbricare per conto della proprietà, ai piedi della montagna i magazzini per la raccolta dei cereali e delle olive e un trappeto per la macinazione onde avere l’olio: i primi furono fatti dove c’è la Flora dei Jannì, il secondo nella straduzza di Donna Ciucella. Successivamente a ciò vennero i due fratelli Rubbios dalla Spugna, uno dei quali nella qualità di amministratore, l’altro per prendere delle terre a censito. Essi, possedendo numerosi animali impiantarono una grande masseria. Si fabbricarono il palazzo alla punta dell’altura, d’una nuova via che va verso il poggio ove da una parte e dall’altra sorsero delle casette, divenendo la via dei Rubbios lunga e larga. La casa sorse coi balconi e delle camere sui dammusi; un gran cortile aveva magazzini e stalle. Dentro il salone sontuoso fu un lustro; al disopra fecero mettere lo stemma della loro famiglia. Erano tanto ricchi i Rubbios che a quel tempo prestavano della moneta al Municipio di Caltagirone. La prima piazzetta sorso avanti la casa, duve i contadini coloni si riunivano la Domenica sera per i loro affari coi signori Rubbios. Questa famiglia poi si apparentò coi Golisano che furono dei primi massarotti, i quali incominciarono a fiorire, ed erano venuti da Ravanusa. Dopo Venne uno dei baroni Camerata di Piazza Armerina che stabilitosi qua prese a censito tutte le terre che dalla montagna vanno vanno a tutto Castellazzo. Messa su casa, la famiglia si fabbricò il così detto altro palazzo sull’altipiano del Crocifisso, composto di quattro camere, i dammusi ed un cortile che dà alla Pinninata e all’altra via che scende pure al canale. I Cammarata erano qui di dei nobili parenti con quei di Butera. Appresso Venne certo Don Costantino Sanfilippo di Agira, prov. di Catania. Ricco e intellettuale personaggio si stabili dalla parte del Canale in su fabbricandosi delle camerette per la sua famiglia, coltivandosi delle terre. Egli fu il primo borgomastro di Riesi, cioe il Sindaco. Visto cosi la proprietà fece erigere la prima chiesetta. sull’altipiano accanto ai Cammarata. Essa cominciò a servire di Madrice, facendo Venire un prete da Mazzarino. Ma la chiesetta trovando il terreno frollo, si diroccò subito. Allora l’amministratore e i pochi, ricchi, i primi massarotti, pensarono di far fabbricare la chiesetta del Crocifisso accanto alla diroccata.E’. Un errore il credere che la prima chiesa sia stata quella del Crocifisso, essa fu la seconda che servì poi di Madrice. I muratori che la fabbricarono furono due fratelli Giambarresi, Daniele e Salvatore, venuti da Modica, provincia Ragusa. Di piccola dimensione, bassa venne di stile semplice con due merletti e due entrate a scaloni. L’interno misura 24 metri di lunghezza con 7 di larghezza, pari a mq. 148. Sotto. pavimento è vuoto per la fossa dei morti; in fondo l’altare maggiore presenta l’aspetto d’una chiesetta di campagna e di fronte havvi l’organo: le pareti imbiancate a Stucco mostrano quattro quadri e al disopra un cornicione. La piccola Sagrestia l’abitazione del sagrestano di dietro indicano che la chiesetta fin dal 1630 cominciò a funzionare bene; campanile e campane non ce n’erano fino ai principio del i8oo. Aperta al pubblico, nella piazzetta detta il piano, il sagrestano suonava una Campanella a mano indicando l’ora della messa e le feste solenni. Questa chiesetta che fu dedicata al Crocifisso serviva di Madrice nei battesimi, matrimoni e sepolture. Il proprietario dei feudi vi mandò in regalo un Cristo di avorio che è stato giudicato d’una bellezza artistica. La festa del Crocifisso si cominciò a celebrare ogni anno la seconda Domenica di Ottobre con la processione dal piano del Crocifisso al palazzo Rubbios nell’ora del Vespro. Il prete mazzarinese, visto che la festa era riuscita, fece balenare in mente di celebrare l’altra festa principale di Pasqua con la processione del Venerdì Santo. Allora una croce di legno fu piantata su un piedistallo di gesso, laggiù al Canale avanti i magazzini. La processione si faceva col prete alla testa, molti uomini con una tovaglia di bucato al collo e lè candele a olio, dette lumere in mano: solo in quella occasione le donne uscivano di casa, nella primavera stagione dei fiori. La processione prendeva il piano, passava dalla Casa dei Rubbios e se ne scendeva al Canale per la Petrapiatta; al ritorno prendeva dall’altra Parte del Canale e saliva in chiesa. Così ci sono state descritte le due feste. Il Canonico Vincenzo D’Amico, nella sua pianta topografica della Sicilia, vi annovera 400 case come si diceva allora nel feudo Casale di Riesi, il che fa circa 2 mila abitanti.

La chiesa della Madrice  La baronia  Delineazione del borgo

Qui a basso non ci si poteva venire, perchè vi era un ammasso di acqua morta, roveti ed erbaccia; ma la mano d’opera dei coloni, sotto la guida dei Campieri, fece si di sgombrare ed asciugare tutto, fino a trovare il taio. Si va verso la fine del 1650 e le cose si volgono al meglio. Quando il proprietario Don Pietro Altariva intese nel 1645 che nel suo feudo di Riesi, il villaggio aveva preso consistenza, incamminandosi a diventare un borgo sul serio, ideò di far fabbricare la chiesa padronale della Madrice, non bastando più la chiesetta del Crocifisso per i bisogni spirituali della nuova, nascente, ancor piccola popolazione. A tal uopo nel dettò anno 1645, si fece fare da un Architetto in Palermo un progetto da eseguirsi sul luogo. Venuti i capi d’arte palermitani, per la bisogna si scelse tutto il piano di circa due tumoli e mezzo; la parte rocciosa servì per la costruzione del nuovo Tempio. Nel progetto è detto che la chiesa doveva essere fatta a tre navate ed a Croce greca e le nuove vie dovevano sorgere lunghe, larghe e diritte come una canna,; cosa che non si fece ne per l’una ne per le altre, ne il piano fu lasciato tutto intero, E di. essa chiesa venne fatta a due navi ed a Croce cristiana. Dopo tre anni di indefesso lavoro fu consegnata la muratura e pare che la facciata sia stata fatta in gesso semplice. La storia di questa chiesa ‘Madre, è compendiata in due lapidi marmo, poste all’entrata principale alle pareti di destra e di sinistra. Esse lapidi, tradotteci dal Rev. Cav. F. Cinque,il parroco, dal latino, ci dicono, quella di sinistra: A perpetua memoria. Sia a lutti noto che l’I/l.mo Dan Piero Altariva, barone di questo Stato, dopo che curò d’abitare questa eresse la chiesa Madrice per il servizio di Dio e la salute delle anime; ed in essa fondò un beneficio Curato di diritto padronale come si legge negli alti del Notar Baldassare Calderaio in Palermo, 10 Luglio 1648. Essendosi però diroccata la vecchia chiesa il 25 Marzo 1726, l’Eccellentissimo signor Don Bartolomeo de Moncajo, Marchese di Coscoquela, barone di detto Stato,per devozione a proprie spese, questo magnifico Tempio riedificò. E siccome nell’anno 1734, la maggior parte di questo Tempio per puro caso rovino, l’Ill.mo Dan Clemente ed il di lui figlio Don Biagio Vincules,nella qualità di Procuratori generali,curarono di restaurarlo. Finalmente nel giorno 9 Maggio1747 Matteo Trigona, Vescovo di Siracusa, Prelato domestico al sacro soglio Pontificio e Consigliere del re, per sua grazia con rito solenne la consacrò elevando/a a Basilica, essendo Reggente Don Antonio Guliana, Dottore in sacra Teologia. L’altra di destra dice: Regnando Benedetto XIV Pontefice Massimo e Carlo di Borbone re delle due Sicilie al tempo di Don Giovanni Pignatelli,conte di Fuentes, fondatore di Riesi barone d’Altariva, essendo Procura/ori generali i Vincales, Matteo Trigona Vescovo di Siracusa ecc. consacrò questa Basilica eretta alla SS. Vergine della catena e devotamente dedicata ai SS. martiri Clemente, papa e S. Sabina. E ricorrendo il giorno della consacrazione, a tutti i cristiani fedeli in questo Tempio, elargì 40 giorni di vere indulgenze per lo stesso giorno della consacrazione prescrisse l’Ufficio e la Messa da celebrarsi. La chiesa cominciò a dipendere dalla diocesi di Siracusa essendo queste terre considerate nella valle di Noto. Riferendoci a questi due documenti storici, sappiamo quindi che la chiusa della Madrice fu rifatta, si può dire tre volte; che essa fu dedicata alla Madonna della Catena, padrona di Riesi e ai compatroni San. Clemente e Santa Sabina: per la Madonna in virtù d’un miracolo operato a Palermo, a tre condannati innocenti che nel giorno del supplizio, accompagnati dalle guardie, a cagione di un temporale si ripararono in una Cappella di campagna dedicata alla Vergine pria di giungere al luogo della forca, le guardie, stanche, si addormentarono e i prigionieri si rivolsero alla Madre santissima e le dissero: Voi sola sapete se siamo innocenti; liberateci Voi . La Madonna scese, tolse loro le catene e quelli fuggirono. Svegliatesi le guardie non trovarono i prigionieri, ma videro li. catene appese alle mani della Madonna e gridarono al miracolo che si sparse in tutta l’isola: laonde i signori d’Altariva vollero che la chiesa della Madrice di Riesi fosse dedicata alla Vergine sotto il titolo della Catena. (Da un sermone stampato dal Can. Don Vincenzo Butera nella chiesetta del Crocifisso il 1845). Sappiamo poi che ‘nella chiesa della Madrice la facciata venne rifatta con pietre da taglio di stile dorico castigato; difatti la cornice, le colonne e i capitelli sono molto semplici; che la Sagrestia venne dalla discesa, accanto alla quale vi era un deposito per la cerimonia dei cadaveri, mentre la fossa comune era nel sottosuolo del pavimento che è tutto vuoto. Essa misura metri 40 di lunghezza con metri 10 e più di larghezza, il che fa circa 500 mq. Dalla base al campanile misura metri 27. Al disopra dell’entrata di mezzo ad una grande finestra fu posto lo stemma dei principi Pignatelli Fuentes. L’interno della chiesa è a Croce, abbiamo detto, ed è venuta un gioiello. In fondo vi è l’altare maggiore di marmo porfido, finissimo, scolpito con disegni; al disopra havvi la Cappella della Madonna, la di cui immagine, fatta venire da Palermo, è una vera bellezza d’arte; ai due lati vi sono le due statue di gesso al naturale dei compatroni S. Clemente e santa Sabina; il cielo o la cupola è una meraviglia, perchè grande; ai quattro spigoli si vedono le statuette in gesso dei quattro Evangelisti S. Matteo, S. Marco, S. Luca e S. Giovanni; a basso una scalinata con cancellata di ferro, divide il popolo dal Clero per la Messa e le funzioni religiose, il quale Clero per i sacerdoti ha degli appositi sedili in legno finissimo; l’organo e il pulpito, di fronte, stanno nel mezzo della chiesa per potere il popolo sentire, udir bene. Passando nella Croce di destra, un altarino è dedicato al risorto o il Sacramento: un’altra piccola scalinata e cancellata per assistere una parte del popolo alle funzioni della essa detta dal Parroco o da un sacerdote; nella parete a destra un altarino è dedicato a S. Antonio, la cui statuetta in marmo è ben fatta; di fronte alla parete, un bellissimo quadro in una cornice di legno chiuso a porte mostra la Madonna Grazie che si crede opera d’arte del 400. Nell’altra parte della Croce di sinistra, l’altarino è dedicato al Cristo morente sulla Croce, con una statuetta in legno espressiva. Anche qui una statuetta alla Vergine. Da questa parte si immetteva nella Sagrestia per i paramenti e l’archivio , nonchè per salire nell’organo. Per i quadri e gli affreschi dello pareti e per Il tetto fu fatto venire il pittore Gonzales da Madrid (Spagna). Essi quadri ed esse immagini religiose sono d’una finezza tale che attirano lo sguardo di tutti. La stuccatura ed altri lavori deI cornicione sono opera di un certo Don Michele Grosso da Bufera un artista dimorante a Gela che visse nell’ 800. Terminata la sopra detta chiesa Madre di Riesi nel 1648, quando era ancora rustica, si può dire, il proprietario Don Pietro Altariva. nel 1650 fu a Messina per stipulare l’atto con cui donava al suo paese questa chiesa della Madrice, dotandola di Are 6 di buona terra al Canale detta la chiusa della Madonna. Indi dalla Curia Vescovile di Siracusa fece nominare a primo Parroco, con una congrua parrocchiale di L.300 annuo, Don Angelo d’Angelo da Barrafranca. Visto ciò il Governo spagnuolo nominò l’Altariva barone di Riesi e Cipolla, un grande di Spagna, che poteva sedere al Parlamento a patto di pagare la somma di onze 120 all’anno pari a L2130,fornendolo pure di 12 cavalli per l’uso militare. Installatosi qui a Riesi il primo Parroco, subito dopo il barone Don Pietro Altariva moriva, ma il borgo e la chiesa Madre con il Clero, per quanto piccolo, restava. Quindi vediamo risorgere l’abitato a migliori condizioni. E difatti due grandi vie si partirono dalla chiesa Madre: una la detta piazza che fu poi il Corso; l’altra la via di Porta Licata che divenne dipoi la via del Rosario. Queste due vie con quella di via, grande che parte dalla chiesetta del Crocifisso, fecero prendere un altro aspetto al centro del borgo. Esse furono il principio di altre vie e traverse, facendo crescere sempre più l’abitato di nuove casuccie, come appresso vedremo. E al tempo dei Vincales con la stessa pietra da taglio fu fabbricato il palazzo della Baronia per l’Amministrazione dopo il 1734 vicino la chiesa, il primo cantone delle due vie. Da queste vie si delineò il borgo; esse furono il fulcro, il principio di nuove casetta sorte più belle e più solide, lasciando i pagliaia, tenendosi solamente, al di fuori, le grotte per i coloni più poveri.

