tradizioni popolari riesine

RACCOLTA DI CANTI , POESIE, AVVENIMENTI, TRADIZIONI POPOLARI RIESINE DALLE ORIGINI AI GIORNI NOSTRI

a cura di Salvatore Granata

La stesura di questi testi è, in buona parte, ricavato dall’assemblaggio di interi brani liberamente tratti dall’interno di libri, non più in circolazione.

       Indice:
 

Presentazione a cura del Prof. Gaetano Tusa

 La Passione di un figlio per la propria terra si snoda nella ricerca affannosa del substrato culturale che caratterizza l’etnia di appartenenza e il gruppo sociale, grande o piccolo che sia, diviene oggetto di interesse e di studio accorato, in modo particolare delle sue manifestazioni festive per riscoprirne l’anima, l’essenza vitale che lo pervade.In questo contesto va collocato il lavoro breve, ma scrupoloso, di Salvatore Granata che animato da uno slancio affettuosamente nostalgico per il suo paese d’origine, attraverso un’approfondita ricerca, propone di far rivivere alcune manifestazioni folkloristiche, che hanno perso la loro carica simbolica. Egli indagando nel tessuto sociale di Riesi, tra le maglie del folklore locale, dove si intrecciano lavoro, usanze religiose e tradizioni popolari, ha individuato la fonte cui attingere per colmare la sua sete di conoscenza da cui scaturisce un’appassionante ricostruzione di eventi del passato che mettono in luce una perfetta osmosi tra il lavoro delle varie categorie e le festività religiose più importanti del paese: Pasqua, zolfatai; San Giuseppe, artigiani;  Madonna della Catena, contadini. Tutto questo nell’intento di mostrare quell’aspetto nobile del cittadino riesino ultimamente alquanto adombrato da tristi fatti di cronaca. Traspare, infatti, dal lavoro, il desiderio di fare emergere quel che di buono e di positivo alberga nell’animo del riesino e che, nel ricordo del passato, può condurlo verso un attuale riscatto morale mirante ad una globale rinascita socio-economica e culturale della comunità. 

 

 
I canti della Settimana Santa "La Santa Cruci"
 

Introduzione

 “La Santa Cruci”, il canto polivocale della Settimana Santa è una delle componenti sonore più importanti della tradizione orale riesina e come molte altre lamintanze, “ costituisce un commento al racconto mitico rappresentato dal rito” (Buttitta, 1978). Gli storici locali, non dedicarono particolari attenzioni ai canti della Settimana Santa, forse perché ritenute poco importanti. Alcune informazioni le abbiamo raccolte dalla viva voce di alcuni anziani; altre vengono dall’esperienza diretta che ho avuto all’interno del comitato organizzatore dei festeggiamenti. In questi anni, sia pure con tante difficoltà che nascono proprio per la mancanza di fonti[1], dopo scrupolose ricerche e attente riflessioni, si è scoperto che l’unica partitura, del canto in questione, risale ai tempi della recensione fatta da Alberto Favara nella provincia di Caltanissetta nel Maggio 1905 e pubblicata sul “Corpus di Musiche Popolari Siciliane” nel 1957 a cura di Ottavio Tiby. Da allora, fino ad oggi, non si trovano notizie sui canti riesini, tranne che nel libro di Ignazio Macchiarella, “I Canti della Settimana Santa in Sicilia”, dove si legge: “ i lamentatori di Sommatino distinguono nettamente il proprio repertorio da quello di altre località Come Riesi e Caltanissetta che definiscono a crocchiu, cioè eseguito in maniera confusa e senza distinzione di ruoli fra le varie parti vocali”; questa descrizione, soprattutto sul modo di eseguire il brano, è in contrasto con quanto afferma Salvatore Carrubba[2]. Oggi, causa la mancanza di un ricambio generazionale e d’interventi mirati al recupero, il repertorio appare alquanto disgregato con il conseguente rischio di una reale estinzione. La tutela, la valorizzazione e la promozione, renderebbero fruibile uno dei canti, legati alla tradizione dei Misteri che si svolgono durante la Settimana Santa, che nel passato ha riscontrato un notevole apprezzamento in tutto il nisseno e non solo. Pertanto, appare necessario il recupero e la tutela di un così importante patrimonio culturale di tradizione orale come contributo per la riappropriazione della memoria storica del nostro paese e della nostra identità culturale per consegnarlo alle generazioni future.