Festa della Madonna o dl Natale dal 650 al 700

Dal 1650 al 700 il Clero di Riesi, fornito di buoni sacerdoti, istituì la festa della Madonna e di Natale. Così il popolino, oltre quelle del Crocifisso e di Pasqua, aveva agio di svagarsi ancor di più. La chiesetta del Crocifisso era una succursale della Madrice e quindi funzionava pure. Quattro feste all’anno per un borgo di 3 mila abitanti, quanti erano alla fine del secolo XVI erano sufficienti a far stare unito il popolino alle due chiese. Rileviamo ciò dai battesimi, matrimoni e morti che si registravano nella Madrice, ove la formula era: in queste terre di Altariva, in questa chiesa sotto il titolo M. della Catena Parroci e Cappellani venuti da fuori facevano a gara per accaparrarsi la simpatia del popolo. Di. fatti i sacerdoti la facevano da precettori nelle famiglie benestanti e i Parroci avevano una scoletta nella Sagrestia per i figli dei poveri. Dunque la festa della Madonna cominciò a celebrarsi ogni anno la prima Domenica di Settembre. In principio il concorso degli altri paesi fu scarso, ma poi poco alla volta, ogni anno, i forestieri aumentarono a tal segno che la festa prese una proporzione tale da far concorrere tutta la Sicilia e persino gente dalla Calabria; intanto le casuccie aumentavano in queste vie principali, donde le venne poi la via dei Santi al centro; tuttavia la festa si celebrava in mezzo all’erba, alla ortica con pompa, fasto e lusso. L’orchestra di Piazza Armerina e oggi l’antica Enna venivano ad allietare la popolazione in chiesa; due musiche arrivavano da fuori per fare la questua nelle vie e viuzze, giungendo fino fuori le porte nelle campagne; due palchi rizzati al piano, poggiati alla facciata della Madrice, la sera suonavano pezzi scelti di musica classica, tenendo il popolo desto fino a tarda ora: le famiglie si portavano le sedie di casa e stavano sedute fino che la musica terminava di suonare: certamente che, data l’indole del popolino, qualche baruffa, qualche ferimento succedeva, tanto vero che si diceva: non c’è festa senza tamburini per significare che qualcosa doveva succedere sempre. Otto giorni prima, la domenica precedente si apriva la festa della Madonna con le corse dei giannetti venuti da Catania e Messina, dedicate a S. Eligio Vescovo, la cui statua in gesso al naturale, si vede a destra dell’entrata della chiesa. Tutto il popolo accorreva alla testa della Corsa per vedere correre i cavalli al suono dei tamburi, di dopo pranzo, dalla Sanguisuga al Canale al punto dove c’era la Croce. Premi in denaro e in drappi venivano dati ai migliori corridori. Il pieno della festa era dal giovedì sera a tutto il lunedì, per la durata di quattro giorni. Quindici giorni prima, dei negozianti in tutti i generi venivano a piantare le loro capanne in mezzo al verde: ricche gioiellerie da Palermo, drapperie, calzolerie, dolcerie da Caltanissetta, stavano qui per tutto il periodo della festa. Così gli abitanti avevano l’agio di fare le provviste necessarie per tutto l’anno. Gli antichi dicevano che la festa della Madonna della Catena di Riesi era cosi solenne e ricca che i forestieri se ne andavano impressionati Due scherzi di fuoco con l’ossatura al piano venivano sparati la sera della domenica e il lunedì. Il giorno della festa, dalla mattina per tempo fino a mezzogiorno per la Messa cantata, era un via vai di devoti e devote dai paesi a portare a piedi scalzi doni e ceri, mentre alla chiusa si svolgeva la ricca, fiera de!la Madonna. Uscendo nel pomeriggio il simulacro, la processione assumeva un aspetto caratteristico: Clero, musiche e popolo compresi i forestieri, appresso al simulacro con ceri accesi, si ritiravano dopo l’Ave. Il lunedì era pure festa per i Paesani per il grande traffico che avevano avuto durante gli Otto giorni; le musiche restavano , mentre gli altri sfollavano: passata la festa . E l’altra festa di Natale del 25 Dicembre, la chiesa della Madrice cominciò pure a celebrare. Ogni anno il popolo vi accorreva per vedere, alla mezzanotte, la nascita del bambino Gesù. Siccome prima di recarsi in chiesa, gozzovigliavano, molti vi andavano con la testa avvinazzata, di guisa che la funzione si svolgeva tra il baccano, le grida e la confusione. Bella, caratteristica la cornamusa, ciaramedda, strumento tradizionale dei pastori, che uscendo di chiesa allietavano il popolo, specialmente i ragazzi, i quali svegliandosi, si alzavano per sentirla. Non vogliamo lasciar passare inosservata la festa di Carnevale a cui il popolo molto ci tiene, tanto da dire: Pasqua e Natale farli con chi vuoi, ma Carnevale farlo con i tuoi. Questa festa baccanale, ereditata dai pagani, una festa di crapule e di brio. I buontemponi della vita ci sono stati sempre per divertirsi e far divertire, scherzando, chiassando; mangiando bene e bevendo meglio, si sollazzavano. A Riesi, nei tempi antichi, tutti gli anni il Carnevale era aspettato con ansia. Le maschere, i mascherati facevano a gara, ci si diceva, per concentrarsi al piano della Madrice. Si ballava si scialava, si rideva a crepa pancia le Domeniche di giorno. La sera di Carnevale le famiglie, riunite coi parenti,la passavano allegramente. L’indomani, primo di Quaresima, tutti in chiesa per il memento homo, ricordati che sei uomo. La lunga Quaresima, come si sa, culminava con la festa di Pasqua e il Venerdì Santo al Canale. Queste feste, fin dai primi momenti, tenevano legato il popolo al Clero, il quale si dimostrava premuroso verso la chiesa, la Baronia, le Autorità e si cresceva di numero e di cosucce. In cinquant’anni, dal 650 al 700 i Parroci e i preti da fuori furono i seguenti: Don Angelo d’Angelo ci stiede fino al 1657; lasciò Riesi e ritornò nella sua Barrafranca perchè come dice il Don Gaetano Pasqualino, non ci poteva vivere con lo scarso stipendio. 11 secondo fu il vice Parroco Don Paolo Caci, di cui non si sa da dove venne, assieme ai Canonici l)on Taddemi e Don Francesco Costantino e Gambacurta fino al 64. Lo sostituì Don Giuseppe Lostimolo da Castel di Lucio, provincia di Messina. Altri preti furono; Don Giuseppe Averna , Don Pietro Antoni; il quarto Parroco fino al 70 fu don Michele Ferrigno con Don Filippo Margotta , sesto Parroco fino al 74,Don Pietro Zancari rimase in carica fino al 1707,aggiungendovi altri nuovi sacerdoti Cappellani. Il più di tutti rimase in carica (17 anni) chiudendo il secolo e aprendo il nuovo, l’ultimo parroco Don Pietro Zangari che dal cognome pare sia stato proveniente da Gela.