[1] Le parti della “Santa Cruci” sono state raccolte dalla viva voce di alcuni anziani, e trascritti su un volantino, per merito dall’allora parroco della Città Don Scuderi, alla fine degli anni ’70. Pubblicati anche nel libro di Giuseppe Testa; Riesi nella Storia – Centro Editoriale Archivio di Sicilia – Palermo - 1981 

[2] Salvatore Carrubba è l’ultimo dei Laudatanti rimasti, l’unico a saper interpretare i due modi, diversi l’uno dall’altro, del canto popolare riesino. Il Carrubba, oggi, è una delle fonti storiche viventi più importanti del nostro paese e grazie al suo contributo siamo riusciti a far luce su alcuni aspetti storici poco conosciuti.


Agli inizi degli anni settanta, con la fondazione del Folkstudio, hanno inizio le indagini e lo studio della musica popolare siciliana, vengono condotte ricerche anche in alcuni paesi della provincia di Caltanissetta. In particolare le ricerche si concentrano sui repertori della Settimana Santa; poiché il rischio di una graduale disgregazione e i cambiamenti strutturali della società, rendevano urgente il recupero e la tutela di un così importante patrimonio culturale.

Oltre il Folkstudio anche il CIMS ha promosso scrupolose raccolte sui repertori della Settimana Santa. Nella collezione del Folkstudio e dall’archivio Etnofonico del CIMS si trovano, tra l’altro, una quantità notevole di registrazioni sonore sui Canti della Settimana Santa. Si può costatare l’assenza di documenti riguardanti i repertori su Riesi; in Macchiarella si legge che, alcuni paesi, Riesi compreso, il Corpus di Favara, rappresenta l’unica fonte documentata: è probabile che la visita dei ricercatori abbia avuto esiti negativi, ciò è riferibile alla scomparsa delle squadre di “lamentatori” e, per questo motivo, non si è potuto provvedere alla registrazione del canto.  

 “I repertori polivocali rappresentano senza dubbio l’elemento musicale tradizionale che maggiormente caratterizza la festa della Settimana Santa in Sicilia. Generalmente vengono denominati con il termine lamenti oppure lamintanze o ancora ladate o larate. Per indicare l’esecuzione si usa il verbo lamintari e non cantari.

Eseguiti sempre secondo modalità rigidamente formalizzate nel corso delle processioni o durante altre azioni rituali, svolgono funzioni di sonorizzazione degli spazi festivi e di scansione delle durate di ciascun atto collettivo.

Ciascun repertorio locale è formato da un numero diverso di brani che vengono chiamati parti. Le parti possono essere in latino, in italiano e in siciliano.

Le parti in dialetto presentano testi verbali molto lunghi che variano da paese a paese. Di solito essi narrano la passione e morte di Gesù, arricchendo la trama evangelica con episodi secondari di grande efficacia simbolica. Assai diffusi sono i testi che trattano il dolore della Madonna e quelli che descrivono la ‘ricerca’ di Gesù da parte della Madonna: temi estranei al racconto evangelico e di incerta provenienza.

 Musicalmente tutti i repertori condividono la cosiddetta struttura modulare. I diversi brani, infatti, possono essere considerati come formati da blocchi stereotipi armonico-melodico-ritmici che suddividono le parti in più versi musicali ciascuno dei quali coincide generalmente con un verso del testo verbale” (I. Macchiarella, 1993). 