La vecchia chiesa del Rosario - Le Confraternite

Negli ultimi anni del secolo XVI o probabilmente al principio del nuovo secolo, il Zangari animato da santo zelo, vista la religiosità del piccolo popolo, fece fabbricare assieme agli altri, la vecchia chiesetta del Rosario a metà della via di Porta Licata. La terza chiesa, Per quanto piccola, servì a dare più importanza al borgo. Essa bassa, povera, con un altarino, fu dedicata alla Madonna del Rosario, dando il nome alla via. Posta dove ora c’è il Municipio, nella discesa, dava nell’aperta campagna; ai lati sorgevano delle caselle e la via si andava formando. Un’altra festicciuola fu istituita per la Madonna del Rosario la terza Domenica di Ottobre. Essa veniva celebrata alla buona, senza pompa, con la sola processione. Clero e popolo vi partecipavano con devozione. In detta chiesa vi si celebrava una Messa ogni tanto di modo chè era pure aperta al pubblico. Con queste tre chiese il Clero volle fondare le così dette Confraternjte, per come erano negli altri paesi. Associazionj di uomini devoti ai diversi santi, costituivano una classe privilegiata sotto la guida di un prete che era il Canonico della chiesa. Ogni socio pagava un contributo per il mantenimento della propria Confraternita e per le spese occorrenti nella chiesa alla quale apparteneva. Un Regolamento chiamato Verbo Regio faceva godere dei diritti in caso di malattia o di morte; i funerali si facevano con l’accompagnare il cadavere in chiesa con il prete, la Croce e i membri, i quali indossavano la sottana bianca e il bavero a colori, secondo la Confraternita alla quale si apparteneva. Ben presto adunque a Riesi sorsero, prima che finisse il secolo, le tre Confraternite della Madice, del Crocifisso e del Rosario. Tutto andava bene, ma.... c’ è un ma che ha bisogno di una spiegazione. La chiesa del Rosario, dopo un quarto di secolo tra il vecchio e il nuovo, si diroccò; non fu fatta più innalzare ne riparare, si distrusse e rimase un casalino di lato al Comune. Essa chiesa fu un ricordo, di cui solo i primi abitanti del 700 ne parlarono. Sicchè Riesi, per lungo tempo, ebbe le sole due chiese, aspettando di rifare altrove quella distrutta. Ad ogni modo, non pertanto i nostri antenati di quell’epoca si scoraggiarono: la Confraternita della Madonna del Rosario andò ad ingrossare quella della Madrice e quella del Crocifisso; ne il Clero, che si faceva sempre più numeroso, si tirò indietro, per il servizio di Dio e la salute delle anime. Il locale distrutto della prima chiesa della Madonna del Rosario lo chiamarono poi Il Rosario vecchio . Tanti e tanti dei nostri vecchi l’hanno designato sempre con tal nome, significando che vi fu la prima chiesa del Rosario. Essa non fu più neppure fabbricata a casetta: rimase lì come un luogo comune.

Il 1700

A cominciare dal 1700, Riesi fa un altro passo avanti nella via del progresso numerico, industriale, edilizio. Il secolo XVII si apre sotto buoni auspici. Alcuni fatti provano il nostro. asserto, poichè siamo informati di quanto diciamo. L’immigrazione continua; dei campagnuoli si fanno avanti per diventar massari; altri uomini ricchi Vengono a stabilirsi qui; degli operai affluiscono da tutte le parti della Sicilia e persino dalle Calabrie; case e casette belle sorgono attorno alla periferia ed al centro; spiccano i ricchi signori; il populo ama il lavoro; il Clero, sotto la guida di buoni Parroci, diventa più numeroso: insomma il borgo passo passo, durante il corso di un secolo, diventa un paesetto bello e formato con vie, traverse, cortili e camerette. La Baronia dei Fuentes accoglie bene i nuovi arrivati, agevolandoli. Nel narrare tutto ciò come meglio possiamo e sappiamo, ci facciamo lecito di chieder venia, se possiamo cadere in qualche errore; se vi sono dei lettori che non sono informati meglio, ci possono mettere in carreggiata, compatendoci. Anzitutto è bene riferire che da ora in avanti Riesi non è più un feudo, ma un paesetto nelle terre di Altariva; il suo stato o territorio prende il nome di feudo Calamuscini con le diverse contrade. Siccome l’intero feudo di Riesi era abbastanza grande, così la proprietà lo divise in altri sei feudi che sono: Tallarita, Gurretta, Palladio, Spampinato, Contessa, in tutto 7 feudi. Dalla penna del nostro concittadino avv. Gaetano Baglio nel suo volume di 6oo e più pagine sulle ricerche dei lavoratori in Sicilia: lo zolfataio, riportiamo: Riesi sorge sul declivio di un poggio di 300 metri sul livello del mare.Il suolo che costituisce il territorio, fortunatamente ondulato, di natura or calcareo, or argilloso, è povero d’acqua. Il territorio confina a nord col feudo di Cipolla; ad est e sud col territorio di Mazzarino e di Butera; ad ovest col fiume Salso. È situato ,nel più importante bacino zolfifero della Sicilia e ne è il più antico centro. Come bene osservasi, il territorio è abbastanza ristretto, perchè Mazzarino e Butera sono vicinissimi, si può dire,. alle porte di Riesi; oltre il fiume altre terre, di altri proprietari ci dividono; Cipolla distante rimase tale e quale diviso in Cipolla superiore e Cipolla inferiore: ed è per questo che i riesani così chiamavansi anticamente gli abitanti di Riesi sono stati costretti a coltivare le terre fuori territorio.

Il poeta contadino settecentista Croce Cammarata

Il poeta settecentista, il contadino Croce Cammarata, nacque a Riesi nel 1695 da Filippo e Angela Scimeca. I suoi genitori erano poveri, perchè discendenti da un certo Trentacoste, fattore dei baroni Camerata di Butera, che andava e veniva da Riesi. Il padre viveva con due tumoli di terreno ad orto alla Sanguisuga ed una casuccia avuta in dote ai piedi del poggio ‘Grande in via Mirisola. Da bambino il ragazzo di nome Croce, figlio unico, frequentò la scoletta della Sagrestia, ove apprese i primi elementi del leggere e dello scrivere. Cresciuto in età, da giovane si mise al lavoro, zappando la terra a giornata. Nell’anto, sul lavoro s’avvide che aveva la vena poetica e deliziava padroni e compagni coi suoi versi extemporanei. Tutti quindi lo conoscevano come un poeta e lo stuzzicavano per sentirlo poesiare. I padroni lo amavano ed i compagni erano felici di lavorare assieme a lui; di rado il Croce si vedeva in paese e quando la Domenica andava a Messa, molti lo attorniavano per sentirlo. Lu nnu Cruci Cammarata era devoto della Madonna della Catena perciò di sera frequentava spesso la chiesa. Nelle annate scarse, d’inverno, a cagione delle pioggie continue, il nostro Cammarata, con la sua sacchina girava per le masserie e i mulini per avere qualche soccorso. I suoi genitori erano morti ed egli si era accasato con una povera donna di nome Lucia Chiolo, dalla quale ebbe un figlio: quindi il Croce doveva provvedere ai bisogni della casa. Una volta stanco del cammino, con la pioggia, pieno di freddo, entrando in paese volle ripararsi in Sagrestia. Il Parroco Don Giuseppe Tagliavia che lo conosceva bene, lo accolse, lo fece riscaldare, lo rifocillò. Indi lo invitò a dire qualche cosa. Cosa vuole che le dico?

Nnaiu firriatu marcati e mulina

Nuddu m’à datu na impastata sana

Si nun fussi ppri la Bedda matri di la Catina

Arrifiutassi la fidi cristiana

Questi versi furono ripetuti dinanzi al Clero, e valsero al poeta tutta la stima e la simpatia. I preti lo conducevano spesso nelle loro campagne non solo per farlo lavorare, ma; anche per divertirsi e nello stesso tempo lo istruivano nella, storia, geografia. religione ecc. ed è per questa ragione che il poeta Croce Cammarata, anche in prosa, ne sapeva più degli. altri. I contadini analfabeti alle volte lo andavano a trovare in casa per farsi spiegare tante cose intorno ai misteri della vita, Leggeva qualche libro che gli prestavano e, avendo un fine acume, era contento di apprendere. Si ricorda di lui questo fatto; propose questo enigma: “Io lo trovo sempre,  il re di tanto in tanto, Dio non lo trovo mai!…” Come?… gli dissero: Voi si Io trovate e ,Dio no? Ebbene, spiegò egli: Io posso trovare un altro uomo como me, il     re può trovare un altro re, ma Dio non può trovare un altro Dio. Tutti rimasero a bocca aperta; come Sansone, di cui conosceva la storia, così il Cammarata se ne uscì vittorioso. Ma sopratutto, egli si distinse in occasione della venuta a Riesi del principe Don Giovanni Pignatelli Fuentes d’Aragona per visitare i suoi beni. Saputa la notizia lu nnu Cruci, il  giorno dell’arrivo, siccome gli impiegati e dei curiosi vi andarono incontro, così il poeta si confuse fra questi ultimi, accorrendo anche lui. Giunti dietro al Canale, dove il principe scese. dalla lettiga, il contadino Croce Cammarata salito sopra una pietra, facendo fermare tutti, recitò i seguenti versi:

Principi ereditario di la Spagna,

Ca tiniti la spata ntra li pugna

E siti vistutu ccu la cappa magna.

Di stu paisi Vostra Eccellenza cchi ci guadagna?