Il repertorio riesino, di canti polivocali o ad accordo, rappresentato dalla “Santa Cruci”, è formato da undici parti in dialetto che descrivono la passione e la morte del Cristo, il dolore della Madonna, nell’affannosa ricerca del figlio: il tema più importante per il paese durante la rappresentazione del rito sacro. Non mancano, come scrive Buttitta: ”il dialogo della Madonna con gli artigiani incaricati di preparare gli strumenti della sua crocifissione”. In una delle parti viene descritto anche l’incontro “la giunta” che avviene la Domenica di Pasqua tra la Madonna e il Cristo risorto.

In passato le “squadre” erano in stretto rapporto con le confraternite, ma a partire dalla seconda metà dell’ottocento, con la loro scomparsa, esse furono formate da persone di ogni ceto, compreso contadini e sopratutto “solfarai”, che, oltretutto, per quasi un secolo e mezzo, furono gli organizzatori dell’evento festivo, lasciando all’organizzazione della festa elementi caratteristici a tratti evidenti negli odierni ritmi dell’attuale comitato.

            Racconta Salvatore Carrubba: “il repertorio presenta due modi di canto ‘alla surfarara o caltanittisa’ e ‘alla parrinisca’. ‘La parrinisca jè cchiu difficili, l’accumpagnamentu iè ‘mpurtanti e avò essiri urdinatu e precisu ’ (la ‘parrinisca’ è più difficile, le risposte corali devono essere precise e ben coordinate). I modi si differiscono nella conduzione della parte solista e nelle risposte corali.  Ogni parte può essere eseguita nei due modi”.

I repertori venivano tramandati oralmente da padre in figlio che con orgoglio facevano sfoggio della loro bravura e del loro sapere musicale. “in ambito popolare la musica è spesso percepita come ‘proprietà e le sue regole vengono trasmesse alla stregua di quelle inerenti qualsiasi altro apprendistato artigianale.” (Bonanzinga, 1992)

L’esecuzione dei canti avveniva con una netta distinzione di ruoli tra le varie parti vocali – dice ancora Carrubba – “la parte solista, veniva eseguita da tre persone dette, ‘prima’, ‘secunna’ e ‘terza’, mentre il coro era chiamato ‘bassu’. La ‘prima’ e la ‘secunna’ erano le uniche a svolgere il testo verbale, invece la ‘terza’ eseguiva un lungo vocalizzo sulle ultime tre sillabe del testo verbale” - più o meno lungo e articolato, secondo la bravura dell’esecutore.  Durante tutto il periodo quaresimale, le squadre di “lamentatori”, spesso in competizione tra loro, si riunivano ed eseguivano i brani in piazza davanti la Chiesa Madre, ai quattro canti e nei punti più importanti della manifestazione. I “solfarai” si riunivano in gruppo e, durante il tragitto, poco meno di due chilometri, che li portava dal paese alla miniera dove lavoravano, intonavano le “lamintanze” che venivano interpretate durante la Settimana Santa, “era un modo per dimostrare tutto l’anno ‘l’attaccamento’ al ‘Crocefisso’ e alla Religione”. (Macchiarella, 1993)

Le “lamintanze” eseguite durante la Settima Santa riesina, hanno subito un disgregamento a causa della mancanza di un ricambio generazionale e rischiano l’estinzione; le squadre non esistono più e il repertorio viene esibito da una sola persona che esegue tutte e tre le parti vocali; mentre il coro è formato da persone, per lo più anziani, riunitesi casualmente.

Riportiamo la trascrizione di una delle parti più caratteristiche: il dialogo della madonna con il fabbro che prepara i chiodi della crocifissione:

Maria passa di la strata nova

la porta d’un firraru aperta iera.

O caru mastru chi faciti a stura?

Fazzu ‘na lancia e tri pungenti chiova

Ppi lu Figliu amatu di Maria.

O caru mastru nun lu stati a fari

Ca di nova vi pagu la mastria.

O cara donna nun lu puzzu fari

Ca unna c’è Gesù ci mintinu a mia.  

L’esempio si riferisce all’esecuzione della “sufarara”, registrata nel 1990, ed è eseguita da una sola persona che ripete tutte le tre parti vocali1

Alcuni riferimenti storici, bibliografici e altri, ancora oggi visibili, ci indicano quanto fosse importante questa festa per i “solfarai”.

Gaetano Baglio, nel suo libro “il Solfaraio 1905” scrive:da molti anni i ‘solfarai’ costumano celebrare a spese loro la festa del Venerdì Santo con musiche, mortaretti, illuminazione e lunghe processioni recanti ceri accesi. E perciò, all’atto di ricevere la paga di marzo, subiscono una ritenuta da parte dell’amministrazione della zolfara, ovvero, se la impongono di loro stessi spontaneamente. In quest’ultimo caso un ‘collettore’ raccoglie l’ammontare delle ritenute,e, finita la colletta, porta il denaro, in guantiera scoperta e visibile a tutti, alla Chiesa, accompagnato dalla musica e da numeroso pubblico”.

Il Venerdì Santo da sempre rappresenta il momento topico di tutto il rito sacro, soprattutto all’uscita, dalla “Chiesa del Crocifisso”, dell’Addolorata accompagnata da San Giovanni, il discepolo prediletto dal Cristo.

 La mattina del Venerdì, prima che il giorno abbia dissipato le tenebre, in uno scenario di dolore mistico, con una statua dal volto espressivo, in un’atmosfera di tristezza, inizia “la cerca” l’incessante e faticosa ricerca del figlio, per le strade di tutto il paese, da parte dell’Addolorata. La statua, portata a spalla dai fedeli, con un ritmo frenetico, si fa largo attraverso la folla, rievocando attimi di turbamento, sofferenza, angoscia. Nei giorni della festa, la statua si trasfigura diviene animata, è il santo (I. E. Buttitta 2002, pp. 29). I fedeli la implorano, piangono, cercano conforto, le vanno incontro per “pigliari paci”, le chiedono aiuto, la ringraziano per aver accolto le loro preghiere: è il raggiungimento del pathos. Il sacro si manifesta integralmente nello spazio e nel tempo è la ‘ierofania’ nel suo senso più completo. (Ries 1981, pp.61 sgg in I. E. Buttitta 2002, pp. 29).

Sembra di rivivere anche i momenti di disperazione delle donne che trepidanti correvano per le strade alla ricerca di notizie sui loro figli o mariti, dopo i disastri che accadevano all’interno delle miniere. Si potrebbe individuare un’osmosi tra la manifestazione del rito sacro e l’attività alquanto pericolosa dei “solfarai”. Possiamo notare che, ancora oggi, quasi a voler dimostrare il forte legame con il passato, ogni abitante si sente non solo spettatore ma anche protagonista, dolente ed esultante allo stesso tempo: dolente, per il ricordo del sacrificio del Cristo e del dolore della Madonna; esultante perché il Venerdì Santo era l’unico giorno feriale dell’anno in cui i “solfarai” non scendevano nelle miniere.  Infatti, dopo i primi momenti di partecipazione accorata e triste, gradatamente l’atmosfera cambia e ci si ritrova in un clima di festosità, visibile dallo sparo di castagnole “li maschiati” che i fedeli offrono alla Madonna come sacrificio o per grazia ricevuta, e da un atteggiamento brioso da associare alla gioia dei minatori che quel giorno non scendevano negli “inferi” a rischiare la vita.