Riesi è divintatu na cuccagna,

E l’impiegati si liccanu l’ugna

Il principe non ci capì nulla. Siccome con questi versi il Cammarata toccava la suscettibilità gli impiegati, così fu lasciato in asso in segno di disprezzo. Ma il poeta non si perdette ’animo. Che fece? L’indomani si azzardò a voler parlare personalmente col principe. Vestito contadinescamente calzoni corti, calze di lino lunghe di fuori, giacca di brascio e la berretta, salì le scale della Baronia. Qui il Segretario Sensalez, trattenendolo sul piarottolo, lo voleva rimandare, ma il nostro poeta col dito teso gli sì piantò dinanzi; ed ebbe il tempo di recitargli questi Versi che noi riportiamo, avendoli raccolti, come del resto altri che ci sono stati tramandati dai nostri antenati, i quali se li ripetevano ad ogni pie sospinto per parlare del poeta contadino riesano settecentista Don Croce Cammarata. I versi sono così belli che meritano la nostra attenzione, eccoli:

                Adamu fu lu succu e nui  li rami;

Di un fierru su stirati tanti Iami;

Di un linu su stirati tanti trami;

Di un critu su furmati tanti dami.

Un mari ricivi acqui di tanti fiumi,

La Vera nubiltà su li custumi!

In questo, sentito il rumore, si affacciò il principe. Persona colta e gentile, invitò il ammarata ad entrare, ricevendo!o nel suo appartamento. Subito dopo si annunziò il Parroco Giuliana, al quale Sua Eccellenza domandò chi era questo contadino; e il Parroco le rispose che era il nostro bravo poeta, un devoto della Madonna della Catena, facendogli ripetere, spiegandole, alcune poesie, specie quella della Madonna per la di lui fede. Bene, bene; bravo, bravo I fece il Principe battendo la spalla al Cammarata. Ditemi buon uomo, che desiderate? E al Cammarata, botta e risposta, gli fece dire che voleva il posto di sagrestano della Madrice. Subito il principe lo raccomandò al Parroco, il quale lo condusse in chiesa e lo vestì da Sagrestano delle due chiese. In questa seconda fase della sua vita, il Cammarata prese, il Don e poteva meglio sbarcare il suo lunario. Tutti di Don Croce ne furono Contenti. Ora una Domenica, in Sagrestia, i preti lo incitarono a dire una poesia in proposito ed egli, senza farselo dare duo volte, declarnò:

Chistu ie lu fattu di santu Agustinu

E di lu tempu quann’era paganu

Ca illuminatu di spiritu Divinu

Di turcu si fici cristianu

Mentri voli accussi’ lu ma distino

Di livarimi la zappa dili manu

Nun sugnu nnè monacu nnè parrinu

Mi misiru lu do’: fora viddanu ….!

 La presente ottava trovasi inserita in un fascicolo della Antologia nella Biblioteca di Palermo fra i poeti settecentisti della Sicilia con la dicitura: “ Versi di Croce Cammarata di Riesi “. Il nostro compaesano aveva un quaderno, ove scriveva tutte le sue poesie, ma dopo la di lui, morte, la moglie ignorante, non solo non le conservò, ma peggio ancora le stracciò, distruggendo i versi del Cammarata di modo che la famiglia non ereditò nessuna poesia; a stento ne abbiamo potuto raccogliere un’altra della prima fase della vita del poeta.Quando fu in miseria si adattava pure a fare dei liarni per venderli e vivere. Con un suo compagno urta volta si recò a Caltanissetta a vendere i liami. Una donna curiosa gli si avvicinò stuzzicandolo, disprezzando i suoi liami; ed egli:

A la mia liama mintiti difetta?

Ca cu l’accatta la riscedi tutta?

Nun s’avi a diri intra Cartanissetta

D’essiri criticata di na brutta

Togliamo da questa sestina gli ultimi due versi, perché osceni. La donna se ne andò mortificata.Abbiamo parlato col vecchio nipote che porta lo stesso nome del nonno e ci dice che non lo conobbe, ma che la madre gli raccontava bambino le prodezze del di lei suocero. Per altro il Cammarata era un tipo bislacco che di tanto in tanto, a piedi, si recava a Palermo. Egli visse povero ed onesto e come tale mori sazio di giorni il 1766 cd ebbe onorata sepoltura nella chiesa Madre dal Parroco Don Giacomo Ballistreri da Caltagirone i cui parenti facoltosi nei sette anni di Paracato, 66-72 vennero a stabilirsi qui. I più vecchi che lo conobbero al principio dell’ 800 parlavano con ammirazione di Croce Cammarata, poeta, riportando i noti versi che sono giunti fino a noi. Evocando la di lui memoria con questa pagina, crediamo di aver fatto cosa grata additandolo a coloro i quali lo ignoravano.Don Croce Cammarata fa parte della nostra storia di Riesi.

  La nuova chiesa del Rosario 

L’altra nuova chiesa del Rosario fu fabbricata nella seconda metà del secolo, probabilmente all’epoca di cui accenniamo, cioè dopo la partenza del Principe e del poeta Cammarata per l’altra vita. Poiché non abbiamo nessun documento. poichè non c’ è nessuna traccia, ci serviamo dell’esistenza di essa. I muratori che la fabbricarono, ci vien detto, furono i  fratelli Pietro e Vincenzo Medicina, venuti da Pietraperzia. Notiamo la presenza dei Medicina a Riesi fin dal 1745. Essi da muratori seppero elevarsi a cultivatori di terre, fabbricandosi una modesta casa laggiu alla via Larga con un trappeto sulla roccia. Divennero anche degli intellettuali, avendo avuto in famiglia due sacerdoti Vincenzo prima e Giuseppe dopo. Lo stesso dicasi dei Piccadaci famiglia di contadini benestanti che ebbero un sacerdote, dei Radosta e degli Scardino. Naturalmente la nuova chiesa del Rosario si imponeva. Essa fu posta nella stessa via, si può dire alla punta estrema.  Bassa, piccola. di stile barocco di fuori, dentro misura m.30 dì lunghezza con m. 6 di larghezza, pari a mq. 180. Un altare, delle immagini alle pareti, un fonte battesimale è tutto l’ornamento di questa chiesa. L’immagine della Madonna del Rosario è alquanto bella. La sua festa si cominciò a celebrare con pompa  ogni seconda Domenica di Ottobre. Risorse la Confraternita. Fuori la chiesa porta la data del 1775 con le parole dell’Angelo: Ave Maria gratias plena. Fu sfornita di campanile fino al 1877. Di fronte alla chiesa si aprì una larga, corta via con le case dei Chiantia da mia parte e dall’altra; attorno e lungo la via di detta chiesa si andavano fabbricando case, e camerette la discesa diede il nome alla via Medicina; dopo la Sagrestia si cominciò pure a fabbricare arrivando fino al punto detto del Serraglio che è un buco lungo formato di caso e casuccie. In questa via del Rosario in seguito sorgevano dei palazzi.  La nuova chiesa diede luogo ad un quartiere del proprio nome. Tutte e tre le chiese si divisero in quartieri che aumentavano di giorno in giorno. Fu giocoforza quindi avere un Municipio più grande, un nuovo Carcere, una nuova Caserma ed un Giudicato più adatto. Per il Municipio si scelse il salone dei Golisano, per la Giustizia la casa dei Di Benedetto; la Caserma fu fabbricata in un dammuso al piano della Madrice e il Carcere in due casette con sotterranei per le donne alla discesa del Canale dalla parte del piano. Possiamo dire che dalla fondazione della nuova chiesa del Rosario in poi, vale a dire dal 1775  Riesi prese un’altro aspetto. Con l’andar del tempo però la chiesa si diroccò, il tetto sprofondò e rimase un poco di tempo guasta: essa venne riparata ai tempi nostri con elargizioni popolari mercè il Vescovo di Piazza Armerina ed il Sindaco Cav. avv. Don Pietro Di Benedetto. Stando a quell’epoca, dopo il 1775 gli eredi dei Golisano fabbricarono altri palazzi, due al Corso e uno di fronte al Corso che diede luogo ad una seconda via Golisano, non che il palazzo al piano della Madrice. Oggi la chiesa del Rosario, è in piena funzione, ha un Cappellano e Serve di parrocchia; cosa che non è la chiesa del Crocifisso, la quale merita di essere riparata e rimessa al suo primiero stato. Elevata a Parrocchia la chiesetta del Rosario funziona bene, dividendo il paese in due parti.