Da ricerche e studi fatti, oggi sappiamo che, sulla “Ladata a la Riisana”, c’è un’importante testimonianza trascritta su pentagramma, pubblicata sul Corpus di musiche popolari siciliani. Nel libro si riscontra una significante affermazione del Romagnoli, il quale sostiene che alcune “Ladate”sono intessute di tali squisitezze da farci invincibilmente pensare all’aspirazione e alla cosciente potenza espressiva di un grande artista”. Sempre nello stesso volume del Favara, si osserva un’analisi critica del Tiby il quale afferma che in certe “Lamintanze”, in modo particolare quelle di Caltanissetta (nn. 695) e Riesi (nn.673), si sente l’influsso della melopea gregoriana a tratti percepibile anche nei melismi, tanto che, Calogero Bingo, “solfaraio” di Caltanissetta, annotava al Favara nel 1905: “ Li riisani ci partinu a la parrinisca, ed è una bella cosa.

Ciò fa pensare che il termine “parrinisca” sia di provenienza clericale, infatti, il termine “parrinu”, a Riesi, si usa per indicare il prete. “L’origine liturgica delle lamentanze e la irrilevanza dei contenuti, al momento della esecuzione e fruizione, rispetto al piano melodico, è provata dagli stessi testi” (Buttitta, 1978). La “surfarara”, invece, è stata probabilmente mutuata dalla “parrinisca” e che i “solfarai” l’abbiano interiorizzata rendendola propria anche nel modo di eseguirla, dandole una particolare inflessione gutturale derivata dalle condizioni di lavoro svolto in un ambiente tenebroso, dove l’emozione di natura drammatica trasforma ogni cosa, così come il canto che diventa una melodia lamentosa. “ll valore simbolico dell’espressività musicale emerge poi significativamente nelle denominazioni che localmente assumono i ‘modi’ melodici su cui vengono intonati i canti tradizionali. Tali denominazioni segnalano il più delle volte un’appartenenza territoriale (palermitana, trapanisa, girgentina, siracusana) oppure una condizione professionale (carrittera, viddanisca, surfatara, furnarisca). [Bonanzinga, 1992]

1 Trascrizione effettuata dal Prof. Andrea Ferrante, docente di didattica musicale al conservatorio Bellini di Palermo.


Alla luce di quanto esposto risulta evidente che “la Santa Cruci” fosse conosciuta ed apprezzata ai tempi della recensione del Favara, e lo dimostra anche il fatto che a rappresentare il brano sia stato non un riesino ma, Francesco Corrente di Caltanissetta (vedi nota nel Corpus). Appare evidente che alcune squadre di cantori riesini si recassero, in occasione delle feste, a Caltanissetta per esibire il proprio repertorio.

Conferma che ci viene data anche dal libro di Ignazio Macchiarella, dove in una nota si legge: “nel giovedì Santo, come in antico, anche oggi (a Caltanissetta) accorrono dai paesi vicini parecchie comitive di ‘laudatanti’, spesso inviati e pagati dai ceti, e talora anche spontaneamente, con la speranza di guadagnarsi due paia di tarì”. (Michele Alesso, 1903). L’ulteriore testimonianza del Carrubba, ratifica quanto detto: “ verso la metà degli anni settanta, mentre c’era ancora parroco Don Scuderi, un gruppo di cantori ci recammo a Caltanissetta e partecipammo ad una manifestazione canora della Settimana Santa, in quell’occasione riscontrammo un grande successo, vincendo il primo premio”. Ciononostante appare strano come la “ladata a la riisana” (nn. 673) non abbia avuto la meritata attenzione da parte degli studiosi del settore, rimanendo segregata nelle pagine di un libro, sia pure famoso.

Secondo la convenzione “For the Safeguarding of the Intagibile Cultural Heritage”, “le eredità culturali intangibili sono trasmesse di generazione in generazione e sono costantemente riprodotte dalle comunità e dai gruppi, adattandole al loro ambiente, alle loro interrelazioni con la natura e alle condizioni storiche della loro esistenza. Esse forniscono alle popolazioni il senso della loro identità e continuità, e la sua salvaguardia promuove, sostanzia e sviluppa la diversità culturale e la creatività umana”.

Le leggi 80/77 e 116/80, riconoscono i beni etno-antropologici fra quelli soggetti a tutela, feste e canti compresi: oggi considerati beni immateriali.

Il nuovo codice dei beni culturali (n. 42 del 2004), riconosce e include nelle categorie speciali anche le registrazioni sonore.  Da qui nasce l’idea di rivolgersi al Centro Regionale per la Catalogazione e la Documentazione dei Beni Culturali - Servizio Documentazione Unità operativa IX Nastroteca – Discoteca, dove abbiamo già consegnato e fatto catalogare una registrazione audio della “Santa Cruci”, effettuata nel 1990 ed un’altra, audiovisiva, registrata quest’anno durante la processione con l’Urna che si reca verso il calvario per accogliere le spoglie del Cristo morto, il momento di massima intensità espressiva.

Bibliografia:

- Gaetano Baglio, Il “Sorfaraio”, Napoli, 1905.

- Sergio Bonanzinga, Forme sonore e Spazio Simbolico, Archivio delle Tradizioni Popolari                   Siciliane, Folkstudio 31-32, Palermo, 1992

- Antonino Buttitta, Pasqua in Sicilia, Grafindustria, Palermo 1978;

- Ignazio E. Buttitta, La memoria lunga. Simboli e riti della religiosità tradizionale, Meltemi  editore srl, Roma, 2002

- Alberto Favara, Corpus di Musiche Popolari Siciliani, Accademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo a cura di Ottavio Tiby, Palermo 1957

- Salvatore Ferro, La Storia di Riesi, dalle origini ai nostri giorni, Prem. Tip. Cav. Salvatore Di Marco Caltanissetta 1934- XII.

- Elsa Guggino, Folkstudio venticinque anni, Archivio delle Tradizioni Popolari Siciliane Folkstudio 35-36, Palermo 1994

- Ignazio Macchiarella, / canti della settimana santa in Sicilia, Archivio delle Tradizioni Popolari Siciliane Folkstudio 33-34, Palermo 1993, con relativa bibliografia e discografia.

                                                             

 
La Santa Cruci - CANTO POPOLARE RIESINO
 

Canti popolari raccolti dalla viva voce di alcuni anziani

I versi e la disposizione non sono perfetti, tuttavia li trascriviamo

affinché non vadano perduti e perché servano di base per

una più accurata stesura, man mano che sarà possibile avere altri

testi o referenze.

 

1. L'Angilu Gabrieli fu spunutu

ca di lu 'ternu Patri fu mannatu

'nterra è natu lu nostru Signuri

patruni di lu celu, terra e mari.

Di nomu ci fu misu Sarbaturi

la cristianità vulia sarbari.

Assai foru l'inimici du Signori

e ppi la so ruvina a cungiurari.

 

2. Dudici discipuli du Signori

cci vulivanu un beni ddi muriri

ma Giuda crudeli e tradituri

luntanu di tutti vuliva sempri stari.

Un gnornu cci lu dissi lu Signori

tu si cchiddu ca mia ma tradiri.

Fu Giuda ca tradì a lu Sjgnuri

si lu vinnì ppi trenta dinari.

Ma doppu sinni pintì di lu so errori

e ndi n'arbulu di ficu sii affucari.

 

3. Cristu era attaccatu e camina

quannu si vitti amminzu a li juidia

cu cci dava pugna e ccu cci dava ammuttuna

davanti alla gran curti lu purtaru.

Alza la manu lu marcu judia

na masciddrata a lu Signuri cci dava,

San Pitru si risviglia curaggiusu

ccu na spatata l'uricchi ci tagliava.

Diu era lu Figliu di Maria,

era attaccatu e’n terra si calava

 

4. Maria passa di la strata nova

la porta d’un firraro aperta iera.

O caru mastru chi faciti a stura

Fazzu na lancia e tri pungenti chiova

Ppi lu Figliu amatu di Maria.

O caru mastru nun lu stati a fari

Ca di nova vi pagu la mastria.