La prima miniera di zolfo. Buon andamento

 Negli ultimi anni del 700, prima che finisse il secolo, fu trovato lo zolfo al punto denominato Portella di Pietro, feudo Spampinato. Questa scoperta fece rallegrare tutti, cioè i Rappresentanti dei principi e la popolazioncina. La notizia li mise in moto, constatando il fatto. I primi a portare la nuova furono i contadini che arando quel pezzo di terra montuoso e pietroso, scorsero il minerale. La prima miniera di zolfo dunque, nel territorio di Riesi, fu Portella di Pietro. L’impresa di scavare più a fondo fu data in economia; alcuni operai pratici venuti da Sommatino e da Ravanusa fecero i buchi e i calcaroni, li riisani da manuali cominciarono a divenire pratici. Bruciandosi lo zolfo, per quanto piccola fosse la miniera, si ebbero dei guadagni seducenti che allettarono i lavoratori. Trovandosi Portella di Pietro a 2 km di distanza dal paesetto, la via la facevano a piedi, rientrando la sera a casa per ritornare l’indomani a lavoro. Nelle vicinanze della miniera i contadini, spinti dalla curiosità, andavano a vedere la lavorazione dello zolfo. La proprietà vi manteneva un impiegato a posto fisso onde controllare le giornate dei lavoranti che tra grandi e piccoli ve ne potevano essere una dozzina. L’Amministrazione della baronia ogni tre mesi mandava a vendere lo zolfo fuso a Licata sugli asini: ecco quindi un’altro fornite di lavoro per le famiglie povere paesane. Chi aveva un somarello poteva guadagnarsi una discreta giornata: erano dei contadini che venivano adibiti a tale lavoro, aspettandolo come la manna dal cielo. In questa prima miniera di Portella di Pietro, altri andavano e venivano a cercar lavoro nello zolfo, e quantunque essa miniera progrediva lentamente, qualcuno dei paesani, levandosi la zappa dalle mani, impugnava il piccone, stritolando il materiale nelle viscere della terra. Il lavoro era più pesante, ma il premio della giornata fissa compensava la fatica. Ve ne erano di quelli che lavoravano la notte al lume di una candela di creta ad olio col meccio di cotone chiamata 1umera, nome che viene dal francese, facendo luce, lumiére; e queste 1umiere usavano nelle case la sera le famiglie basse; e queste 1umere  tenevano accese davanti la porta i bottegai e i macellai. I ricchi avevano i candelieri di rame, di stagno o di latta, a seconda la loro possibilità: erano i candelieri a uno, a due e a tre mecci alimentati ad olio. Il paesetto quindi giaceva completamente all’oscuro e in mezzo al fango. Nei casi di urgenza, la notte per poter uscire si accendevano un pugno di frasche con busci dette fonare avendo lo zolfo, era facile avere il fuoco per accendere la legna. La vita adunque si svolgeva così miseramente, eppure lo chiamavano: Buon andamento. Il vero buon andamento però si svolgeva nella chiesa e nel lavoro. Durante tutto il 1700 si celebrarono più di mille battesimi e 500 matrimoni. Dalla metà del secolo in poi i sacerdoti erano quasi tutti paesani; i Parroci del 700 furono: Dal 1702 al 1712 Don Pietro Zangari; dal 13 al 29 Don Pietro Tagliavia; dal 30 al 47 Don Giuseppe Medicina; dal 47 aI 64 Reggente Don Baldassare Giuliana nono Parroco e primo Arciprete; dal 65 al 77 Don Giacomo Ballistreri da Caltagirone; dal 78 all’ 81 Don Antonio Verso da Palermo, secondo Arciprete; dall’ 81 all’ 86 Reggente Don Giovanni Maglietta da Palermo, terzo Arciprete; dall’ 87 a11’ 88 vice-Rettore Don Giuseppe  Inglesi, vicario foraneo; dall’ 89 aI 1802 Don Giuseppe Fernandè Reggente Arciprete caltagironese. E’ da supporre che i signori Verso, attirati dallo zio Parroco, vennero da Palermo a dimorare qui. Uomini intraprendenti, d’una certa perspicacia e istruiti, sposarono delle figlie di Massari  e massarotti, fabbricandosi palazzi e case e acquistando delle terre che coltivarono. Così dicesi dei Ballistreriri venuti da Caltagirone, uomini facoltosi, ma semplici e alla buona. Vediamo quindi clic il secolo XVII si chiude con un crescendo meraviglioso di popolazione non solo rurale, ma anche intellettuale in tutti i campi dello scibile umano. Il borgo per quanto ancora circoscritto, da un calcolo fatto poteva contare un 4 mila anime, aprendo così il nuovo secolo sotto migliori auspici.

 L’800

 Affacciandoci al 1800, col secolo XVIII, un’era nuova di pace, di prosperità, di benessere per tutti si inizia a Riesi col lavoro. Tra lo zolfo  la vigna, le case, i palazzi che crescono, gli altri mestieri prosperano perchè, lavorando la muratura, tutti ne godono; la moneta circola, quindi la popolazione aumenta; molti vengono da fuori a trovare pane e lavoro e persino fortuna. Il lavoro incalza, le case e casette aumentano e per conseguenza le nuove vie. Qui è d’uopo smentire di sana pianta una diceria che alcuni fanno circolare e cioè che Riesi fu una terra di domicilio coatto. Ciò non è vero. Coloro i quali venivano qua erano attratti dal guadagno per mezzo del lavoro. Certamente non si può negare che chi sta bene nel proprio paese, generalmente non si muove; che dei facinorosi ve ne furono; ma fra questo fatto e il dire che Riesi era una terra di coatti, ci corre! Sfatata questa diceria per l’onore del nostro amato paese, seguitiamo a narrare la storia, giacchè la luce in questo secolo si fa più viva, noi ne siamo meglio informati. Col secolo XVIII fioriscono gli ingegni, la politica si fa sentire, si lotta per la liberta; i professionisti spiccano, una parte del popolo li segue. Per quanto in principio col Governo dei Borboni siamo ancora nell’oscurantismo, pure il paesetto di Riesi si fa sentire, si fa notare fra i paesi attorno. Le scuole vi sono e ne usufruiscono tutti, salvo le donne, le quali dipoi rompono il ghiaccio; la chiesa della Madrice si abbellisce sempre più ed una nuova chiesa cresce. Per contro nel detto secolo dobbiamo assistere ad una sequela di disgrazie, una più terribile dell’altra; si rimane scossi ma non si perde d’animo, si va avanti. Noi narrando partitamente i fatti accaduti, abbiamo fatto appello ai nostri vecchi ed infine alla nostra memoria. Un signore che rasenta il secolo, nato nel 1840, intelligente, di buona famiglia, istruito, ci fa notare la differenza tra l’epoca passata e la presente; un operaio della stessa epoca passata, del pari intelligente, ci racconta molte cose; un vecchio contadino di quel tempo si ricorda dei suoi giorni passati nelle campagne: nato sul poggio grande in mezzo alle mandre dei pastori, ci descrive la vita misera, stentata del suo quartiere, come al piano della Madrice vi cresceva ancora l’erba e vi venivano a pascolare le pecore.

 La chiesa di S. Giuseppe-Il colera del 1837

 Fu appunto in quei tempi che sorse, si fabbricò la simpatica chiesa di S. Giuseppe a spese di un ricco signore. Un privato si rese benemerito di questo grazioso dono, adornando al piccolo paese che si accrebbe di un’altra chiesa, di un’altro quartiere. Il Dott. Don Rocco Correnti, devoto di S. Giuseppe, pensò di lasciare questo monumento storico. Egli abitava nel palazzo lungo il Corso, ed essendo affetto da podagra, si faceva trasportare dai servi su una sedia a bracciuoli nella chiesa della Madrice. Ricco, munifico signore intellettuale, senza prole, tutta la sua proprietà, si può dire, l’adoperò a beneficio di detta chiesa. Scelto il punto sull’altura del poggio in linea retta del Corso che guarda la chiesa Madre, si mise all’opera, facendo venire un capo d’arte da Caltanissetta che fece il progetto da eseguirsi subito. Vi lavorò nella muratura il giovane manuale mastro Rosario Puzzanghera, nato il 1813 che, come vedremo in seguito, tanta parte ebbe negli avvenimenti politici del nostro paese. La muratura cominciò nel 1836 e fu consegnata dopo un anno indefesso lavoro; la facciata che prese la forma semplice con dei sostegni a metà della porta per l’illuminazione a lanterne, col suo campanile i merli, parve una cosa meravigliosa; su l’altura venne fatta una comoda scalinata per la facilità del pubblico. Un decoratore-disegnatore venne da Siracusa per l’interno della chiesa. Le ricche immagini, l’altare, il cornicione, l’organo e il pulpito sono lavori fini dell’8oo. La sagrestia accanto dava accesso ad un piccolo orto dalla parte di dietro la discesa. Insomma la chiesa di S. Giuseppe che misura m. 40 di’ lunghezza con m. 10 di larghezza, pari a mq. 400 e capace di contenere 2000 persone, fu aperta con un gran successo, accrescendo a Riesi un’altra Confraternita col Cappellano. La festa di S. Giuseppe si cominciò a celebrare la terza Domenica di Luglio; la statua del santo in legno massiccio tocca la perfezione dell’arte scultoria siracusana; un bastone di argento massiccio fu regalato. Dopo la festa della Madonna, possiamo dire che la festa di S. Giuseppe assunse ad una solennità tale da attirare numerosi forestieri; con musica e fuochi di Bengala, con la processione e le confraternite, si è sempre rallegrato il paese; l’illuminazione poi nei primi tempi, dentro e fuori la chiesa, era meravigliosa, fantastica. La Confraternita di S. Giuseppe fu la più numerosa di tutte. Composta di operai benestanti aveva un buon fondo di cassa che serviva per aiutare i confratelli nei bisogni della vita, specialmente nei funerali. Le quattro Confraternite avevano ciascuna il loro tamburo, quella di S. Giuseppe vestiva il bavero celeste. Il signor Rocco Correnti per la nuova chiesa fece ancora di più: donò quattro tumoli di buona terra al Margio come patrimonio del Cappellano, a patto però dice il contratto - che esso doveva essere un parente delle famiglie Correnti, Calafato o Golisano. E difatti in prima ci fu un Giuseppe Correnti, uno dei Calafato e indi il sacerdote Cappellano Don Luigi Molisano. E il Parroco D’Antona, volendo essere riconoscente al donatore della chiesa di S. Giuseppe Don Rocco Correnti, a nome della stessa, neI 1840 la processione dal Canale cominciò a farla passare avanti la detta chiesa e la casa del Correnti lungo il Corso. Fece fare una Croce di pietra, mettendola sul comignolo del poggio Grande, che d’allora prese il nome di quartiere della Croce. La festa del Venerdì santo prese un aspetto solenne, meraviglioso con la discesa dalla Croce del Cristo su una apposita urna di cristallo, tanto che si dice: Giunta di Terranova a scinnenza di Riesi,. La processione sull’imbrunire, dopo la giunta dei quattro canti tra l’Addolorata uscente dalla chiesa del Crocifisso e il Cristo dalla Madrice, sembrava una ferie. Nel brio della primavera tutto il popolo, senza distinzione di ceto, si riversava ai piedi della croce a fare “il viaggio, e dopo le tre ore dell’agonia, la processione bene ordinata, al lume delle candele, comparendo il letto dalla chiesa di S. Giuseppe, lentamente per la scalinata, attraversava il Corso per finire alla chiesa Madre. Ogni anno questa festa si celebra così, aggiungendovi anche la musica che suona marce funebri, ma le Confraternite da tempo non ci sono più. La festa di Pasqua con la Giunta al piano della Madrice o del Crocifisso o del Rosario, la mattina col Cristo risorto, il Salvatore degli uomini, la Madonna parata a festa e due enormi statue rappresentanti S. Pietro e S.Paolo, prendono la via dei Santi, seguiti dal popolo. Non sappiamo spiegarci che c’entra S. Paolo, il cieco fariseo, nella Resurrezione, come non sappiamo spiegarci che il Clero, tanto intelligente, abbia fatto passare questo anacronismo. Ad ogni modo, cosa fatta, capo ha; paese che vai,usanza che trovi. Ora dalle feste, passiamo al lutto. Proprio in quell’anno 1837 appena terminata la muratura della chiesa e si erano iniziati i lavori decorativi, in tutta la Sicilia scoppiò fulmineo il colera. Dapertutto si fecero i cordoni sanitari, sicchè nè la famiglia del capo d’arte, nè il’ decoratore poterono partire. I colerosi nei Comuni erano numerosissimi, i morti non si potevano contare. Chi vuole avere un’idea del terribile colera del 37 in Sicilia, legga nel bel romanzo di Giacomo Oddo su L’Apostata siciliana, la pagina che riguarda Palermo. Non c’era famiglia nella quale non vi fosse uno o due morti di colera; basti dire che i becchini la sera non avevano il tempo di trasportare i cadaveri, tanto che il Sindaco diede ordine di accendere un fanale avanti la porta dei deccesi dl morbo crudele. Le notti scrive lo scrittore, Palermo era tutta illuminata. Immaginiamo quel che ci poteva essere nelle vie di Riesi, nelle case, fra le famiglie. Presi alla sprovvista, non conoscendosi il male e senza mezzi di soccorso, la povera gente non sapeva che cosa fare. I medici chiamati a destra e a sinistra non sapevano nulla di nulla, cosicchè anche i ricchi morivano colpiti dalla peste; pochi erano coloro che si salvavano dal colera morbus. Vi erano quelli che dicevano:

Ci vien dagli uomini, non vien da Dio

Molti credevano che il colera lo gettassero, certuni lo credevano e lo credono tuttavia per ignoranza o in buona fede, altri lo facevano credere allo scopo di rubare, come altresì si credeva al lupo Mannaro per lo stesso scopo; e questa superstizione del lupo Mannaro esiste nel popolo basso napoletano. Essa viene raccolta dal Dott. Axel Munhte ad Anacapri nel suo meraviglioso libro: La storia di S. Michele (voI. di 6oo pag. Fratelli Treves). Nessuna meraviglia adunque se nei riesini, popolino sparso in fondo alla Sicilia, vi era tale superstizione. ci viene dagli0. uomini il colera per causa dell’igiene. Ad ogni modo il colera durò tre mesi: Giugno, Luglio ed Agosto e fu il caso poi che i palermitani condussero seco loro il giovane R. Puzzanghera, il quale, perfezionatosi nella muratura, ritornò a Riesi e mise su casa. Questo operaio analfabeta, filosofo, contribuì con la vita e il lavoro al liberalismo e all’incremento del paese.  

Uomini Insigni e uomini grandi del secolo XVIII, alcuni dei quali vissero nel nostro secolo XIX

 Giacchè ci siamo inoltrati nel 1900  è bene ora segnalare, prima dì riprendere la politica, gli uomini insigni e gli uomini grandì che ebbero i natali nel 1800 e che onorarono ed onorano il nostro paese.Oltre quelli che abbiamo mentovatì attraverso le pagine di questa storia fin qui, si distinsero come uomini insigni del paese, in medicina Matera e Giuliana: il primo, oltre ad essere un valente medico fu un matematico ed un eccellente linguista; fu il maestro dei suoi figli e di altri professionisti.Il Dott. Don Gaetano Giuliana figlio del massaro Giuseppe e di Maria Filippa Giuliana, nacque nel 1811 e morì il 24 Gennaio 1880. Medico valoroso omeopatico, si fece una grande fama, tanto che dai paesi vicini e lontani lo venivano a prendere in lettiga. Nella letteratura classica abbiamo avuto il Notaro Don Luigi Pasqualino, figlio di Don Francesco e Caterina Inglesi, nato nel 1816 i suoi studi furono profondi. Divenuto cieco, il suo diletto era di recitare a memoria i classici in latino ed in greco. Gli amici andavano spesso a trovano per sentirsene ammaestrati e nello stesso tempo tenergli compagnia e confortarlo. Il filosofo Francesco Debilio Palacino, nato nel 1820 da Don Pietro (allora Sindaco) e Teresa Palacino, di distinta famiglia mazzarinese, si impose all’attenzione nella Provincia e fuori, merce i suoi scritti, col suo ingegno e il suo sapere, tanto che lo chiamarono il filosofo. Da bambino fu mandato a studiare a Palermo, dove si distinse fra i suoi compagni. Dotato d’una ferrea volontà, di fertilissima memoria, fu detto il secondo Pico della Mirandola. Giovane, giunto alle porte dell’Università,  ramo legge,  nei muri scrisse: 

Nostro é l’ingegno

E l’avvenir siamo noi

 Era amato dai professori, stimato dagli studenti. Scrisse un Saggio critico ad una predica del P. Tommaso d’Acquisto. Rettore dei gesuiti di Morreale, chiamandolo un panteista. Lo stesso D’Acquisto, sapendo chi era, venne a baciarlo alla presenza di tutti dicendogli: “Tu solo, figlio mio, potevi affrontarmi la critica.  Laureatosi in diritto, se ne venne fra i suoi a studiare, a meditare, circondato d’alletto e di libri di tutto lo scibile umano. Qui. pubblicò un Saggio sulla storia del l’incivilimento umano, libro che gli valse l’ammirazione di quanti lo lessero. Sono pagine meravigliose, d’una bellezza e stile che conservano la freschezza senza appassire. Nel 1848 scrisse un proclama al popolo degno della sua penna; per questo proclama doveva poi essere arrestato, ma i suoi parenti lo fecero passare per pazzo. Quando andava a Caltanissetta, il filosofo Debilio di Riesi veniva accolto nel Circolo dei civili, con simpatia e rispetto, pendendo dal suo libro. Siccome era trasandato nel vestire, così qualcuno volle criticarlo ma egli saputolo disse questa frase: ‘L’uomo si conosce quando esce da una Società, non mai quando vi entra. In un Congresso di dotti della provincia, non mancò l’invito al nostro concittadino che vi andò! Fra i congressisti un signore lesse un componimento poetico, per la libertà il   Debilio alzatosi disse che lo aveva ratto lui, recitando a me moria i versi. Tutti rimasero stupiti, l’autore protestò Don Francesco  baciandolo aveva fatto  uno scherzo. Il filosofo il pazzo passava la sua vita a Riesi a casa1 dando lezioni gratuite ai giovani; fra gli amici, nel Circolo dei civili, apprezzato consultato. Coprì la  carica di delegato scolastico fino al 1883. Amò i suoi figli ai quali lasciò il suo ricco patrimonio.Mori  all’età di anni 61 nel 1883. L’insigne Dott.Rosario Vassallo, figlio del vecchio Dottore e di Giuseppa Faraci,nacque nel 1838. Tale padre tale figlio. Studiò medicina a Catania e divenne celebre. Era l’idolo dello zio Don Giuseppe Faraci il quale avendo in casa la sorella della moglie Filomena La Marca, volle sposarlo con lei. La Casa Faraci-Vassallo divenne un via vai di gente venuta da fuori in cerca del giovane Dottore. Fattosi un nome, Concorse alla Cattedra  Universitaria di Palermo; ma le ingerenze lo fecero risultare il secondo.Allora ricorse al Ministero che gli fece giustizia; ma andato là si dimise favore del suo competitore  dicendo che lo aveva fatto per onore. Quest’uomo ricco d’ingegno, di virtù, di meriti, ricco di casato, sul più bello della sua vita,dopo di aver messo al mondo tre figli, due maschi e una femmina, fu preso dal male che non perdona, la tisi. Egli cercò di curarsi con tutti i mezzi della scienza, ma…