O cara donna nun lu puzzu fari

Ca unna c’è Gesù mintine a mia.

 

5. Maria va circannu a lu Signori

ne strati ne curtigghia nu lu po truvari

chiamannu sempre Figliu Sarbaturi

sula senza di tia cuomu aie a fari?

Chiamatimi a Giuanni ca ì lu vuogliu

Qunatu mi duna un pocu di cunsigliu.

Giuanni curri alla chiamata di Maria

Diciennuci chi bua Tu di mia?

Giuanni dimmillu tu unnè ma figliu

Ca ì lu circu e nun lu puozzo asciari

Vattinni ddi Pilatu ca lu trovi

Alla colonna incatinatu.

 

6. Maria, nuovamente lu circava

Ee nun c'era .strata can un ci iva

a tutti, idda, la genti spiava

l'aviti vistu a ma figliu, diceva:

Nessunu ' notizzi cci nnidava

idda pariva donna ca chiangiva

cu la vuci .forti gridava

Figliu nnuccenti ‘mparami la via …

 

7. La cunnanna finì di lu Signuri

Lu portano a colonna a frigillari

Erodi era lu capu ‘mpusturi

ca Cristu fici cunnannari.

Annu putiri a Gesù Nazarenu

e quanti guai e di stridi ci fannu.

La facci sua ‘mpinta cu lu terrenu

ca iddi ancora minnitti ci fannu.

Diu era scasu e nudu camminava

la so figura nun si canusciva.

Erodi ppi magari lu pigliava

 

8. La cruna di spini cci chiantaru

di mani e pedi sangu cci corriva

pidda cruci pisanti tri voti cadia.

Quantu pisanti la Cruci puntava

ca tuttu lu munnu 'ncoddu tinta

tri voti cadì 'nterra lu Signori

du boni lu vinniru aiutari

canuscennu ca era lu Signori

davanti sì cci iru 'nginucchiari

prigannulu di cori: Ridinturi

min Diu, n'aviti a pirdunari.

 

9. Abiviri ci dettimi vilenu

ppi fallu moriri a manu a manu.

Cristu sinnì a la Cruci e Maria vinni

cu Marta, Maddalena e San Giuvanni

"Anelli la matri a vidiri ti vinni

là 'ncruci tannu misu sti tiranni,,

Quantu ci vasu sti sacrati carni.

Trentatri anni ppi lu munnu spertu

senz'aviri nura di cumpuortu.

 

10. Cristu ca la Cruci fu 'nchiudato

amminzu a ddu latruni fu mintutu

Cristu quannu iappi la lanciata

prufunna fu la sò firita.

Pigliatimi ssa scala ca ma figlia scinni

quantu ci vasu ssi sacrati carni.

 

11. Alu terzo jornu anniviscì lu Signori

e tutta la terra si misi a trimari

Maria sin ncuntrà ccu lu Signori

e forti a lu so pittu lu strincini

cci dissi: Figliu nu 'abbannunari ca

senza di tia non puozzu stari.

 

12.ORA NUN CANTU CCHIU’ MUTU MI STAIU

 

VIVA LA MISERICARDIA DI DIU!


 
LE POESIE DEL venerdì SANTO
 
POESIA RECITATA nel quartiere canale
Cristu ca nell’urtu fu pigliatu
Ca di un discepulu sulu fu tradutu
Lu tradimintu s’avia priparatu
Giuda ppi trenta dinari si l’avia vinnutu

Ca pi lu figliu di Diu fu sdiniatu
Ca pi lu cuddru l’attacca un Giudeu
E Gesù Cristu a sangu sudatu
L’hannu purtatu a casa di Pilatu

Sittinzia di morti ciannu datu
Caifas e d’ Arai eranu assitati
Ca di nna foglia di carta hannu
Srivutu .La cunnanna ci detti Pilatu