Negli ultimi tempi, vedendo che perdeva passi, per contentare  la famiglia fu trasportato  in lettiga padronale (Faraci) a Catania . Lo specialista saputo che erano da Riesi Disse: Come !.... A Riesi avete il gran Vassallo e, venite da mè?...Scusi Dottore, rispose l’ammalato con un fil di voce: lo sono il Vassallo...! la famiglia!.., e incrociò le mani. Dicesi che al Medico gli calò una lagrima e fece segno di ricondurlo a casa presto. Il  bravo, impareggiabile Vassallo si contò le ore e i minuti della sua fine. Difatti giunto a casa, messo sul letto, chiuse gli occhi nel 1886.La mattina annunziatasi  la morte, vi fu un lutto generale a Riesi. L’oculista Prof. Antonino Correnti, era nato nel 1839 da Don Giuseppe e Vincenza Calafato. Quel giovane che straccò il collare di prete, perché voleva vestire la camicia rossa, se ne andò a Palermo a studiare medicina; specializzandosi nella malattia degli occhi, divenne celebre oculista. Mise una clinica per conto suo nella stessa città, ove i professori lo incoraggiarono. In breve si acquistò la celebrità: gli ammalati d’occhi accorrevano dai paesi ed erano guariti; di rado veniva a Riesi per rivedere la famiglia, i parenti, gli amici. Chiamato in caso di professione, veniva quando non poteva dir di no a qualche persona influente o amica della sua famiglia. La sua fama, la sua dimora era nella Capitale dell’isola. Concorse per la cattedra di Firenze, vuota, e vi riuscì. Allora si allontanò totalmente e non si rivide mai più. Nella città dei fiori contrasse molte buone amicizie, fra cui quella del Principe Miele di cui era compare per averle guarita una bambina con una operazione difficile. I coniugi lo amavano e stimavano come un fratello. Avuto il prof. Correnti un accesso alla coscia sinistra, suo compare Io condusse a Parigi per l’operazione. Viaggiò in Olanda, nei paesi bassi, conoscendo le lingue. Guaritosi, ritornato a Firenze, scrisse ai suoi:       Vengo da Parigi con mio compare l’operazione è riuscita; il male è sparito, ma temo che si ripercuoterà altrove, ,, ecc. Pare che così fu I il germe si riprodusse agli intestini e questa malattia Io condusse alla tomba nel 1874. Le sue numerose opere e trattati parlano di lui. Del fratello Comm. Giuseppe, poco ci resta a dire. La sua brillante carriera forense e politica ne fecero un pezzo grosso a Caltanissetta, lo sappiamo già. Nato nel 1832 visse nella città 40 anni, morendo nel 1900; lasciò una vistosa proprietà ai tigli, abitanti nel gran palazzo Correnti al Corso. In occasione della di lui morte l’Avv.Cascino nel discorso  funebre, pronunciò queste precise parole: è morto il Comm.Giuseppe Correnti da Riesi, terra di fervidi ingegni. Viveva pure in città a quei tempi l’Avv.Gaetano Giardina del Notar Gaetano e Teresa Gueli , civilista esperto. Il fratello dott. Rocco Giardina, fu un insigne medico chirurgo che si fece onore qui ; Rosario Pasqualino Vassallo e Nino Verso Mendola. in tempi più vicini a noi, abbiamo avuto gli avvocati Rosario Pasqualino Vassallo e Nino Verso Mendola. Entusiasti ne facciamo la biografia, poiché ci siamo stati a contatto ne siamo stati ammiratori del loro ingegno fecondo, della facile, eloquente paroia, della vita. Rosario Pasqualino Vassallo o Sarino col suo vezzeggiativo,nacque nel 1861, frutto del medico-chirurgo Don Gaetano e Crocifissa Vassallo, la figlia del compianto dottore. Fin da bambino messo nel collegio-confitto di Gela,vi fece il ginnasio; passato a Caltanissetta si prese la licenza Liceale; apertesi le porte dell’Univerità catanesi, frequentò i corsi legali. Laureatosi venne a Riesi;fu per breve tempo vice pretore, ma poi passò il suo studio a Caltanissetta. Nel foro Nisseno si fece largo come penalista.Ivi lo conosciamo come  Consigliere provinciale per la sua carriera Politica. Di vasta cultura in questa materia, collaborando nella Commedia  Umana di Milano accanto a Bovio Impriani, Cavallotti ed altri, lo resero famoso come liberale. Il  nostro Pasqualino Vassallo aspirava andare alla Camera dei Deputati; ma il nostro Collegio elettorale fu tanto tempo infeudato prima ai Riolo di Naro poi al duca di Monteleone, principe Pignatelli di Terranova. Contro di lui lottò tante volte, il    Pasqualino Vassallo, tanto che i giornali avversi della pro­vincia, lo chiamavano.:  L’eterno Candidato ; ma stanco il duca della vita pubblica, ritiratosi, rese i lettori liberi. Allora nel 1905 tutti gli occhi si rivolsero verso il riesino. E difatti fu eletto a Deputato al Parlamento Nazionale. Andato a Roma d’allora in poi, gli venne riconfermato il mandato, giacchè Gela e Riesi erano unanimi per lui. E accedo un altro passo avanti, nel 1916 fu nominato Sottosegretario di Stato col Ministero Boselli, sotto dcll’On. Sacchi alla Giu­stizia. Nel 1920 con Giolitti, occupò il posto di Ministro delle Poste e Telegrafi. Sciolta la Camera, lui venne in Sicilia as­sumendo la direzione delle Elezioni politiche; malgrado l’aspra lotta fattagli dal Giornale  L’Ora , il Pasqualino riportò dapertutto la vittoria. Venuto il Fascismo nella nuova Camera dei Deputati (1924) con Mussolini, fu compreso nel Listone; ma non ci stiede molto, ritirandosi dalla politica. Siccome si era stabilito nella Capitale, ivi esercita la sua professione di grande civilista e penalista. Un suo collega lo definisce: mente qua­drata; che ha tutto: generoso, di cuore, perdonatore. benefico. Parlandosi del fratello, il Notaro Cumm. Giuseppe, morto nel 1928 all’età di anni 77. egli fu un grande letterato ed un psicologo, oltre ad essere un cultore di discipline giuridiche. La sua parola facile, bella, talvolta tagliente, piaceva anche agli avversari. Si può dissentire dalle idee politiche, ma la verità vera non si può negare. Coloro che leggeranno questa nostra storia dovranno per forza convenire con noi che i Pasqualino a Riesi sono stati dei lottatori intelligenti. Viye pure a Roma il poeta Giuseppe Veneziano fu Ca­logero, impiegato in una Banca. Studioso, intelligente; i suoi versi sono stati salutati, apprezzati da tutta la stampa italiana. Rivolgiamo ora uno sguardo, un pensiero alla memoria di Nìno Verso Mendola, l’altro famoso avvocato, collega dei Pasqualino Vassallo. Nacque neI 1862 dal Notaro Giuseppe Calogero e Margherita Mendola da Pietraperzia. Vispo e intelligente, i genitori che erano molto agiati, lo mandarono a  Studiare a Caltagirone. Da Caltagirone andò a proseguire gli studi in Caltanissetta. Giovanetto irrequieto, liberale, fece succedere ivi una sommossa, per la penuria dell ‘acqua aizzando i cittadini in una festa di Carnevale con  la sua facile fìorita parola; e l’acqua venne. Scappato a Catania si mise a frequentare l’Universita, studiando legge.         Il suo primo componimento poetico, giovanile, fu appunto la rivolta nissena in cui dice che: 

…..del fallo politico,

ne parla il giornale democratico

ed ognuno se ne forma un cenno critico.

 Mentre era a Catania pubblicò “La scuola in Italia,,; libro che gli valse l’ammirazione del. Ministro della P. I. Francesco Paolo Perez. Nel 888 a Caltanissetta, da Avvocato, pubblicò: Gente gentarum , (La gente delle genti, gli italiani) e anche in questo libro si rivela un conoscitore della storia e della vita.Ma il Verso ne come scrittore, ne come professionista, ne politico fu fortunato. Egli abbracciando i principi del socialismo, con la sua calda, smagliante parola, da oratore travolgente, teneva delle conferenze persino a Palermo. Per queste sue opinioni ebbe delle noie, fu perseguitato. Trasferitosi a Bologna, anche lì non ebbe requie, subi’ due volte il carcere e una terza volta fu sfrattato da Bologna e di carcere in carcere giunse a Riesi, al tempo del Ministro Pelloux. A Bologna sposò la letterata Giulia Rossi, figlia dell’ex Questore della Città.Sfrattato che fu, ottenne di andarsene a Caltanissetta, ove pubblicò il suo volume di poesie su svariati soggetti letterari, poco parlando della sua vita; detto volume io dedico al suo compagno di scuola Cav. Gaetano Bartoli Inglesi di Riesi. Fra sonetti e poesie, riveduti dalle sue vecchie carte , scegliamo la prima strofe de I CORIBANDI per gustare i lettori il verso, lo stile e il tema:

Salgono dalle fosse i Coribandi

Nella pia settimana  del dolore;

                       Essi sono g/i asceti, sono i santi,

                       i prediletti figli del Signore.

Cessata la reazione, ritornò a Bologna dalla sua diletta compagna, la quale sopportava con rassegnazione religiosa una terribile malattia. Marito affettuoso, il Verso Mendola le dedicò un suo volume su: “Il Serafico in ardore “ parlando di S. Francesco di Assisi con vera competenza, lo  dice in questo libro - che per decenni mi era fermato alle idee contrarie del santo, ora sono convinto del bene che ha fatto: Durante la grande guerra, l’Avv. Nino Verso Mendola fu un’interventista. I compaesani che passavano e ripassavano da Bologna, esperinìentar000 la bontà dell’uomo scomparso anzi tempo dalla scena della vita. Anch’egli era ammalato, anch’egli soffriva d’una malattia di stomaco. Venuto l’ultima volta in Sicilia il 26 a posare la sua candidatura, se ne ritornò sconfitto, ma non abbattuto moralmente.Intanto la sua malattia lo trasse alla tomba a 58 anni il 1927.

 Il Senatore Antonino  D’Antona

 Grandeggia su tutti la grande figura dell’illustre Senatore Antonino D’Antona, chirurgo di fama mondiale, al quale gli dedichiamo il presente capitoletto a parte. È con orgoglio che lo facciamo, quantunque crediamo che la nostra povera penna sia insufficiente a trattare la vita di questo grande figlio di Riesi che onorò tutta la Sicilia e l’Italia. L’anno 1842 ebbe i natali Antonino figlio di Don Luigi D’Antona e Concetta Debilio. Morto il padre, prima di chiudere gli occhi1 raccomandò la sua prole al fratello Parroco dicendogli: A voi, P. Arciprete, raccomando i miei figli e le mie figlie pensateci voi.  E Io zio-prete assolvette il suo compito. Ragazzo irrequieto, Antonino fu chiuso nel Collego di Bronte. Terminati gli studi secondari andò a Palermo a frequentare l’Universjtà in medicina, specialjzzatosi nella chirurgia. I suoi contemporanei ce lo descrivono da giovane molto amante del la caccia; quando andava coi compagni al lago di Papardone,  uccidendo una beccaccia o qualche altro animale, li       scorticava con le dita, facilmente, esaminando minutamente le singole parti. Era nato,  ci dice un suo discepolo,  per adoperare il coltello. Laureatosi, brillò nella patologia. Ma qui a Riesi, nel suo paesetto natale, non sapeva cosa fare; non poteva dimostrare la sua abilità: laonde decise di espatriare. Il  Dott. D’Antona si recò a Napoli, nella metropoli partenopea c’era posto anche per lui, ma comprese che ci voleva del tempo per farsi il nome ed avere una estesa clientela. Coi mezzi che aveva disponibili, decise di viaggiare. Girando negli ospedali di Parigi, Londra, Berlino, Milano apprese a maneggiar bene il bisturi. Ritornato a Napoli, vi aprì la sua clinica. Ben presto la sua fama s’impose all’attenzione di tutti. Egli in questo caso si acquistò la stima dei professori universitari il rispetto dei cittadini. Nominato libero docente, ancor giovane, all’Università, con la sua clinica di Gesù e Maria, gli studenti da tutte le parti d’Italia accorrevano a Napoli per le operazioni del Dott. Prof. Antonino D’Antona, il cui braccio fermo, sicuro, dava la vita, facendo veri mirali. La sua fama si sparse in Europa ed egli accorreva ovunque era chiamato. Inventò il francipietra, strumento col quale si liberarono i sofferenti di arenella o mal  pietra; mentre prima ne morivano il 50 per cento, col francipietra si salvano il 90 per cento. Nominato Senatore verso il 1881 venne a dar lustro alla casa D’Antona; lo zio Parroco visitandolo spesso, acquistò ivi il lago di Patria presso la Città, lago che costituisce una bella rendita. Gli invidiosi del Prof. D’Antona gli intentarono nel 900 un processo a cagione della morte del conte Buon Martino, pugliese, il quale trovarono un pezzetto di gazza nel fegato. I giornali ne fecero tanto chiasso, ma l’alta Corte di Giustizia, assolse il Senatore D’Antona perchè innocente, estraneo al fatto. La fama non gli fu per nulla oscurata, anzi gli si accrebbe, rifulgendo i meriti del nostro grande concittadino. Nel congresso chirurgico di Berlino fra gli scienziati (1893), egli fu ammirato congratulato, parlando del processo infiammatorio delle ferite. Amante della famiglia, Don Antonino veniva di tanto in tanto a Riesì, dopo la morte del Parroco, per visitare i suoi parenti; il Giornale di Sicilia, sapendolo, lo chiamava l’illustre scienziato siciliano. Sapendolo qui, molti dei paesi vi­cini, venivano ad ossequiarlo, invitarlo. La festa. della Madonna, mentre era affacciato di giorno al balcone del fratello Rosario in piazza, un terribile omicida rese un povero calzolaio Riesino, con le viscere di fuori. L’esperto chirurgo sceso, fattosi largo tra la folla, levatasi la giacca, prese il grave ferito, gli ritirò gli intestini, in un attimo gli cucì la larga ferita di trincetto e lo consegnò ai medici del paese. Quell’uomo riebbe la vita per il pronto intervento della mano chirurgica del Senatore D’Antona. Guarito che fu il calzolaio, vistolo di passaggio  Caltanissetta, gli si buttò ai piedi, baciandogli le mani, offrendogli quel che poteva; ma il carissimo professore non solo non volle nulla, ma andato a casa, vista la disagiata posizione, lo beneficò. Chi passando per Napoli, dei suoi concittadini che lo andavano a trovare, non ebbe accoglienze, onori e soccorsi in caso di bisogno?Chi non protesse egli? Beati coloro che muoiono seguiti dalle loro buone opere; ma gli uomini non durano eterni. Il Senatore D’Antona, a 74 unni, scese nella fossa a Napoli nel 1916. Ad eternare la di lui memoria, per ricordare ai posteri il nome del Prof. Antonino D’Antona, un Comitato nel 1826 si formò Sotto la presidenza del Dott. Mumuli, Direttore dell’Ospedale civico di Mazzarinuo per innalzargli un monumento. Detto rnonumento, in mezzo busto in bronzo con un piedistallo di granito8 venne scoperto in mezzo ai fiori nella piazzetta omonima dinanzi la casa paterna il 29 Giugno del. 1929, alla presenza di S. E. il Prefetto, di altre Autorità della provincia e di tutto il po­polo riesino. L’epigrafe, dettata dal Cav. Ugo Rossi Commissario Prefettizio del tempo, dice:  

NEL BRONZO SUBLIME

RIESI

NOME E GLORIA PURISSIMA

CONSACRA

DEL SUO GRANDE FIGLIO

 

ANTONINO  D’ANTONA

SENATORE DEL REGNO

FARO LUMiNOSO

DELLA CHIRUILGIA ITALIANA

  Piazzetta e monumento adornano il centro dell’abitato ed è l’ammirazione dei forestieri, i quali, fermandosi a guardare la statua, ne apprendono chi fu colui che lasciò un nome grande.

La spagnola

 Non era ancora cessata la guerra, quando un’altro flagello venne a funestare l’umanità: la “spagnola”.Come  nella favola classica di Giovanni La Fontaine, degli  animali colpiti dalla peste che “ fuggivano spaventati, cercando un riparo ”, così gli uomini e la scienza non  sapevano cosa fare per trovare un rimedio al male.La spagnola: questa febbre mediterranea venuta dalla Spagna, fu un’epidemia  molto fulminante che mieteva tante vite umane in un momento, senza pietà. Se tutti non morivano, tutti erano spaventati , al dir dello scrittore francese citato. La morte non guardava in faccia a nessuno: grandi e piccoli; uomini e donne; ricchi e poveri. Chi era preso da quella malattia difficiliiicnte se la scansava e, quando non mo­riva, restava con qualche difetto. Le famiglie povere, orbate dai loro cari e immerse nella miseria, non sapevano darsi pace, pensando alla morte spaventevole; vi furono parecchie famiglie nelle quali ne morivano due e tre. Il lutto era quindi generale. lnfuriando il morbo crudele, il seppellimento dei cadaveri venjva operato alla confusa, trasportandoli al Cimitero senza nessun conforto. Anche per quelli che morivano in campagnia non venivano fatte onorevoli sepolture si portivano senza nessun accompagnamento. Coloro che erano Poverissimi bastava le poche masserizie ad addobbare una bara; talune famiglie facevano uso delle tavole, del letto per la cassa mortuaria.   Ingordi falegnami approfittando del momento; sfruttavano chiunque a loro si presentava. Col Municipio del Sindaco, nella requisizione che si faceva, si commettevano abusi e soprusi inauditi. Tutto era requisito per dare aiuto agli ammalati, ma il popolo soffriva, mancando del necessario. Beato chi poteva avere un pò di zucchero, di carne o di pane e pasta. Al solito, gli arruffoni ne profittavano. Un quidam, comprata una gallina L 20 per conto del Comune, le tirò il collo e la diede al figlio per portarla a casa. La “ spagnuola ,, durò quattro mesi, dal Settembre al Dicembre 1918. Parrà cosa incredibile, eppure è vero! la malattia della spagnuola a Riesi fece più strage della guerra. Mentre la guerra fece un centinaio di vittime; essa “spagnuola” ne fece morire seicento. Passata questa marea, che ci lasciò il triste ricordo d’una morte che non venne dagli uomini ; rimasto il caro viveri della guerra che si rimediava con il lavoro ben pagato, si credette di potere andare avanti, superando gli ostacoli della vita. Ma non fu cosi!  Il   paese contava circa 16 mila abitanti.

La Mitragliatrice

 Come conseguenza di tutto questo mal Governo, di tutto questo malessere di questo disordine, abbiamo avuto a Rjesj la Mitragliatrice. Anche questa brutta pagina di storia dobbiamo registrare in pieno secolo XIX. Scriviamo sotto l’impressione del triste epilogo della nefasta giornata della Mitragliatrice. Ecco il fatto, come avvenne:La Domenica dell’8 Novembre 1919, i soliti bolscevichi, decjsero di andare a prendere possesso del feudo Palladio, di proprietà dei principi Fuentes, dato in gabella. Da qui partirono non solo essi, ma chiesero l’aiuto dei loro compagni mazzerinesi, i quali, armati ed a cavallo, vennero a Riesi. Essendo il feudo vicino per lo stradale di Calamita, uomini, donne e ra­gazzi si misero in moto. Il Butera era in prigione. Chi organizzò la gita tu un certo Angilella, uno spietato socialista, Piovutoci non si sa da dove. Costui, predicando a squarciagola, diceva di farla finita coi signori proprietari incitando i cittadini ad armarsi, gli operai di tenersi pronti per la rivoluzione. Lungo la via, soldati, o Carabinieri non poterono arginare, calmare il Popolo. Giunti, al feudo, fecero le duvute operazioni, senza essere molestati. Intanto la P. S. si provvide duna Mitragliatrice che fu piazzata accanto alla chiesa della Madrice tra la piazza Garibaldi e il, Corso  Vittorio Emanuele. Gli scalmanati  ritornando  sull’imbrunire entrarono in paese cantando battendo le mani. Trovandosi nella piazza, lo AngiIella ordinò al popolo dì andarsi ad armare e ritornare. E difatti così fecero. La piazza ed il Corso formicolavano di gente. Ad un certo punto il Tenente e il Delegato di P. S. premerono la mano del. soldato, facendo  funzionare lo strumento micidiale. Al crepitio fulminea della Mitragliatrice seguirono altri colpi di fucile e revolvers. Il terrore invase tutti gli animi. Un momento dopo si vide un campo di morti sia in piazza che nel Corso: anche i feriti fecero spavento. Nella confusione gli sparatori fuggirono; inseguiti, fu rag­giunto il Tenente ai piano del Pozzillo per la via di Ravanusa e fu freddato. In quella occasione l’lng. Accardi, che si trovava lungo il Corso, trascinato nei Cortile Golisano, venne pugnalato da mano ignota e ferito. Il pallore, io sgomento si leggeva in faccia di tutti, vedendo la carneficina il sangue che scorreva, raccolti i cadaveri, le famiglie ne piansero amaramente i figli, i mariti, i parenti, I.. morti furono 8 e dei feriti non si seppe il numero.La prima versione data dei giornali fu che:la Rivoluzione era scoppiata a Riesi: laonde un Reggimento di fante­ria col generale, la notte seguente entrò a Riesi in assetto di guerra, con baionetta in canna e i lanternini accesi. Entrati allo scuro, nel silenzio, in punta di piedi, mentre gli abitanti dormivano, non sapendo dove andare, ne cosa fare; non conoscendo nessuno, ne presentandosi anima viva, il generale adagio adagio  fece aprire le chiese per far riposare i soldati che avevano fatto 48 ore di marcia forzata. Giunti alla Sanguisuga temevano ad entrare, credendo il finimondo, che la rivoluzione continuasse. lnformatosi i soldati che il paese era sotto l’incubo del terrore; che i cittadini spaventati, piangenti. temevano di riaprire le porte sapendo che c’erano i soldati, più tardi, generale e soldati rimasero sorpresi. Fattosi giorno, apertesi le prime botteghe, i soldati, usciti fuori per le vie per comprare da mangiare, nel volto dei cittadini leggevano i segni dello spavento, per timore di essere di nuovo massacrati; ma i soldati li rassicuravano, li confortavano allora furono fatti segno a delle gentilezze offrendo loro il caffè. Rifocillati che furono, la stessa mattina il Reggimento ripartì per la Sede di Palermo. Da quel giorno fatale della Mitragliatrice ovvero da quell’epoca, il popolo riesino rimase scosso: sembra un brutto sogno, eppure è stata una triste realtà che ci fa ripetere col proverbio Chi è stato scottato dall’acqua calda, teme dell’acqua fredda.