E va a la mortri lu figliu di Diu
E va a la morti lu pi un peccatu miu
Ca di la so Santa Mamma fu alluntanatu
Lu nustru amuri è lu figliu di Diu

La cruci n’cuddru già si la brazzava
La pleba decisa
E tutti quei ebrei facivanu guerra.
N’cuddru tiniva nna cruna di catina sperra

Morti cchiù chi masciddrata mi detti
Un Giudeu
La vuccuzza a sangu m’abbunnaiu-
Ca pi un tali Simuni Cireneu
La cruci nterra e lu Cristu aiutava
 
Prisenti si trova lu Cinturiuni
La truppa apprissu la plebi davanti,
l’Ebrei annigliavanu lu suli

Maria va chiancinnu ccu lacrimi e chianti

La Veronica si nni pintì di lu so errori
Lu veli si livà amminzu di tanti
Pi stuiari la facci alu Signori
La facci mbinjta di stu muccaturi

Quantu sospetti sti carniliari
Semila e sessanta li battitura
Stanchi ca nun si puttiru saziari
Ca l’hannu attaccatu cu cordi e lanci.

E ddra minzu la via è Cristu
Ca piglia la terza caduta
La facci ccu la terra ‘mpiccicata
E nun ce nessun riparu

E san Giuanni ca parra ccu Diu
E dici:”O Patri miu,
chi spranza avimmu,
la cruci nterra ca nchiovanu a Diu
cu chiova e martiddru.
Ora va cadinnu
Ora nun parru cchiù, mutu mi staiu
Viva la misericordia di Diu”

AUTORE SCONOSCIUTO


 
Poesia Recitata  in via Vittorio Veneto

Sarbaturi di nomi si chiamava

 e ‘ddra so matri ‘ppi truvallu ‘nquattru si faciva,

 ‘ppi capiri unna lu so figliu iera ammucciatu

 “ma unna iera misu stu distinu sbinturatu”?

Pena faciva ‘ddra fimmina addulurata

 ca ‘ppi daveru di la scarogna fù pigliata,

 ccu iddra c’era San Giuanni ca l’aiutava

 e chiddru ca putiva fari lu faciva.

Strati e curtiglia ivanu firriiannu

 e Maria ca a la genti iva spiannu:

“ l’aviti vistu a ma figliu”? diceva

 e nuddru ca notizzi cci ni dava.

Ma San Giuanni giustu vitti di luntanu

na pirsuna e tanti genti vicinu,

Gesù Cristu iera stancu e affamatu

dopu ca li guardii l’avianu frustatu.

Curri San Giuanni, unn’aspittari

Maria unn’avi cchiù a ccu addumannari

‘mprestaci lu sciatu ‘ppi

arrivari a lu cuspettu di Santu Sarbaturi.

Na donna si fa largu amminzu a la genti

“oh mamma mia chi cci passa ppi la menti?

” nmanu tinìa strittu un muccaturi

ppi stuiarici la facci a lu Signuri,

a la Vironica mi rifirisciu “oh cari genti”

chiddra ca si pintì di lu sò erruri

e si vosi livari s’ammilinatu

denti ppi mustrarici affettu a lu Signuri.

Na cruna ccu tanti spini cci chiantaru

pisanti cci vinìa lu tirrenu

e ddri guardii cumannati di Pilatu

fina a la cruci l’anu accumpagnatu.

Na fuddra di genti l’aspittatu

forsi ppi darici l’urtimu salutu

Cristu ca pi lu munnu fu disìatu

amminsu a du ladruna fù mintutu.

La genti ancora nun l’avìa caputu

Cristu ppi nuatri avìa murutu

di lu piccatu originali n’avìa sarbatu

Cristu ppi amuri fù ammazzatu.

Ma dopu tri iorna ha risuscitatu

e a tutti ccu la vucca aperta ha

lassatu si nn’acchianà ‘ncilu di lu Patri

eternu ppi mannari a la genti amuri fraternu.

AUTORE: MICHELE MAROTTA

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